subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Potenza

    Una settimana infernale, di corsa, sempre al telefono, a inseguire la burocrazia, le scartoffie, l’incompetenza altrui, gli uffici, le promesse non mantenute, le richieste dell’ultimo secondo, la pressione per la scadenza ormai prossima. Tensione alle stelle, il cervello una pentola a pressione riempita troppo che fischia, fischia e sembra sul punto di esplodere da un momento all’altro.
    In tutto questo, quando Lei mi dice che potremmo anche non vederci, visto che sono così sommersa di cose da fare, mi viene da piangere.
    Il cuore mi si lacera in due. Da una parte so che più tempo mi servirebbe; dall’altra significa rinunciare ad essere presente, ed anche, egoisticamente, ad un momento per me. Ho un nodo in gola e cerco disperatamente una soluzione, un sì e non un no; un compromesso. Lo trovo.

    Il treno che mi porta è un interregionale vecchio, scassato, pieno di gente e di valigie strapiene in mezzo al corridoio. Il vagone sferraglia e strepita, il viaggio lo passo al telefono, chiamando, lavorando, apro il computer portatile e compilo altri moduli, l’uomo accanto mi chiede in prestito una penna. Il sole batte attraverso i finestrini, le porte si aprono e si richiudono con un gran baccano, sobbalzo per gli urti.

    Il treno che mi porta di ritorno è un frecciabianca quasi vuoto; i sedili sono puliti, tutto è nuovo, c’è persino il tavolino. Il vagone è silenzioso e scivola nella notte sui binari come un sospiro, quasi non si sente; il dondolio del trasporto è lieve e mi culla. L’ambiente profuma di pulito, il controllore è cortese e sorride, c’è una presa elettrica a disposizione per ricaricare il cellulare o il computer.

    Allo stesso modo sono partita: la testa in confusione, il caos del lavoro, mille e mille pensieri accavallati in mente. Allo stesso modo sono tornata: rasserenata, rilassata, svuotata e ripulita. Ricaricata.
    Colma di una nuova, quieta potenza da riversare nuovamente nel mondo attraverso me stessa.

  • Randagità

    Come si coniuga un animo randagio con un cuore innamorato?
    La mia fedeltà non è meno fedele, se anche il mio spirito mi porta lontano. Se desidero viaggiare e tutto il mio essere canta solo quando visita un altrove, i miei sentimenti non sono meno onesti.

    Si glorifica la rinuncia per amore; ma una rinuncia rimane tale per qualsiasi motivo venga fatta, e con essa permangono il rammarico e il rimpianto.

    Così mi barcameno tra un compromesso e un altro, tra un bacio e un biglietto del treno, tra il divano e la bici, tra una quiete e una tempesta, tra un porto sicuro e un mare in burrasca. E in entrambi i momenti il mio cuore anela sempre a ciò che non ha in quell’istante; godo di ciò che ho e subito mi dispiaccio per ciò che mi manca. A casa sospiro il mare, in mare sospiro casa. Perché appartengo ad entrambi allo stesso modo, con amore parimenti intenso.

    Non ho da implorare perdono di nulla, perché le mie azioni non sono condotte da malanimo o cattiveria, ma dalla mia stessa natura interiore; ed ho smesso di chiedere scusa per essere chi sono.

  • Staccare

    E’ così difficile per me staccare. E insieme così facile.
    Difficile perché la mia mente continua e continua a tornare sugli impegni, le cose da fare, le telefonate, le mail, la programmazione settimanale, nonché tutte le questioni burocratiche annesse, e la frustrazione di lavorare non pagata, ancora senza contratto, mentre tutto sta sulle mie spalle, compresi i lavori di casa.
    Facile perché mi basta accedere a internet per distrarmi: la mia mente scappa, fugge dalle cose da fare contingenti, si rifugia nel cazzeggio, nei webcomic, nei forum, su facebook eccetera.
    Per questo mi è difficile staccare, e mi sento in colpa a riposarmi: perché non riesco a confinare il lavoro nei suoi limiti, in orari definiti, in un recinto preciso e chiaro. Così come il lavoro trabocca e inonda la mia mente, così la distrazione trabocca e sporca il lavoro.
    Ma questo lavoro è fatto così, senza orari, senza pace, sempre sulla corda, sempre sul pezzo. Mi dicono.
    Bene, non ci sto. Farò questo lavoro, che è ciò che ho scelto e che mi piace, ma mi concederò di farlo con le mie capacità, con le mie forze, senza pretendere da me l’impossibile. Avrò orari, avrò organizzazione.
    Avrò riposo.

  • Milano

    Camminare per Milano di notte, in mezzo a palazzi di dieci piani e viali deserti, mi fa tornare bambina. Recupero la sensazione di immensità della città che avevo quando non avevo ancora né l’auto, né il motorino, né la bicicletta. L’obbligo di fruire gli spazi della metropoli lentamente, fisicamente, a piedi; oppure in sudditanza ad orari e percorsi decisi da altri, con i mezzi pubblici. Anche, le distanze dilatate: abituata a una piccola città che si attraversa da parte a parte in mezz’ora, Milano diviene immensa, enorme, amplificata. Per chilometri e chilometri i palazzi non diventano più bassi, le strade più strette: tutto rimane ampio, grande, alto. Una vertigine. Per raggiungere un posto ci vuole molto più tempo di quanto sia abituata a considerare.
    Come si fa a vivere in una città come Milano?
    Le persone sono diverse, lo vedo; sono abituate a questi viali, questi palazzi, questa gente. C’è tanta gente, tantissima, ovunque, di ogni tipo. C’è un respiro diverso. Un afflato nell’aria che modifica le percezioni.

    Me ne vado in giro col naso all’insù a guardare i palazzi, a cercare la luna tra le cimase; mi guardo attorno e ogni dettaglio è un piccolo mondo da scoprire, come osservare un quadro: il parco, il piccolo giardino con la fontana nel vialetto d’ingresso di un complesso abitativo, gli alberi che si protendono spogli, gli adesivi sulle ringhiere, le caviglie scoperte dei ragazzi fuori dai locali. Tutto mi parla una lingua sconosciuta, affascinante, anche brutta; non solo nella bellezza o in ciò che posso apprezzare vi è il fascino. Sorrido, mi illumino, rido con e rido di. Ma lascio il mio spirito aperto a farsi scorrere dentro questa città, queste sensazioni. Poesia.
    Un luogo sconosciuto perché sconosciuto è il mio cuore in questo luogo.

  • Sgabuzzino

    So bene che è un errore vivere nell’aspettativa: un evento atteso che si verifica perde di forza; un evento atteso che non si verifica delude e riempie di frustrazione. Meglio attendere il vuoto, lasciarsi aperti a ciò che arriva: se arriva qualcosa, qualsiasi cosa, sarà bello; se non arriva, bene lo stesso, si gode ciò che c’è, o la serenità dell’assenza.

    Quando attendo con ansia un accadere che non giunge a compimento la delusione del momento è solo un piccolo frammento del dolore che mi provoco. Dopo, passato del tempo, torno con la mente a ciò che non è successo e mi arrovello: come sarebbe potuto andare? come sarebbe dovuto andare? soprattutto, perché non è andato?
    Allora trovo colpe inesistenti per accusarmi del mancato compiersi; non è accaduto perché il destino o chi per lui ha voluto punirmi. Punirmi di cosa? Chissà. Di aver desiderato, ovvero di esistere, concludo spesso, perché altre colpe non ne trovo.
    Così mi fustigo nella mia mente, mi rammarico e mi avvolgo nelle spine del sentirmi indegna.

    Ancora non riesco a porre termine all’istante a questo inutile esercizio di odio verso me stessa. Mi ci vuole ancora del tempo, durante il quale cerco di farmi del male o penso che dovrei farmi del male e in ogni caso sto decisamente male e non faccio che pensare pensieri bui per farmi stare ancora più male. Poi ne esco, alla luce del sole, e torno a sorridere di me stessa e di queste sciocchezze.
    Come una mosca che sbatte sul muro e infine trova lo spiraglio della finestra.
    A volte basta che esca fisicamente da dove mi trovo e respiri aria pulita; o che riordini tutta la casa da cima a fondo, riordinando così anche i pensieri; o che parli con qualcuno, magari chiedendo se il fatto che qualcosa non sia accaduto sia stato effettivamente una punizione voluta e cercata. La risposta è sempre no, è solo andata così; allora prendo fiato, ricomincio a vivere, e torno a cercare un modo più veloce per trovare lo spiraglio di uscita, invece di insistere a sbattere nei meandri bui dello sgabuzzino della mia mente.

  • Interrotta

    In ogni cosa che faccio sono interrotta.
    Inizio troppe cose, dico sì a tutto e a tutti; poi però, per forza, non riesco a fare niente bene, o abbastanza bene. Nel tentativo di salvare capra e cavoli, di fare questo e anche quello, di stare con una persona senza scontentarne un’altra… ottengo solo dolore, frustrazione, fatica sprecata e dispiacere.
    Mi sento lacerata, tagliata in due.
    Il dedicarsi non può essere parziale; bisognerebbe donarsi interamente. Darsi a ciò che si desidera e superare paure e difficoltà, ostilità ed ostacoli.
    Invece cerco di dividermi tra tutto, sentendomi inadeguata in ogni cosa.

    Spero, continuo a sperare, di essere un giorno completa, di sapere che quello che sto facendo lo sto facendo bene.

  • Presa di coscienza

    Di colpo, un’illuminazione: è paura.

    Non sono svogliata. Non sono irresponsabile. Non sono stronza. Non sono incapace. Non sono frigida. Non sono apatica. Non sono anaffettiva. Non sono cretina.

    Ho solo paura.
    Paura di darmi da fare, di impegnarmi, di rischiare un errore, un no, di non essere abbastanza brava, di risultare antipatica, di lasciarmi andare.

    Stupida, stupida paura.

    Ma con quell’illuminazione, arriva la presa di coscienza della verità; e con essa, la catarsi.
    La paura smette di avere presa su di me ed è costretta a ritirarsi. I muscoli mi si rilassano e finalmente vivo. Serena forse è una parola grossa… Ancora stressata, ma non angosciata. Va già bene.

    Sorrido, godo, vivo.

  • E se anche

    E se anche ho paura, non le giro le spalle; non cerco di non pensarci. Ci scavo, in quella paura, anche se fa male. Perché so che al fondo c’è un tappo che posso togliere per farla scorrere via come acqua sporca: posso far sì che smetta di ristagnare, di marcire in me. Posso ripulirmi e rigenerarmi, e proseguire a vivere senza più quella paura.

    Vedo un’immagine, leggo una frase, e d’improvviso la bocca dello stomaco mi si serra in una morsa. A volte mi viene da piangere da tanto mi fa male; da tanto vorrei scappare via a nascondere la testa sotto la sabbia. Mi viene un nodo in gola. Non so perché ho paura, né cosa vuol dirmi questa paura. Ma so che mi colpisce per un motivo; non importa quanto stupido possa essere, devo trovarlo e cavarlo via da me. Strapparlo. Stapparlo. Svuotarmi e lasciare spazio a quanto c’è di bello e buono in me.

    Una fatica improba; muscoli per l’anima.

  • Sogno

    Stanchissima, mi avviluppo nella coperta nuova appena comprata e mi addormento sul divano. Un sonno ristoratore di cui ho un gran bisogno. Sogno.

    Il vento mi sferza il viso, mentre cado velocissima: mi sono lanciata da una rupe col paracadute. Schizzo come un razzo verso il basso, intorno a me un paesaggio d’incanto: canyon e rocce rosse, il deserto, una piccola strada che scorre sul fondovalle; il sole splende e il cielo è azzurro. Rido, felice: è una giornata magnifica e tutto è meraviglioso.
    Davanti a me volano verso il basso due ragazzi a cavallo di delle mountain bike; penso: caspita, loro sì che fanno una cosa difficile: dopo, planando, devono riuscire ad atterrare su quella stradina laggiù sulle due ruote e pedalare via!
    Ad un certo punto loro aprono il paracadute, che li tira su per la collottola; mi sovviene che è il momento che lo apra anch’io. Con un po’ d’agitazione annaspo cercando la maniglia che ho sul petto, la trovo, la tiro: lo zaino si apre ma il paracadute non esce. Esce a metà, ma si incastra su se stesso, rimane piegato e non riesce a svolgersi.
    Stranamente, non ho paura. Mi rendo conto di cos’è successo e mi dico: niente panico, altrimenti sono fregata; ce la posso fare, devo solo agire con calma.
    In quel momento, ma solo per un attimo, comprendo che è un sogno, e che sta per diventare un incubo. Non voglio.
    Mi batte il cuore nel petto. Alzo le mani e raggiungo il paracadute impaccato, lo sprimaccio, lo spiego e riesco a farlo aprire. Atterro dolcemente e senza problemi, il cuore in tumulto per l’emozione dell’esperienza. Respiro a fondo e mi tremano le gambe, ma sono al settimo cielo.
    Poco dopo, nella sala d’attesa per risalire in cima alla rupe, un amico mi fa: “Ho visto che non ti si era aperto il paracadute, sei stata brava!”; accanto a lui, mia madre sbotta: “Cosa?! Non ti si era aperto il paracadute?!!”; al che io giro gli occhi al cielo e gli dico: “Ehi, grazie per averlo fatto sapere a mia madre, adesso vorrà impedirmi di farlo di nuovo perché avrà troppa paura!”; lui ride.

    Mi sveglio rinfrancata e riposata. Quando il ricordo del sogno mi raggiunge la mente cosciente, resto stupita: quello che poteva essere un incubo angoscioso, è stato invece un sogno di forza e felicità. Perché l’ho voluto; non mi sono permessa di cedere al panico e ho avuto fiducia di farcela.
    Sorridente, caracollo a farmi un caffè; procedo nella giornata come ancora sospesa tra le nuvole.

  • Ricordo della festa

    Mi osservo minuziosamente le cosce e i seni. Terminato l’esame mi rassegno all’evidenza: i segni della festa di sabato scorso sono spariti. I feroci morsi del cane (la bacchetta, non l’animale), così taglienti quando mi si incidono nella carne, hanno cessato di decorarmi con i loro solchi rossi, dolce ricordo di una serata di gioco.
    Così come sono scomparsi loro, mi accorgo di non averne scritto nemmeno una riga.

    Un’amica di facebook mi scrive: ho visto che durante la festa sei stata molto coccolata.
    Sorrido: sì, coccolata con la frusta e la cera rovente. Blandita con il vibratore e accarezzata dalle mani del Padrone e della Lady: quattro mani su di me per un duetto al pianoforte, mi hanno fatta risuonare secondo la loro melodia. Spero che i miei gemiti e strilli siano risultati graditi all’orecchio, i miei spasmi piacevoli all’occhio.

    Passo ancora la mano sulla pelle liscia e intatta, la mente che torna alla festa.
    Mi accorgo che i segni non sono semplicemente spariti: sono stati riassorbiti dal mio corpo, che li ha inglobati e accolti come sul momento ha accolto il dolore; ora sono dentro di me, trasformati in ricordi, in sensazioni, in tessere aggiunte al puzzle di me stessa.
    Non scompariranno mai.