subservientspace

for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Orribile

    Mi torna di nuovo quella terribile, orribile sensazione di essere sbagliata; che ci sia in me qualcosa di connaturato, di intrinsecamente errato. Perché se vengo relegata in un angolo, ignorata così a lungo, incompresa, richiesta di continue spiegazioni che non riescono mai ad essere esaustive… allora devo essere io che non sono in grado di farmi capire, di essere accettata, accolta. Sono io che sono la feccia della terra e tale devo restare.
    Mi abbruttisco in questi pensieri e scavo, scavo nella mia fossa di odio di me stessa per arrivare ad un fondo che forse non esiste.

    Poi, in un mattino coperto spazzato dal vento, le nubi si squarciano e lasciano vedere il sereno.
    Bastano meno di 140 caratteri a far uscire di nuovo il sole; e il mio cuore torna a crogiolarsi al calore dei suoi raggi.

  • Osare

    da Il Collezionista di Rancori

    Osare toccarLo. Allungare un dito, una mano, spostare il peso sull’altro piede; strusciarsi sulla Sua gamba passandoGli accanto a quattro zampe.
    Un tocco furtivo, una carezza rubata; col cuore in tumulto, pregando di non venire scacciata, ripresa, redarguita. Assaporare quel contatto e la gioia struggente di non venire respinta.

  • Io ho troppa fame

    Ho troppa fame
    troppi desideri
    e questi desideri mi
    s c a v a n o
    dentro
    mi consumano
    Se non vengono soddisfatti
    mi mangiano
    pezzo a pezzo
    e io mangio tutto il cibo che trovo
    per riempire questo vuoto dentro di me
    il vuoto della caverna
    scavata dal mio desiderare insoddisfatto

    Ci provo
    Ci provo a non farmi aspettative
    a divenire ricettiva, pacata
    ad attendere ciò che verrà senza proiettarmi in avanti
    Giuro che ci provo
    ma è più forte di me
    Anelo
    mi getto sul banchetto coi denti snudati, avida
    sbavando
    una leonessa fuori controllo
    Voglio, voglio, VOGLIO

    E più voglio
    meno ottengo.
    La mia soddisfazione si allontana sempre più dalla mia portata
    L’albero ritrae i suoi rami
    e ride della mia fame

    O imparo davvero, dolore dopo dolore, insoddisfazione dopo insoddisfazione, a sopire questo mio desiderare incontrollato, vorace, a lasciarlo a cuccia, oppure impazzirò.
    Ma ogni volta che ottengo, invece, ciò che desidero, ogni volta che mi viene concesso, la FAME si risveglia rinnovata, feroce, insaziabile, crudele; e non smetterei più.
    Torna a dominarmi, incontrastata, la Voglia.

  • Ignore

    Ascolto il Suo silenzio e spero che mi riempia.
    Le emozioni salgono a ondate dentro di me: momenti di quiete, poi d’improvviso angoscia, paura, accettazione, rimorso, rassegnazione. Sentimenti di mancanza. Malinconia, nostalgia, tristezza. Euforie ingiustificate istantanee effimere.
    Silenzio.
    Solo silenzio.
    Vado a cercare segni del Suo passaggio online; ne seguo le tracce, guaendo come un cane sfuggito al guinzaglio incapace di ritrovare il suo Padrone.
    Cerco di alzare la mia percezione della punizione, smettere di autocommiserarmi ed accettare il peso che devo portare, nella consapevolezza del mio errore.
    Penso a Lui, al Suo sguardo quella sera; lascio che lo stomaco mi si contorca nel pensiero di avergli causato dolore e rabbia; di averlo deluso.
    Imploro e supplico davanti a un muro di silenzio. Cerco che quel silenzio mi colmi e riempia il vuoto dell’attesa.

    Ho ancora il Suo collare al collo, per ora: è qui. Lo sento.
    Anche il Suo silenzio è un Suo segno.
    Chiudo gli occhi; respiro; attendo.

  • La percezione della punizione I

    Ci sono purtroppo quei giorni tremendi, incalzanti, in cui ti piove sempre sopra e tutto va storto, quando tutta una serie di circostanze, di impegni improvvisi, di idee balzane dei capi al lavoro, di qualsiasi cosa, ti fanno saltare i progetti che avevi.
    Quando quel progetto era passare il pomeriggio dai Padroni, la catena scende così veloce che brucia come la corda di una tapparella che sfugge di mano.
    Seduta da sola in macchina, in un paesino in mezzo al niente, con il completo intimo bello e gli stivali coi tacchi, rimugino.
    Mi pesa un peso sul cuore e mi viene da piangere un pianto di rabbia, di capriccio, di bambina che pesta i piedi e grida: non è giusto, non è giusto! Mi sento punita, beffata. Con tutta la fatica che faccio, l’impegno che ci metto, non solo non ottengo ricompensa ma mi viene tolto ciò che mi spetta – il mio tempo col Padrone. Percepisco di stare subendo una punizione ingiusta che mi brucia dentro come fuoco.
    Poi respiro, leggo il messaggio del Padrone, mangio qualcosa ché sono in calo di zuccheri da morire. Inspiro a fondo l’aria tiepida di questo autunno così mite e bello, un’aria di foglie secche e vento; le nubi un po’ si aprono e lasciano sfogare il sole.
    Non è una punizione. Nessuno mi sta punendo. E’ solo sfiga; capita. Ma nessuno ce l’ha con me. Non c’è nessuna ingiustizia.
    Rasserenata, riprendo il mio lavoro; mi rimbocco le maniche e attingo alla mia riserva di grinta, che ne ho bisogno.
    Domani, domani sarà un altro giorno, ed il mio Padrone so che mi attende.

  • Boicottarsi

    Serata di chiacchiere al pub tra taralli, noccioline e una birra; io (sub/slave), due Dom, una switch. Tra loro, iniziano a parlare di come gestire un sottomesso qualora esso si riveli pieno di ansie, paure, paranoie.
    D’improvviso, mi rendo conto che non voglio più saperne niente; non vorrei più sentirli. Mi sembra di vedere un mago che svela i suoi trucchi, rovinandomi la magia.
    E poi penso: sono anche io patetica nel modo in cui dicono possa esserlo uno schiavo nelle sue seghe mentali, nei suoi complessi? Con angoscia, mi accorgo di combaciare con le loro descrizioni, tanto che per un attimo penso stiano parlando di me come se non fossi presente.
    Sono anche io come dicono: mi auto boicotto per fallire nei miei compiti, per dimostrare a me stessa e al mondo (e al Padrone) che non posso farcela, che sono la fallita che sono convinta di essere, e che per questo non merito che di essere abbandonata.
    Ecco dunque spiegata la mia fame nervosa. Mangio compulsivamente per ingrassare, per dimostrare che non posso essere magra e bella perché non lo merito, devo essere intrinsecamente brutta e grassa; prendo peso per fallire la prova della bilancia dal Padrone,  per essere punita per aver pensato di poter essere degna.
    Una parte di me mi odia e fa di tutto per farmi del male.
    Guardo i miei amici; li ascolto confrontarsi, concordare nell’interpretazione di questo comportamento: uno si auto boicotta per paura, paura di un rapporto intenso e coinvolgente nella convinzione autolesionista di non meritarlo, nella bassissima autostima di non meritare nulla. Paura di lasciare il controllo.
    “Che stress – commentano – dover togliere spazio al gioco per delle paturnie; non sarebbe meglio lasciarsi andare, affidarsi e divertirsi?”
    Li osservo inorridita: sono anche io così. Così facile da capire, così banale nei miei processi psicologici, così prevedibile nell’agire le mie ansie. Così stressante.

    Da una parte, mi sento una merda.
    Dall’altra, voglio assolutamente smettere di sentirmi una merda a questo modo, per non essere più commiserata da alcun Dom, per non infliggere più una simile menata infinita di seghe mentali e paranoie al mio Padrone.

  • Forza incatenata

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    Ecco, questa immagine (trovata su facebook nella pagina BDSM) ben rappresenta come vorrei essere, uno degli innumerevoli aspetti che vorrei avere.
    Una donna muscolosa e potente; una schiava incatenata. Forte per poter lavorare per il Padrone, per essergli utile, per essere usata da Lui. La mia forza allora non sarebbe fine a se stessa, vuota; sarebbe legata a Lui. Trattenuta dalle Sue catene per essere rilasciata, dosata secondo il Suo desiderio, la Sua necessità, il Suo diletto. La Sua difesa. Orgogliosa di essere Sua.

    Cagna lo sono; ma non sono un chihuahua da portare in borsetta. Sono un rottweiler e sono al Suo fianco, ai Suoi piedi, pronta al Suo comando.

  • Avatar

    C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
    Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
    Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
    Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
    Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
    Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
    E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.

  • Bambina

    Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
    Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
    Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
    Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
    Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
    Forse sono solo paure.
    E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

    Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

  • Ancora nel bosco

    Ripensando a quanto scritto.
    E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
    Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
    Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
    Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
    Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto.