subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Anedonia

    Ancora una volta nella mia vita, come sempre quando ci sono tensioni emotive, stress e decisioni, torno a pensare che l’unica cosa buona da fare sia chiudere tutti i rubinetti: della comunicazione, delle emozioni, della mia capacità di dare, dell’empatia, di tutto. Chiudo tutto, e lo chiudo in ogni aspetto della mia vita – perché a quanto pare non sono fatta a compartimenti stagni, ed il rubinetto è uno solo.
    Vegeto in divano, apatica; scelgo l’anedonia.
    Con gli altri affetto tranquilla serenità, normalità; è facile fingere di stare bene da dietro il piccolo monitor di un cellulare. :) :) :)
    E proprio quando ho quasi deciso di chiudere del tutto – ed in realtà mi dibatto per liberarmi da queste pastoie che mi imprigionano in un’inazione odiosa e appiccicosa – capisco che invece l’unica cosa davvero sensata da fare è aprirmi completamente. Accettare la totale vulnerabilità come vera armatura invincibile, arrendersi per continuare a combattere. Accettare di soffrire per poter sentire.
    E’ una cosa che continuo a scoprire, nella mia vita, perché continuo a dimenticarla: quando hai paura apri, non chiudere.
    Questo non fa passare la paura, ma placa il cuore in tumulto nella consapevolezza di avere, almeno, dato tutto quello che potevo dare. Quando sto male, è perché non ho dato abbastanza, non perché (come talvolta mi convinco) non ho ricevuto abbastanza.

  • Ritorno

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    Non so se abbia solo dimenticato di togliermelo prima che andassi via, o se me lo abbia lasciato addosso apposta, perché lo indossassi invece che conservarmelo in borsa fino a casa, come in passato.
    Ma sono stata zitta e l’ho avvolto nella sciarpa, e lì lo tengo, come un piccolo animale vivo, da proteggere. Lo sento che mi cinge il collo e la sua presenza mi scalda il cuore.
    Sono stata via a lungo. Quanto tempo è passato? Non so bene, forse non mi interessa saperlo. Mi sento tornata e tanto basta. La mia cuccia è lì, è sempre stata lì: in uno spazio della mente, del sentire, più che in un luogo fisico; e sono tornata. Mi è stato concesso di tornare.
    Ora riposo.

  • Pilates

    Lunedì mattina; sonno, doccia, caffè e vado a pilates. Non mi esalta, ma mi è necessario per placare il mal di schiena. Una lezione individuale a settimana.
    Una lezione, due, tre. Inizio a familiarizzare con gli esercizi, con le macchine. L’istruttore è un ragazzo alto e simpatico; anche lui ha un’aria sonnolenta il lunedì mattina, ma è molto bravo e mi segue passo passo negli esercizi, spiegando e puntualizzando i movimenti perché li esegua al meglio, affinché siano efficaci.
    “Fletti i piedi; giù quelle spalle; tieni il bacino attaccato alla macchina; dentro quella pancia; apri, spingi, richiudi con controllo; rilassa le spalle; premi forte a terra con le mani; scava dentro la pancia; di più; tieni giù il bacino; chiudi le costole; lavora qui dietro, tieni giù le spalle; scava di più la pancia; dai, bene; di più”.
    Mi tocca dove devo tirare, flettere, spingere, rilassare. Ha il tocco professionale di chi lavora coi corpi delle persone: un tocco forte e preciso ma impersonale, mai intimo. Non mi sento molestata, affatto. Mi tocca per aiutarmi, e mi tocca i deltoidi, i trapezi, gli addominali: mi tocca i muscoli, non tocca me. La sua voce è forte e perentoria. Cerco di eseguire gli esercizi al meglio. Lo sforzo, oltre che fisico, è mentale nel cercare di isolare i gruppi muscolari.
    Poi, una mattina.
    “Appoggia qui i piedi; afferrati con le mani; raddrizza la schiena e cresci; cresci qui, tra le costole ed il bacino; no, tieni giù le spalle; allunga il collo; cresci, allunga; allontana le spalle dal collo, forza”.
    La sua mano mi scorre sul collo, da sotto in su, e mi afferra per i capelli. Mi tira la testa verso l’alto, tenendomi per i capelli piano, senza farmi male, ma con decisione. “Allunga il collo, cresci”, dirige.
    Io sento la pelle del collo incresparsi. Un brivido silenzioso mi percorre. Stringo le labbra e cerco di concentrarmi sull’esercizio, finché non mi lascia andare e passiamo ad altro.
    Dopo, cammino un po’ di traverso, lentamente. Malinconica.
    Mi manca così tanto, che pure questo tocco così professionale, così tecnico, mi ha trascinato con sé nel momento in cui mi ha presa per i capelli. Un desiderio di dominazione, di essere presa e strattonata; un desiderio forzatamente sedato, obbligatoriamente rimandato per gli impegni di lavoro. Un desiderio che c’è, che ho, che mi appartiene. Anche se a volte faccio finta che non ci sia.

  • Tornata

    “Bentornata”

    Due abbracci, la stessa parola.
    Due momenti che infine penetrano la scorza dura che mi sono fatta, che mi sciolgono il cuore e le difese.
    Due momenti uno più inaspettato dell’altro, e per questo tanto più significativi.
    Adesso mi sento meglio. Certo, lo so che avrò altri momenti di insicurezza, di dubbio. Ma mi sento tornata, e mi sento bentornata.
    Saprò restare a cuccia.

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  • Allo scatto della mezzanotte

    La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
    Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
    Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
    Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
    Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
    Pensa in ruolo.
    Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
    Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
    Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

  • Ricominciare da capo

    Non da zero.
    Da capo.

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  • Porno

    Apro tumblr e le gif rotolano nel loro brevissimo loop davanti ai miei occhi.
    Scorro via veloce le immagini bdsm, tutte queste ragazze legate, piangenti, colanti; i seni colpiti, pieni di mollette e di cera; i sederi rossi, segnati, sanguinanti. Scorro via. Passo al porno, quello normale (“normale”…), quello dentro-fuori. Sorpasso le foto di sessioni, di umiliazione, di dolore inflitto e goduto.
    Quasi non le voglio vedere. Non ci voglio pensare.
    Cerco di non leggere i post scritti, quelli che parlano di rapporti D/s, sottomesse che cantano le lodi del loro Padrone, Padroni che sorridono condiscendenti alle loro cagne, carezze virtuali dopo i colpi.
    Eppure l’occhio si ferma, inciampa. Mi ritrovo ad osservare quella carne che trema, quello sguardo di terrore così agognato. Mi entrano negli occhi parole di devozione, di soddisfazione.
    Allora quell’esercizio fisico aerobico e coreografico del porno mi annoia. Guardo carne che entra ed esce e sbuffo. Guardo uomini appollaiati in posizioni oltremodo scomode per portare i genitali a favore di telecamera e mi chiedo come possa piacergli. Guardo sederi che rimbalzano e certo che mi eccito: ma fino lì.
    Poi torno a osservare con bramosia i segni lasciati dalle mollette, i solchi del cane, il rossore diffuso delle sculacciate.
    E mi manca. Anche se mi immergo nella quotidianità e non ci penso, se cerco di fare mille cose e non avere nemmeno un minuto libero, e se ce l’ho lo riempio con facebook o col cibo, alla fine dei conti, la sera, da sola davanti al pc, pur recalcitrante lo ammetto a me stessa. Sì, mi manca.
    Mi manca il vortice di sensazioni, il lasciarmi andare, il dimenticare me stessa, il cervello che si svuota, la carne che urla, il cuore che si riempie per un Suo mezzo sorriso. La gioia di averLo reso soddisfatto del gioco. Di essere stata un buon giocattolo. E nell’esserlo, essermi lasciata travolgere senza più controllo.

  • Treno

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    Li ho conservati tutti.
    O almeno quasi tutti, credo. Forse qualcuno l’ho perso, tra una borsa e l’altra, dietro qualche mobile; e qualcuno, più legato a ricordi o eventi, non è nella busta, ma graffettato nella mia agenda – evoluzione e permanenza di un adolescenziale “attaccare sul diario”.
    Ogni viaggio, che fosse da loro o ad una festa; ogni ritorno. Infilare i biglietti nella busta con un brivido, un sorriso, una smorfia, un groppo in gola; mai con indifferenza. Non in ordine, ma mescolati, come sono dentro di me gli eventi legati a quei viaggi. Una busta di ricordi, di emozioni, di esperienza. Di condivisione.
    Non dimentico, non voglio dimenticare.
    Vado avanti, a volte vorrei tornare indietro.

  • FSOG is not BDSM

    Ok, mi rassegno e ne parlo anch’io.
    Ho letto in questi giorni infiniti commenti ed infinite critiche all’ormai famoso 50 sfumature. Non ho trovato neanche mezza riga a favore, devo dire. La cosa che mi consola è che praticamente dappertutto si dice non solo che è scritto male e che il film è pure peggio, ma soprattutto che quella roba non è bdsm. Se non altro, spero che servirà a diffondere un po’ di cultura su cosa è/non è il bdsm. Spero. Sono ottimista. Ci provo.
    Una cosa che ancora non ho letto, nelle varie critiche, è una riflessione che mi è sorta spontanea parlandone con mio marito. Visto che ancora non l’ho letta in giro, la scrivo io, così aggiungo i miei 2 cents.
    Nella mia umile opinione il grosso problema di fsog (fifty shades of grey) è che non è presentato come semplice fantasia.
    Io spesso faccio fantasie diciamo sadomaso. In queste fantasie subisco di tutto, anche un po’ oltre l’umanamente praticabile. In quanto fantasie, tuttavia, nessuno si fa male veramente e non è necessario che tutto sia dichiaratamente consensuale. Perché accade nella mia mente: nella mia fantasia chi mi domina sa perfettamente cosa voglio e cosa no, cosa mi piace e cosa no, eccetera: per forza, è egli stesso una parte di me! Non devo immaginarmi di spiegargli i miei limiti, o di firmare un contratto, o di definire una safeword. E’ tutto superfluo, tanto è pura immaginazione.
    Ecco: se fsog fosse una lunga fantasia, in cui lui è bellissimo ricchissimo fichissimo eccetera e lei è travolta dalla sua presenza ferina eccetera, tutto bene. Uno può immaginarsi un po’ quello che gli pare, se la/lo eccita. Lasciamo da parte il problema che poi sia scritto male. Se fosse coerente in se stesso, nel suo contesto di fantasia di dominazione crudele e totale, in cui lui è cattivissimo senza dover cercare giustificazioni psicologiche dozzinali come i traumi infantili, e lei resiste e soffre ma si capisce che in fondo le piace, sarebbe a posto. Magari potrebbe anche essere eccitante, perché no.
    Invece. L’autrice ha pensato bene di calare la cosa in un contesto realistico. Ha inserito elementi di bdsm vero (probabilmente letti su wikipedia) come il contratto. Ha delineato una protagonista che si capisce che *non* le piace il tutto. E poi ha creato situazioni in cui il consenso viene estorto.
    SBAGLIATO.
    E’ questo, secondo me, il problema grosso legato a fsog. S’è tirato in ballo il bdsm, quello vero, a sproposito. Ed ora tocca metterci una pezza e andarglielo a spiegare a tutti, che quello non è bdsm; anche a quelli che del bdsm non frega nulla, che pensano sia da malati, che vogliono frugare in un torbido che è tale solo ai loro occhi disinformati ed ignoranti.

  • Comprensione


    Royksopp – The understanding – Triumphant

    Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
    La comprensione mi rende trionfante.
    Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
    Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
    Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
    Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.