Sono una persona che chiede tanto, me ne rendo conto solo ora – e spero che saprò mantenere questa consapevolezza e metterla a frutto.
Sono rimasta offesa o addirittura arrabbiata quando mi sono sentita defraudata di un mio diritto, sentendo di venire ignorata o di non ottenere TUTTO quello che mi spettava (o che credevo mi spettasse). Mi sento troppo facilmente lasciata da parte, anche se non è così.
Poi incontro le persone di cui sono gelosa o invidiosa, quelle che accuso di accusarmi, di privarmi di ciò che deve essere mio; e scopro che non solo non stanno affatto complottando ai miei danni, ma stanno persino ottenendo molto meno di ciò che ottengo io.
Mi viene così di colpo rivelata tutta la mia ingratitudine, la mia incapacità di accorgermi di ciò che ho e gioirne, invece di guardare sempre ciò che mi manca. Mi sento sbattuta in faccia l’inutilità di tutto il tempo che perdo a recriminare nella mia testa contro un nemico inesistente.
Mi mortifico di questo mio essere così poco umile.
Devo smetterla di preoccuparmi, di pestare i piedi e di sentirmi offesa come se quello che accade fosse un privarmi di un qualche mio inalienabile diritto.
Mi scopro capricciosa, presuntuosa e viziata.
Ma sono grata di questa nuova consapevolezza, che mi permette – ora sì – di essere grata anche di ciò che ho.
Categoria: riflessioni
-
In/gratitudine
-
Il mio posto
C’è un posto per me, ed io so qual è.
E’ un posto in basso, un posto in cui non ho il permesso di alzare lo sguardo. E’ un posto che mi fa sentire bene, pacificata, al sicuro.
Ogni tanto lo dimentico: mi siedo sulle sedie, rispondo in modo sfacciato, o spero di ottenere più di quanto mi è dato. Dimentico dove è giusto che stia, dove sto davvero bene.
Il mio posto mi viene ricordato con facilità; basta uno sguardo, una parola, un gesto; un silenzio, anche. Oppure me ne rendo conto da sola, e torno a cuccia con le orecchie basse e la coda tra le gambe. Mi accoccolo e torno tranquilla, rinchiusa e racchiusa.Ora sono qui: mortificata, dispiaciuta.
Non voglio andarmene dal mio posto; desidero solo che mi sia concesso restarci. -
Disclaimer
Quello che io scrivo qui sono mie sensazioni, mie riflessioni, mie impressioni. Sono esperienze, emozioni, desideri. Questo blog è un contenitore per una parte della mia vita – quella che voglio raccontare. La esprimo in un modo che sia coerente con ciò che sento, che sia sincero e che sia (spero) piacevole da leggere, anche per chi non vive/condivide questa mia vita.
Quello che questo blog non è, è una lista della spesa di richieste sottintese al mio Padrone.
Il fatto di scrivere di ciò che scrivo non è un modo di tirare per la giacca il mio Padrone per farmi fare quello che voglio. Non ci sono pretese, solo sensazioni.
Piuttosto è vero il contrario: se scrivo che desidero qualcosa, è più facile che non l’otterrò mai. Perché svelandomi qui apertamente consegno nelle mani del mio Padrone tutte le mie debolezze, tutte le leve su cui lavorare su di me, tutta la verità del mio cuore esposto.
Rivelare un desiderio credo sia ben diverso dal sottintendere una richiesta.Qualora la mia scrittura rivelasse una richiesta implicita, preferirei io stessa di gran lunga che non venisse soddisfatta. Perché sarebbe un comportamento indegno di una schiava; sarebbe manipolatorio e subdolo e disonesto, ed io mai nella vita vorrei comportarmi così. Se lo facessi (di certo inconsciamente) allora vorrei essere rieducata e corretta, non accontentata.
E io confido e so che il mio Padrone sappia bene come gestirmi. -
Scappatoie
Prendo un sorso della sua.
Una radler con molta limonata.
Un assaggino dal bicchiere dell’amico.
Non è proprio una trasgressione. No? Non ho davvero davvero disobbedito. E’ un peccato veniale; una bugia a fin di bene. Suvvia.
Me la racconto tra me e me, cerco di giustificare a me stessa la mia condotta; tanto, se non lo dico, il Padrone non lo saprà mai. Anche se, in realtà, sento sempre il Suo sguardo che mi segue. Anche se non lo viene a sapere lui, lo so io, che mi comporto male, o in un modo liminale. E ci sto male. Mi sento in colpa.
Vado in cerca di una punizione, forse; perché mi sento in qualche modo indegna, ma non per il sorso di birra rubato (quando mi è vietato bere alcolici): quello è un trigger per scatenare la punizione. Mi sento da punire per qualche mia qualità intrinseca; perché sono cattiva, o brutta, o qualcosa del genere.
Eppure, me l’ha detto anche il mio Padrone: non ho nulla di cui punirmi. Non devo abbuffarmi, farmi male: non merito nessuna punizione.
Eppure, eppure: mi sento sempre che invece sì, che devo soffrire, sentirmi una cacca perché non merito di meglio. E mi rendo conto che è assurdo, che non ha senso, che non è giusto, che ho molte buone qualità (e ve le potrei enumerare senza falsa modestia), che i miei difetti non sono niente di tragico o irreparabile, eccetera eccetera… ma talvolta (spesso) è più forte di me.
Forse, fare queste mezze disobbedienze è un modo per dimostrare a me stessa che no, non sono da punire. Infatti, di rado lo sono per queste cose. E’ vero: faccio cose che non sono del tutto corrette, ovvero ho dei difetti; ma questo non vuol dire che sia sbagliata.
Di certo sono contorta però… -
Drop
Chissà cosa passa per la testa agli Space Marine mentre vengono scaricati col drop pod.
Nelle navi imperiali questi immensi soldati, l’elite dell’Imperium, selezionati e migliorati geneticamente e inseriti nelle loro gigantesche armature potenziate, salgono nelle capsule che li scaricheranno violentemente sul pianeta designato, dove di sicuro dovranno combattere contro mostri ed abominii. Di certo durante la ripidissima discesa non pensano a nulla, o pregano il Dio Imperatore, o si caricano per l’imminente battaglia.Io invece, quando discendo dal subspace, quando torno indietro dal mio spazio di slave, non riesco mai ad arrivare a terra altrettanto carica.
Precipito con violenza sulla superficie della quotidianità, mi schianto e a fatica sono in grado di uscire dal sub drop. Arranco sul suolo cercando di ritrovare la potenza della mia armatura di slave.
Sono giorni affannosi in cui tutto mi si carica sulle spalle e non mi sento in grado di fare nulla, o di farlo bene; anche il sole mi deprime ed il compito più semplice diventa insormontabile.
In questo stato, tutto mi pare confermare che sono una creatura indegna.Datemi un Requiem…
[©Games Workshop. Vogliate scusare questa intromissione di nerditudine…]
-
Dialogo interiore
Ogni minuto del mio tempo libero, ovvero del tempo che non ho occupato dal fare qualcosa, discuto. Non con qualcuno: con la mia testa.
Nel mio cervello si affollano persone – o meglio, la versione di loro che ho nella mia testa – e ci faccio lunghe e complesse conversazioni. Possono essere amici, parenti, conoscenti o anche il lattaio o l’automobilista appena incontrato.
Di solito il dialogo inizia con l’altro che mi accusa di qualcosa, di qualche mancanza, errore, disattenzione, o addirittura di lati del mio carattere che non vanno bene. Mi rinfaccia cose che ho fatto o che non ho fatto, o che lui pensa che abbia fatto. Io allora mi difendo, ribatto, argomento in mio favore.
Se l’interlocutore è una persona a me vicina (il marito, la mamma, eccetera) visualizzo il suo viso, sento la sua voce e parla con un tono e con espressioni che gli sono proprie. Questo non significa, tuttavia, che mi abbia mai detto le cose che immagino mi dica; magari potrebbe dirmele, ma più probabilmente non me le direbbe mai. Nella mia versione interiore di queste persone, sono tutti stronzi e antipatici e mi trattano di merda. Cosa che *non* combacia con la realtà.
La discussione è estenuante. Sembra procedere di vita propria e non riesco ad interromperla facilmente. Non me ne posso andare: è tutto nella mia mente. In teoria, proprio per questo dovrei avere un controllo assoluto e fermare il dialogo quando mi pare; invece, prosegue in sottofondo come una tv dimenticata accesa.
Lungi dal darmi forza, la litigata che sostengo in mio favore mi abbatte il morale. Sebbene combatta per difendermi, le accuse che mi vengono rivolte mi distruggono.
In effetti, però, nessuno mi sta trattando mae; nessuno mi accusa; nessuno mi contesta. Sono io stessa a farlo. Incarico un personaggio altro di portare avanti la pubblica accusa, ma non si tratta di altri che di me stessa: è tutto nella mia testa. Mi auto massacro l’autostima.
Poi ovviamente rimango risentita e triste nei confronti della versione reale del mio interlocutore, sebbene mi renda conto che non ha davvero fatto nulla. Anzi, spesso mi sostiene, al contrario della sua versione immaginaria che incarico di darmi addosso.
Si tratta, alla fine, di Programmazione Neuro Linguistica. Più mi insulto, più mi convinco di essere una persona da insultare e denigrare. Dovrei imparare a girare a mio favore l’immensa potenza di questa mia capacità immaginativa, per caricarmi e darmi forza, invece che per segarmi le gambe.
Non ho una conclusione per questa riflessione; sto ancora discutendo. -
La me stessa forte (delirio)
Quando mi trovo vicino a qualcuno che si trova in un momento di debolezza – qualcuno triste, arrabbiato, spaventato, intimorito – allora divento d’improvviso calma, focalizzata, forte.
Tutto mi si dipana davanti con chiarezza. Ogni difficoltà diventa perfettamente affrontabile; nulla mi è più precluso. Di colpo mi sento invincibile, capace di tutto. Divento supportiva, sicura di me. Cerco di infondere coraggio, ottimismo; sdrammatizzo senza fatica le stesse cose che, quando sono debole, mi massacrano. Minimizzo i problemi, dò buoni consigli che io in prima persona non saprei seguire.
Smetto magicamente di avere paura.
Per aiutare chi ho vicino, salterei nel fuoco. Mi prendo in carico la paura degli altri, scartando la mia.Sembro non credere di meritare quanto meritano gli altri.
Per me stessa non riesco ad essere forte, a volte non voglio; ma datemi qualcuno da difendere, e diventerò un leone.
Mi assumo il compito – non richiesto – di salvare o risolvere la vita a chi mi è accanto. In questo modo mi ritrovo invischiata in responsabilità che non mi competono affatto, e il mio senso di forza – il mio delirio di potenza – finisce sprecato. Torno a precipitare nell’autocommiserazione perché non riesco a gestire una cosa ingestibile, una vita altrui.Ho energie nascoste che rimangono precluse a me stessa, che faccio esplodere a caso attorno a me, che investo in modo cieco.
Davvero ho bisogno di maggiore consapevolezza di me. -
La me stessa debole (rantolo)
Io non credo di meritare di stare bene e sentirmi forte. Se mi sentirò forte temo che dovrò arrangiarmi e non potrò, non saprò più affidarmi; ho paura di perdere me stessa perché penso che me stessa = debole.
Mi inquieta di più il pensiero di non avere punti fermi piuttosto che il fatto che il mio principale punto fermo sia che sono un disastro.
Se sto bene e mi sento forte, in breve si fa strada dentro di me la convinzione che non durerà, non può durare; che presto starò male di nuovo, dovrò stare male perché sono sfigata e sono condannata ad esserlo – quindi mi adopero io stessa per tornare a star male. Invece di rafforzarmi e incoraggiarmi a capovolgere questa stupida convinzione, a dimostrare a me stessa quanto valgo.
Penso: ho fallito già più volte: questa è la prova che fallirò ancora.Vorrei che qualcuno da fuori mi risolvesse la vita, e sono perennemente offesa col mondo perché non accade; eppure, non sono disposta a cedere il controllo né a dar retta a chi dei buoni consigli me li dà.
Perché questi buoni consigli sono di solito di prendere in mano con forza le redini della mia vita e guidarla; tutti hanno fiducia nelle mie capacità, tranne me.Forse forse, almeno un piccolo dubbio potrei farmelo sorgere.
-
Secretary
Ho cercato un Padrone, l’ho voluto. Quando ho incontrato una persona valida, ci ho parlato, l’ho conosciuto; sapevo cosa desideravo (più o meno) e che era meglio avere elementi per scegliere bene a chi affidarmi. Ho acconsentito consapevolmente a sottomettermi, ad accettare la Sua guida, il Suo dominio. Ho scelto Lui; Lui ha scelto me; gli obbedisco perché so che posso fidarmi, che non farà il mio male, non mi sminuirà. Certo mi umilierà e mi farà provare dolore; ma in un modo Sano, Sicuro, Consensuale.
La mia indole naturalmente sottomessa mi porta però talvolta a confondermi. A fidarmi a caso. A permettere che mi venga fatto del male. A non vedere che c’è chi pone richieste non dette, subdole.
Così, un uomo manipolativo, fanatico del controllo, inconsapevole di sé, è stato in grado di rigirarmi. Di mettermi addosso dubbi; di chiedermi di più di quanto potessi dare e di indurmi a darglielo. Mi ha chiesto di non porre domande, di eseguire e di obbedire; di “lasciarmi guidare”, così ha detto. E io ho dubitato di me stessa; ho titubato. E gli ho creduto. Ho pensato che fosse un riverbero del mio rapporto D/s; che dovessi, potessi traslarlo anche nella vita quotidiana.
Ho sbagliato.
Perché non c’è stata contrattazione, non c’è stata consensualità. L’obbedienza che mi ha chiesto non era per guidarmi, ma per farsi servire. Il dominio che ha voluto esercitare non era illuminato dalla saggezza, né dalla consapevolezza di sé; era cieco ed egoista.Ora andarmene è difficile perché mi ha lasciato addosso una patina di sensi di colpa, di dubbi, di senso di inadeguatezza; mi ha blandita e mi ha indebolita. Mi ha portata a desiderare il suo consenso, la sua approvazione. Mi convince ancora adesso di essere io quella sbagliata, quella che lo ha tradito.
A me piace lavorare dando tutta me stessa anche oltre l’orario di lavoro, amo rendermi utile e che mi venga detto “brava”; ma se non mi licenzia lui, dò le dimissioni io. Perché ci sto lasciando il fegato, e questa malintesa “sottomissione” mi fa stare solo male – segno inequivocabile che non è tale, ma sfruttamento.
-
Mentalità
Ho studiato teatro, l’ho frequentato e ci ho lavorato. Una delle prime cose che mi è stata insegnata è: diffidare di chi si autodefinisce “artista”. Proclamarsi tale da sé dimostra, più che un’indole effettivamente artistica, una notevole presunzione. Specialmente in teatro, una persona di scena deve saper dimostrare l’umiltà di mettere il proprio ego da parte, per potersi caricare addosso la maschera, il fantasma: il personaggio. Ponendosi l’attore in modo arrogante, il personaggio non si lascerà portare, conducendo il presuntuoso a fare una ben magra figura.
Certo: ogni tanto, al mondo, arriva un Picasso che può permettersi di sboroneggiare perché in effetti è Picasso. Ma in linea generale uno che si dichiara artista è più spesso che no un pallone gonfiato. (Anche Picasso era parecchio stronzo, però poi come artista almeno valeva).
La cosa peggiore di persone così è che si sono create un’immagine di sé che le ritrae come eroi della loro stessa vita. Loro soli sono i Buoni, mentre il resto del mondo cattivo non li capisce. Ne deriva che loro sono nel Giusto, e gli altri no. Di conseguenza, sono convinti di essere persone migliori di quanto poi in realtà non siano.
Sostengono di avere una mentalità estremamente aperta – ehi, sono artisti, dopotutto! Persone maledette, che vivono ai margini, pazze, creative, eccetera. Ma messi alla prova dei fatti, spesso questa mentalità risulta aperta solo per se stessi, o per le cose che condividono. Tutto il resto è sbagliato – anche se faticano ad ammetterlo; piuttosto cercano di rigirare la frittata a loro stessi, convincendosi che la loro chiusura mentale non è bigottismo, ma… una presa di posizione politica, un gusto personale, bla bla bla. Scuse.
E’ il discorso del becero razzista che inizia con “io non ho nulla contro i negri, però…”La stessa cosa spesso capita tra le minoranze sessuali; gli omosessuali guardano con sospetto i bisessuali, ad esempio, o tra quelli che fanno sadomaso ci sono bigottismi trasversali verso determinate pratiche, determinati comportamenti, determinati modi di vivere la propria specifica perversione. Si finisce per fare dei distinguo per cercare delle giustificazioni per sé: ok, io sarò anche pervertito, ma non farei mai questo o quello, quindi sono migliore di chi invece lo fa.
Mi chiedo se sia possibile avere davvero una mentalità aperta, accettare che altre persone facciano cose che noi non condividiamo (sempre s’intende in modi rispettosi e consensuali). Se si possa davvero vivere e lasciare vivere. Perché talvolta mi sembra che gli uomini abbiano un bisogno quasi fisico di chiudere almeno uno o due scomparti della propria mentalità, per salvaguardare qualcosa di sé che temono vada perduto; che cosa sia, e se davvero andrebbe perduto, non lo so.
So solo che più apro la mia mente, più essa si ossigena, respira e si amplifica. Lasciando andare le mie paure, aprendo i cancelli, non è scappato niente di me; piuttosto si è liberato, rendendomi una me stessa più consapevole, completa e vera.


