subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Army of me

    Alzati
    Devi gestirti
    Non sarò più
    Solidale

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei a posto
    Non hai nulla di sbagliato
    Sii autosufficiente per favore!
    E mettiti al lavoro

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei da solo adesso
    Noi non ti salveremo
    La tua squadra di soccorso
    E’ davvero esausta

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Questa canzone di Bjork è davvero potente e mi smuove qualcosa dentro. Non so bene se mi stimoli ad essere forte e a darmi da fare o se mi spaventi, anche, per l’idea di venire abbandonata, lasciata a dovermela cavare da sola.
    Ci leggo questo: verrò abbandonata se non sarò capace di gestirmi e mettermi al lavoro; se continuerò a lamentarmi, resterò sola, perché chi mi dovrebbe/vorrebbe aiutare ormai non ne può più.
    E’ il mio timore più grande; è il motivo per cui cerco sempre di tenere duro.
    Ogni tanto vorrei solo abbandonarmi ad essere piccola, fragile, a piangere senza un motivo preciso; vorrei solo essere accudita, coccolata e protetta, anche se mi sento di essere un disastro. Vorrei solo essere rassicurata che in realtà no, non sono un disastro: sono brava, ma adesso posso riposare e non essere più forte per forza.

  • Elitarismo

    Quando si organizzano eventi, gruppi, riunioni di nicchia, per specifici gruppi o sotto gruppi (o sotto-sottogruppi) di appassionati di qualcosa, si incorre sempre nell’accusa di elitarismo.
    Più l’evento (il gruppo eccetera) è rivolto ad un pubblico ristretto, o meglio più si specifica il target, più forte è l’accusa.
    Eppure, per certi appassionati è quasi vitale poter avere un piccolo spazio dove ritrovarsi, foss’anche virtuale. Un posto dove entrare ed esclamare: oh mio dio ma allora non sono solo io! Più si ha una passione, un fetish, un kink preciso, specifico, di nicchia, di nicchia nella nicchia, più è difficile trovare la possibilità di confrontarsi con altri. Addirittura si pensa di essere gli unici al mondo a provare certi desideri.
    Ma creando questi spazi arriva sempre qualcuno del circolo superiore, quello un po’ più comune, un po’ più ampio, a recriminare che si stia cercando di creare un’élite antipatica e spocchiosa che vuole escludere tutti gli altri.
    In realtà il tentativo di solito non è escludere gli altri ma includere in un cerchio più stretto, più protetto, chi ha bisogno/voglia di un posticino tutto per sé (e per quelli come lui).
    Questa protezione però spesso viene poi percepita come un attacco verso l’esterno.
    E’ capitato con i gruppi per i diritti degli omosessuali, per fare un esempio banale: già lì son stati visti come quelli che si escludono dalla società “normale”, comune, per formare una lobby (c’è chi ci crede ancora). Poi sono arrivati anche i gruppi per le lesbiche. Come, voi non volete essere parte della lotta per i diritti di *tutti* gli omosessuali? Sì, certo, ma vorremmo anche stare un po’ per conto nostro, visto che abbiamo anche questioni specifiche. E poi via, di sottogruppo in sottogruppo.
    Posso senz’altro venire a combattere una battaglia per i diritti di un gruppo ampio, ma riconoscimi il diritto di dichiarare la mia appartenenza anche ad un gruppo più ristretto.

    Un po’ alla volta io spero che il mondo si apra alla consapevolezza che è (o può essere) un arcipelago variegato e che il mare non divide ma unisce. Se io ho la mia isola non intendo che la tua sia brutta; se mi piace stare per conto mio non vuol dire che disprezzi la compagnia.

  • Serva

    Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
    Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
    Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
    Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
    Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
    Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
    Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
    Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
    Sto imparando molte cose.

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.

  • PWNED!!1!

    “Owned” in inglese significa “posseduto”, “di proprietà”; traslato in ambiente bdsm il concetto è chiaro.
    In gergo, però, significa anche “preso” nel senso di “beccato”, “fregato”; se lo scrivono via chat i giocatori di videogiochi online stile Unreal Tournament (sparatutto rubabandiera) quando colpiscono e uccidono uno dell’altra squadra. Owned, preso!
    Quando uno gioca ad un gioco frenetico come quello, non digita in modo granché attento; scrive in chat il suo sberleffo il più veloce possibile e torna subito ai comandi. Così è normale che scriva sgrammaticato, con un sacco di abbreviazioni, e che prema il tasto accanto a quello corretto.
    Da uno di questi errori di digitazione ha poi preso piede la moda di scrivere apposta “Pwned”, tra gli utenti di videogiochi online prima e poi in modo più ampio di internet.
    È diventato un modo di dire nerd e il mio Padrone me lo ha fatto incidere sulla medaglietta del mio collare.
    Pensandoci bene, si è rivelato incredibilmente appropriato nel suo doppio significato di “posseduta” e “fregata” – per la capacità che ha il mio Padrone di beccarmi sempre nei miei punti deboli.

  • Cabrini

    “Prendi  ad esempio Cabrini: Cabrini era un giocatore mediocre. Ma mentre gli altri calciatori si allenavano un’ora e mezza, lui si allenava sei ore al giorno. Così è arrivato in Nazionale, pur essendo un giocatore mediocre”.
    Fisso il mio capo con sguardo vacuo mentre mi dice queste cose. Il calcio non mi interessa, inoltre lui ha 15 anni più di me. Non ho idea di chi sia Cabrini (dopo lo cerco su wikipedia, penso), ma lo stesso annuisco, aspettando di vedere dove voglia andare a parare.
    “Questo dimostra che con una forte volontà si possa ottenere qualunque cosa. Io non sono un genio, sono una persona mediocre; quello che fa la differenza tra me e un vero mediocre è che io ho una volontà di ferro. Tu – e si rivolge a me con quei suoi occhi grigioverdi penetranti e spiritati – tu non sei affatto mediocre. Ma ti manca la volontà”.
    Tamburella sul tavolo; aspetto che aggiunga qualcosa, ma ha concluso. Raccolgo il notes e ci scambiamo formalità e saluti: la riunione è finita.
    Mentre torno al mio ufficio rifletto che non ha tutti i torti.
    Se voglio, posso; posso, devo solo volerlo abbastanza forte.

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  • Confronti

    Una raccomandazione che mi ha lasciato il mio precedente Padrone è di non fare confronti tra lui e qualunque altro Padrone avessi poi eventualmente trovato.
    Non vanno fatti confronti perché ogni rapporto fa storia a sé; ciò che ho vissuto con lui non può venire replicato né usato come metro di misura o pietra di paragone.

    Però credo sia umano farli: tutti fanno confronti.
    Forse bisogna solo fare attenzione a farli in modo costruttivo, per valutare le differenze, la crescita personale, le peculiarità – e non per dare valutazioni di merito. Quelle davvero, in relazioni con persone diverse, non dovrebbero venire mai fatte.

    Ciò che vivo con il mio Padrone riguarda solo me e Lui; voglio viverlo momento per momento, pensando al presente, immergendomi in quello che da questo rapporto nasce e si sviluppa. Non ha senso che mi àncori al passato, che mi proietti al futuro. Una volta è stato diverso? Certo. Tra un anno sarà differente? Sicuro. Con qualcun altro è stato, sarà, sarebbe completamente un’altra cosa? Non c’è dubbio. Ma perché pensarci?
    Non sono più chi ero, non sono ancora chi sarò. Sono ciò che sono ora e lo sono con Lui.
    Posso donarGli solo ciò che sono e che ho, nient’altro. E so che Lui non pretende da me nulla di diverso. Sono nelle Sue mani come sono; sia Lui ora a plasmarmi. Da me altro non si richiede che di farmi creta e molle, cedevole alla Sua volontà.

  • Lo penso ma non lo dico

    Ho un compito da eseguire, uno di molti, con una scadenza ravvicinata; un ordine del Padrone. Un compito che richiede tempo, impegno, concentrazione.
    Sono però anche molto presa col lavoro, restando in ufficio tutti i giorni oltre l’orario corretto, e sarò via tutto il weekend.
    Pensandoci, trovo un escamotage per completare il mio compito senza doverci impiegare troppo tempo. Lo so che è un trucco, e che probabilmente non è del tutto corretto rispetto all’intenzione del Padrone.
    Così, piuttosto che farla sporca e farlo e basta, chiedo il permesso al Padrone. Sperando che questa mia pretesa onestà mi ripaghi con un assenso ed un sollievo dal compito.
    E Lui mi risponde – ovviamente, prevedibilmente, conoscendolo – che vede il mio trucco e non lo considera valido. Se possibile, aggiunge carico al mio compito.

    In quel momento, mi vengono alla mente molte parole, molti titoli. Una parola con la S; una parola con la B. Parole che non superano la barriera delle mie labbra.
    In fondo, so quanto sia orgoglioso di essere tale.

    La mia rabbia in un attimo azzera tutte le belle parole, le forti intenzioni pronunciate sinora: sottomissione, accettare la Sua volontà, eccetera. Bla bla bla.
    Sono incazzata nera, anche perché so di essermi fregata da sola – perché sapevo che era un trucco, un escamotage, e sono andata a consegnarglielo di persona nelle Sue mani.
    Cosa speravo? Che facesse uno strappo? che mi concedesse di aggirare le Sue stesse disposizioni?
    Questa rabbia mi fa pestare i piedi, bambina capricciosa che strilla il suo antipatico UFFA. E’ una rabbia vuota e so che sbollirà, facendomi tornare a cuccia bastonata; ma finché dura, mille pensieri di ripicca, di offesa, di capriccio mi si accavallano in testa – senza che esca una sola parola.

    La prossima volta – forse – la farò sporca.
    Forse – perché dentro di me lo so che barare in questo modo annulla il senso profondo di tutto ciò che è importante in un rapporto come questo. Ed ogni volta che dico “solo per questa volta” spiano la strada alla volta successiva.
    Ancora fatico a chinare il capo e procedere; ma lo faccio, cercando di imparare.

  • Fenice

    Anche io, come la fenice, dentro di me desidero bruciare.
    Agogno gettarmi nel fuoco e farmene consumare, nella speranza di rinascere rinnovata, pulita, uguale a me stessa ma diversa, dalle ceneri della vecchia me stessa. Immolarmi alla pira sacrificale dei miei desideri.

    Spero, confido che il mio Padrone sia assennato e prudente; perché io, io faccio fatica ad esserlo.
    Sicuramente mi arrabbierò con Lui perché non mi permetterà di fare tutto ciò che vorrei – o che credo di volere. Farò i capricci e mi offenderò di non poter provare, subire, toccare con mano quel ferro rovente e rosso che pare ai miei occhi così invitante e caldo. Ma so che sceglierà per il mio bene, un bene che io stessa spesso non vedo o non capisco, accecata dal brillare bruciante delle mie voglie.

    Anche se ho posto dei limiti; anche se sono timorosa e vergognosa; anche se in me vi sono blocchi su blocchi su blocchi. So che uno ad uno Lui saprà smontarmeli di dosso, muro dopo muro penetrerà le mie difese – come ha anche già fatto. Mi plasmerà a Suo piacere, perché diventi come Lui vuole.
    Allora, gli lascerei fare qualsiasi cosa, lo so: qualsiasi cosa.
    Per questo mi fido e mi affido: perché so che non me le farà; non subito, non tutte, non come penso. Non mi permetterà di bruciarmi e farmi consumare in questo mio rogo.

  • Differenze

    Ci sono differenze significative nei rapporti bdsm, a seconda di come sono impostati.
    Fermo restando che due (o più) persone possono crearsi il loro proprio rapporto senza bisogno di affibbiargli un’etichetta, e che finché va bene a loro e tutto è Sano, Sicuro e Consensuale non c’è proprio nulla da obiettare – soprattutto non sterili polemiche su cosa sia e chi faccia “vero” bdsm; fermo restando questo, io distinguo due -diciamo- macrocategorie di rapporti bdsm: Top/bottom e Master/slave.

    In un rapporto Top/bottom il cardine sta sul gioco fisico, l’impact play; in questo ci sta il comportamento da SAM (Smart Ass Masochist, masochista furbastro), ovvero il bottom provoca il Top, riponde male, lo sfotte per ottenere mazzate più forti. Il Top sta al gioco e mena più forte. E’ un rapporto propriamente sado-maso. Può avere connotazioni ulteriori oltre il solo gioco fisico, ma non prevede o pretende l’obbedienza da parte del bottom se non nello spazio e nel tempo limitato della sessione.

    In un rapporto Master/slave il cardine sta nella sottomissione. Chi sta sotto accetta quello che decide chi sta sopra, anche se non gli piace; lo slave trae piacere dal sapere che il Master è soddisfatto, anche se lui stesso non lo è. Qui il giochino della provocazione, oltre che non essere appropriato, non conviene: il Master desidera sottomissione, e punirà la provocazione non con le mazzate (che possono piacere), ma in qualche modo davvero poco piacevole per lo slave – dal lavare la bocca col sapone al mettere in ignore. L’obbedienza è fondamentale e spesso difficile da attuare anche se desiderata dallo stesso slave.

    Consapevole di contraddire almeno in parte la premessa fatta all’inizio, io personalmente trovo il secondo tipo di rapporto più profondo, coinvolgente, complesso e “vero”. So che quella premessa è corretta; nonostante ciò, non posso fare a meno di sentire una più forte propensione verso il rapporto Master/slave.
    Richiede tanto di più; mette in discussione, alla prova; è difficile da vivere, e la ricompensa è tanto sottile quanto profonda. Si infiltra nella carne come un filo sottile che lega l’anima.
    Ed è quello che la mia anima agogna.

    Mi irrita vedere un bottom che si dà arie da slave e si riempie la bocca di parole come appartenenza, sottomissione, dono di sé, per poi pretendere, manipolare, puntare i piedi.
    Non voglio essere così.
    So di non essere ancora pienamente sottomessa. E’ un percorso e sarà lungo, sono più riottosa di quanto io stessa credessi. Anch’io mi ritrovo a fare capricci.
    Mi affido per imparare ad affidarmi.