subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Ignore

    Ascolto il Suo silenzio e spero che mi riempia.
    Le emozioni salgono a ondate dentro di me: momenti di quiete, poi d’improvviso angoscia, paura, accettazione, rimorso, rassegnazione. Sentimenti di mancanza. Malinconia, nostalgia, tristezza. Euforie ingiustificate istantanee effimere.
    Silenzio.
    Solo silenzio.
    Vado a cercare segni del Suo passaggio online; ne seguo le tracce, guaendo come un cane sfuggito al guinzaglio incapace di ritrovare il suo Padrone.
    Cerco di alzare la mia percezione della punizione, smettere di autocommiserarmi ed accettare il peso che devo portare, nella consapevolezza del mio errore.
    Penso a Lui, al Suo sguardo quella sera; lascio che lo stomaco mi si contorca nel pensiero di avergli causato dolore e rabbia; di averlo deluso.
    Imploro e supplico davanti a un muro di silenzio. Cerco che quel silenzio mi colmi e riempia il vuoto dell’attesa.

    Ho ancora il Suo collare al collo, per ora: è qui. Lo sento.
    Anche il Suo silenzio è un Suo segno.
    Chiudo gli occhi; respiro; attendo.

  • Epic fail

    Sbagliare in maniera così eclatante da non rendermene nemmeno conto fino a che non sia troppo, troppo tardi.
    Comportarsi totalmente fuori un ruolo proprio in faccia al Padrone e procedere tranquilla come se nulla fosse, anzi dispiacendosi di non stare bene – il mio istinto sa meglio di me come sto e lo seguo troppo poco. Seguo invece la mia testa matta e il mio desiderio di compiacere chicchessia, anche l’ultimo degli stronzi, dimenticando per strada chi conta davvero.
    Non sono perfetta, proprio no.

    Ora attendo.

  • La percezione della punizione II

    Ho letto un articolo interessante sull’esistenza di un’esperienza che viene chiamata slavespace. Si tratta di una cosa molto diversa dal più noto subspace.
    Quando un sub va in subspace, è interamente concentrato su sé stesso. Io, infatti, mi perdo in una sensazione soffusa e allo stesso tempo dilatata, in cui sento moltissimo ed insieme ho una soglia del dolore molto più alta; fluttuo dentro me stessa ed attorno allo spazio circostante, assorbendo ogni stimolazione.
    Lo slavespace invece si impara a conoscere più facilmente durante una punizione, non durante il gioco, ed è una percezione amplificata ma proiettata verso fuori di sé, verso il Padrone. Inizia con lo smettere di lamentarsi della punizione e con l’accettare interamente, senza più riserve, il proprio ruolo. Poi, cresce a diventare una consapevolezza di sé, del ruolo, che si può presentare anche al di fuori della punizione.

    Scrive l’autrice dell’articolo: “Il subspace è un posto estremamente piacevole dove stare; lì, non considero affatto il mio Padrone, ma ogni mia energia è rivolta al mantenermi in quello stato alterato di percezione di piacere.
    Nello slavespace, al contrario, non sono affatto concentrata su me stessa, ma ogni attenzione è rivolta al Padrone. E’ un luogo dove posso obbedire e servire con un senso di soddisfazione mentale pari a quella fisica del subspace, ma senza l’egoismo del subspace”.

    Incorro in una cosa scritta dal mio Padrone: la mia punizione consiste nel privarmi del gioco; ma, nel punirmi, anche Lui si priva del gioco. Così, la mia punizione è doppia, perché devo portare il peso anche della Sua mancata soddisfazione.
    Rimango un attimo ferma a rileggere quelle righe. Ancora, lo slavespace è un luogo distante da me: non avevo pensato al fastidio del Padrone nel non giocare; ero rimasta compresa nel mio dispiacermi per me stessa per essere punita e a bocca asciutta. C’è un passo ulteriore che devo fare, che ancora non ho fatto, che vedo ma che non mi appartiene completamente.
    Abbandonare me stessa in Lui.

  • 24/7

    Quando vivo qualche giorno (ma anche qualche ora) dai Padroni, in ruolo in ogni momento, poi non vorrei mai tornare indietro. Vorrei vivere sempre in 24/7.
    Pensandoci, però, posso farlo. Anche senza farlo davvero.
    Nel mio rapporto con il Padrone, alla fine, io sono sempre in ruolo. Non è che se non sono in Sua presenza, ad esempio in settimana mentre sono a casa e lo sento via messaggi, io non sia la sua slave. Non è che gli mandi messaggi tipo “ué vecchio come butta?”. Nella mia appartenenza, nel mio rapporto con Lui (e con la Lady), sono sempre sottomessa.
    Ho degli ordini da seguire; degli obiettivi da mantenere; delle indicazioni di comportamento. Posso sentirmi in 24/7 nel vivere questi aspetti quotidiani, diciamo in un certo senso ridotti, del mio essere slave.
    Certo non vado in ufficio nuda col collare, né in pizzeria in dress.
    Ma nello scegliere il cibo da mangiare, nell’accomordarmi al collo la catena che è il mio collare quotidiano, nello scrivere a Lui, nel chiedergli un permesso, nell’addormentarmi senza potermi masturbare… io sono sempre in ruolo. E’ un sentire interiore. Più sottile del codice di comportamento che devo tenere in Sua presenza, ma non per questo meno forte.
    Certo, in Sua assenza ho momenti di debolezza. Patisco la distanza. Rimpiango di non essere là. Ma cerco di sentirmi là con l’anima.

  • Boicottarsi

    Serata di chiacchiere al pub tra taralli, noccioline e una birra; io (sub/slave), due Dom, una switch. Tra loro, iniziano a parlare di come gestire un sottomesso qualora esso si riveli pieno di ansie, paure, paranoie.
    D’improvviso, mi rendo conto che non voglio più saperne niente; non vorrei più sentirli. Mi sembra di vedere un mago che svela i suoi trucchi, rovinandomi la magia.
    E poi penso: sono anche io patetica nel modo in cui dicono possa esserlo uno schiavo nelle sue seghe mentali, nei suoi complessi? Con angoscia, mi accorgo di combaciare con le loro descrizioni, tanto che per un attimo penso stiano parlando di me come se non fossi presente.
    Sono anche io come dicono: mi auto boicotto per fallire nei miei compiti, per dimostrare a me stessa e al mondo (e al Padrone) che non posso farcela, che sono la fallita che sono convinta di essere, e che per questo non merito che di essere abbandonata.
    Ecco dunque spiegata la mia fame nervosa. Mangio compulsivamente per ingrassare, per dimostrare che non posso essere magra e bella perché non lo merito, devo essere intrinsecamente brutta e grassa; prendo peso per fallire la prova della bilancia dal Padrone,  per essere punita per aver pensato di poter essere degna.
    Una parte di me mi odia e fa di tutto per farmi del male.
    Guardo i miei amici; li ascolto confrontarsi, concordare nell’interpretazione di questo comportamento: uno si auto boicotta per paura, paura di un rapporto intenso e coinvolgente nella convinzione autolesionista di non meritarlo, nella bassissima autostima di non meritare nulla. Paura di lasciare il controllo.
    “Che stress – commentano – dover togliere spazio al gioco per delle paturnie; non sarebbe meglio lasciarsi andare, affidarsi e divertirsi?”
    Li osservo inorridita: sono anche io così. Così facile da capire, così banale nei miei processi psicologici, così prevedibile nell’agire le mie ansie. Così stressante.

    Da una parte, mi sento una merda.
    Dall’altra, voglio assolutamente smettere di sentirmi una merda a questo modo, per non essere più commiserata da alcun Dom, per non infliggere più una simile menata infinita di seghe mentali e paranoie al mio Padrone.

  • Di più

    C’è sempre qualcos’altro.
    Qualcosa che non ho fatto, o che ho dimenticato, o cui non avevo pensato.
    Qualcosa che avrei potuto fare meglio, o di più, o prima.
    Sì, me l’hanno detto che non sono onniscente, né ubiqua, né onnipotente; ma non ci ho creduto. Invece, ho pensato che non faccio mai abbastanza; perché quell’abbastanza si sposta sempre un po’ più in là, fuori dalla mia portata. Perché c’è sempre qualcosa che manca, che non è perfetto.
    Anche se ho fatto del mio meglio, il mio meglio mi pare sempre poco.
    Anche se mi impegno, c’è sempre qualcun altro che fa di più.
    Anche se ho tirato a lucido la cucina, il bagno è ancora sporco.
    Quello che faccio viene sempre surclassato da quello che non ho fatto, o che non ho fatto ancora, o che non ho fatto bene. Nella mia testa, non ho speranze di poter dire: ecco. Ho finito. Sono stata brava.
    Per questo anelo disperatamente a sentirmi dire ‘brava’. Una parola che mi consoli per un po’, che mi levi questo peso dal petto. Un momento di pace, la mente sgombra, la voce che mi incalza finalmente messa a tacere.
    Accucciata ai Suoi piedi senza pensieri.

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.

  • Contrapposizione?

    Ho letto spesso e volentieri racconti, saggi, aneddoti eccetera su persone dominanti nella vita quotidiana che amano poi essere sottomesse nel gioco.
    Mi sono chiesta ieri sera: ma è davvero una contrapposizione? sono davvero due aspetti opposti che vanno a braccetto nella medesima persona?
    Nella mia personale esperienza mi sono accorta che l’aver imparato a vivere la mia indole sottomessa all’interno di un rapporto Dom/sub mi ha permesso di pari passo di diventare molto più assertiva nella vita di tutti i giorni.
    Sono entrata in contatto con i miei desideri più profondi e oscuri, e portarli alla luce mi ha resa molto più consapevole di me stessa. Questa consapevolezza aumentata mi ha portata anche a voler ottenere dagli altri riconoscimento per me stessa ed i miei desideri, le mie necessità; sono diventata più assertiva nel portare avanti i miei bisogni, invece di lasciarli calpestare. Perché, prima, non avendo modo di esprimere la mia sottomissione in un rapporto Sano, Sicuro, Consensuale, finivo per esplicarla nella quotidianità, lasciandomi maltrattare e facendomi mettere i piedi in testa – cosa verso la quale provavo sentimenti orribili di odio e disprezzo per me stessa. Avevo una bassissima opinione di me ed un’autostima inesistente; non ero in grado di alzare la testa e dire: “no, non voglio”, o “voglio questo”. Mi lasciavo schiacciare e pensavo inconsciamente non solo di meritarlo, ma che era anche proprio quello che volevo. Confondevo la sottomissione con lo zerbinaggio. Ma non sono affatto la stessa cosa.
    Divenendo realmente sottomessa ad un vero Padrone, sono diventata volitiva e forte. A volte persino troppo, tanto da chiedermi cosa mi fosse successo, dove fosse finita la mia indole docile.
    Ma un cane può essere forte ed insieme docile. Dipende con chi si confronta.
    Lavorare come segretaria richiede una notevole forza; è un lavoro in un ruolo sottomesso, sicuramente, un ruolo di servizio; ma non è e non può essere servile. Richiede una grande assunzione di responsabilità nel prendersi carico la gestione degli impegni del capo, la sua agenda, le sue scadenze. Lui è quello in carico, ma sta alla segretaria ricordargli le cose. Lei deve essere forte ed assertiva, perché il suo ruolo è di supporto, non di zerbino.*
    Allo stesso modo credo che una slave consapevole di sé sia (e debba essere) a tutti gli effetti una persona molto forte. O lo diventi, alla fine.

     

     

    *So di aver strutturato la cosa come lui=capo lei=segretaria, che può sembrare sessista, ma è perché è ciò che vivo io; ed essendo prona al maledom – sottomissione femminile ad un dominante maschile, diversa rispetto al femdom – non posso che portare avanti la mia personale esperienza, nella consapevolezza che non è né può essere assoluta.

  • Abbandono

    Al termine di una festa, in un momento di relax e chiacchiere, un’amica switch mi dice: “Una nota dolente, nella ricerca di uno slave, è trovare qualcuno che si abbandoni davvero, che si affidi completamente; tutti fanno grandi affermazioni di volersi affidare, ma nonostante le dichiarazioni di intenti non ho ancora trovato nessuno che le mantenga”.
    Rifletto su questa considerazione.
    Anche per me, in effetti, nonostante sia una cosa che desidero sopra ogni altra, è molto difficile lasciar andare il controllo ed abbandonarmi interamente a chicchessia.
    Ho sempre fallito gli esercizi di fiducia, quelli in cui chiudi gli occhi e ti lasci cadere, confidando che il tuo compagno ti sosterrà. Ho smesso di fallirle solo quando, piccata del mio fallimento, ho imparato ad imporre il mio controllo sul mio non voler mollare il controllo, obbligandomi a lasciarmi andare – di fatto, simulando un abbandono inesistente.
    Però, lavorando sulla mia rigidità, sulla mia fiducia (o mancanza di), sul mio controllo, un poco alla volta le mie difese cedono.
    Forse è illusorio aspettarsi che qualcuno si abbandoni immediatamente, a scatola chiusa; quel tipo di abbandono è una cosa su cui devono lavorare in due, Dom e sub, l’uno per conquistarlo, l’altro per concederlo.
    Io, come sub, so quanto profondo possa essere questo abbandono, quanto si radichi nel proprio animo, quanto feroce e grave possa essere la ferita che derivi da un suo uso errato o sbadato; prima di permettermi di concederlo (innanzitutto a me stessa) sono bloccata dalla paura che possa venire mal riposto, e di finire abbandonata.

  • Avatar

    C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
    Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
    Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
    Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
    Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
    Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
    E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.