“Braccia in fuori”, mi dice.
“Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
Posso volare, lo sento.
Volo.
Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.
Categoria: sensazioni
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Ali per volare
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Farsi male
Ci sono quelle ragazze che si tagliano. Prendono qualcosa di tagliente, affilato, appuntito e se lo passano addosso, magari in qualche posto nascosto dai vestiti, e osservano il sangue affiorare. Il dolore fisico placa per un attimo quello emotivo.
Il mio autolesionismo è il cibo.
Ingoio cereali, pane, cracker, biscotti, tuttoquellochetrovo. L’atto stesso di avere la bocca piena mette per un poco a tacere il senso di insoddisfazione, di disagio, di inadeguatezza.
Il problema è che non funziona più. Crea invece un circolo vizioso. Già mentre inghiotto il cibo sento una voce che mi insulta per come sono debole, grassa, incapace di autocontrollo; che mi dice che quello che sto facendo è stupido, inutile, controproducente. Il fastidio fisico dell’abbuffata mi fa sentire ancora più gonfia di quanto non sia. Alimento – letteralmente – il mio disagio, il mio sentirmi brutta.
Piango calde lacrime di delusione per non riuscire ad essere migliore; per aver gettato al vento una dieta rigorosa ed i risultati conseguiti.
Mi sento un mostro e vorrei andarmene lontano, dove credo tutti vorrebbero relegarmi affinché non offenda loro la vista.
In un posto segreto nel mio cuore so che non è così, che la gente non mi odia né mi odierà mai tanto quanto mi odio io; e so anche che non dovrei odiarmi tanto; che finché mi odierò così sarà difficile se non impossibile stare bene o dimagrire, perché userò sempre il cibo come punizione, sia che me ne riempia sia che me ne privi.
Arranco un passo alla volta e spero che la direzione sia giusta. -
Cedere
Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione. -
Ciò che si conquista con fatica
Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
“Masturbati, te lo meriti”
Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato. -
Play Party
All’inizio l’atmosfera è sempre sospesa.
Le persone si aggirano guardinghe lungo i muri, tirano sguardi timidi agli altri presenti; le mani nelle tasche o dietro la schiena, il passo dondolante, tutti sembrano in attesa di qualcosa.
Ci si aspetta forse l’arrivo di un qualche gran sacerdote, una figura autorevole, potente e immediatamente riconoscibile, che dia inizio ai giochi; che compia un rito, forse, che declami delle parole chiarificatrici: sì, la festa è iniziata, potete giocare.
Mi guardo anch’io intorno ma non appaiono né papi né alti prelati del BDSM; i dress sono sfavillanti, lucidi, ma nessuno è investito di una carica altisonante.
Ognuno è sacerdote di sé stesso e della festa.
Infine, in un angolino, qualcuno comincia ad attaccare mollette ad un seno, dall’altro lato della sala si ode lo schiocco deciso di un frustino; in silenzio, in sala clinical gli aghi vengono infilati nella carne ed il solo suono che si sente è quello, assordante, dell’emozione.
Pochi istanti dopo, il salone che appariva vuoto è pieno: tutti giocano, guardano, si eccitano; ognuno agisce la propria arte, il proprio desiderio. Sangue e cera colano su corpi vibranti; vi sono sguardi persi nel vuoto, respiri affannosi o profondi, chiacchiere, risate, mani, piedi, tacchi, cuoio e lattice.
Ancora pochi istanti dopo è l’alba, la notte è fuggita veloce, spazzata dal movimento delle fruste.
Mi siedo a terra, guardo il cielo che si rischiara e respiro l’aria fredda dell’aurora. Una festa meravigliosa. -
Toccare con mano
Nella mia vita di tutti i giorni compio le stesse faccende quotidiane e banali che fa chiunque altro: faccio la spesa, stendo le lavatrici, passo l’aspirapolvere, eccetera. Vado in giro tranquilla.
Quasi tranquilla.
Ogni tanto (spesso) mi scopro con una mano tra le gambe.
Mentre sono seduta, o in piedi; come quei bambini un po’ strani che si tirano il pistolino, che si tocchicciano un po’ mettendo in imbarazzo o divertendo gli adulti circostanti. Allungo una mano, infilo due dita nel solco delle cosce, mi accarezzo la piega chiusa delle labbra.
Come a verificare che sia ancora lì.
La forzata astinenza dalla masturbazione, la voglia costante che me ne deriva, anche se cerco di sedarla, di ignorarla, mi porta a toccarmi.
Non mi masturbo, ovviamente; ma mi sento. E’ uno sfiorarmi: una manifestazione fisica, automatica ed involontaria, del mio desiderio sommerso. Se sono sola, giocattolo un po’ col piercing, con le labbra. Lei risponde subito, drizza le orecchie, fa le fusa ed è ancora più straziante doverla lasciare lì da sola, senza coccole. -
IA
In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me. -
Tornare
Questo fortissimo senso di aspettativa che mi travolge, che mi ingloba tutta come una bolla densa e vischiosa, non ha un oggetto preciso; non mi aspetto un determinato avvenimento. E’ un’aspettativa generale, rivolta all’esterno, protesa a cogliere tutto quello che può arrivare. L’unica cosa che fa, è essere sicura che qualcosa sicuramente arriverà, e sarà grandioso.
Così, anche un’aspettativa senza oggetto può venire delusa, se non accade nulla.
Ma il destino non è forse nelle mie mani?
Quindi a fine serata (nottata) prendo la mia aspettativa con entrambe le mani, la affronto e le dico: d’accordo, poteva essere meglio; ma ora, basta lamentarci e andiamo a divertirci.
Perché nel mio essere proiettata verso gli altri, nella mia tensione di soddisfare sempre il prossimo, dimentico cosa piace fare a me. Anzi, forse non mi sono mai nemmeno posta la domanda, di cosa piacesse fare a me. Mi metto in coda e attendo un mio momento che non arriverà mai, a meno che io stessa non me lo crei.
Così, facendo una cosa che amo, tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia farlo, e mi chiedo perché non lo faccia più spesso. Mi accade scrivendo. Mi accade ballando.
Ballo e tutto il mio corpo si libera di un’energia compressa, trattenuta troppo a lungo.
Il giorno dopo mi resta addosso una sensazione sorridente, una vaga malinconia, un po’ di amaro e la calda promessa che mi dona sapere che sto imparando, un poco alla volta, a comprendermi e a dare libero corso a ciò che mi scorre dentro. Alla vera me stessa. -
Andare
C’è una sorta di euforia che mi circonda, come una nuvoletta di vapore che mi aleggia attorno. Mi scopro ad avere un sorrisetto stampato su viso che non se ne vuole andare.
Stasera viaggio sola fino al Decadence, dove troverò il mio Padrone e la mia Lady.
L’emozione del viaggio, del tragitto, seppure breve, mi dà brividi meravigliosi. La strada mi viene incontro come una promessa; tutto mi appare magnifico: il cielo, le nuvole, i campi che scorrono accanto al finestrino. Vedo cose banali e vecchie come fossero nuove ed uniche. Vedo la bellezza nelle piccole cose, in un pallone rosso, in un campo giallo di colza.
Il cuore mi batte all’impazzata nel timore di avere dimenticato qualcosa, di non essere pronta; ma pronta a cosa, non saprei. Alla vita? E come si fa ad esservi pronti? O come si fa a non esserlo?
Ricontrollo il piccolo bagaglio, passo in rassegna mentalmente e fisicamente tutte le cose che mi servono o che mi serviranno, il cibo preparato (ma ho lo stomaco chiuso), il portafogli, tutto.
Sono in tumulto. Ma è un tumulto felice.
Stasera mi sento in cima al mondo; la meraviglia dell’universo è a portata delle mie mani, ed io l’abbraccio e l’accolgo con gratitudine.
Arrivo, festa. Arrivo, vita. -
Or tell me something real
Ma i Padroni non hanno di certo finito con me.
Una cosa grossa mi viene spinta dentro; si gonfia e inizia a vibrare. Strillo. E poi, inizia a colarmi addosso una cera che è lava rovente sulla mia carne battuta dalle fruste. Salto, urlo e mi contorco; mi arrampico su e giù per la cavallina, mi inarco e grido senza più controllo. La pace superna del subspace ormai è lontana, eppure non vorrei mai che finisse questo atroce tormento.
Penso se chiedere il permesso di godere; ma so che così, con questa cosa dentro, senza nulla sul clitoride, probabilmente non verrò. Probabilmente. Così proseguo a strillare evitandomi questa vergogna, e mi dimentico totalmente di chiedere questo permesso per il resto della sessione.
Mi sollevano e mi girano, facendomi muovere nel buio della benda. Mi fido e mi lascio condurre. Mi sento legare ed aprire stavolta a pancia in su; mentre sento sibilare la frusta, un globo vibrante mi atterra tra le gambe e so che non reggerò nemmeno un minuto.
Poco dopo, sul punto di godere, la frusta mi bacia sul fianco sinistro, lunga, crudele: l’orgasmo mi si strozza in gola con un grido e un singulto.
Ma poi inizia; inizia quella catena irrefrenabile di orgasmi, tra il vibratore e il dolore, che mi riduce a una polpetta di carne macinata e tremante, incapace di nulla se non di gridare. Godo senza permesso, il cervello frullato.
Dopo, avvolta nella coperta, la mia gioia più grande è vedere il Padrone sorridere e dire: “Mi sono divertito”.
Sono felice di diventare per Lui, per Loro, un corpo vibrante, una bambola con cui giocare.
