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for this is what I feel

Categoria: sensazioni

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Emotional release through impact play

    A volte lo desidero così tanto che ne ho paura. Non è un semplice averne voglia ma un bisogno, una tensione interiore che cerca uno sfogo, quello sfogo: sentirmi al mio posto, subire tanto, tutto, ricevere, essere al centro, liberata dai pensieri, dagli impegni, dalle distrazioni. Tutta insieme, tutta intera, la coscienza diffusa in tutto il corpo, la carne permeata, la mente diluita, il sentire preponderante sul pensare. 

    E’ ciò che desidero e al contempo mi sento rigida. 
    Ho paura dei miei desideri? O timore che non vengano soddisfatti? Sono così forti che la paura della delusione mi fa ritrarre, chiudere: mi dico: non ne ho poi così voglia, posso fare senza. Dopotutto, è ancora acerba. 

    Poi ricevo e in quell’istante tutto è perfetto. Mi apro, mi lascio aprire, mi faccio aprire perché è questo ciò di cui ho bisogno: venire aperta, spalancata, esposta, nuda e spogliata, non solo un dono per te ma anche per me: come ti dono la mia sottomissione, così ricevo la tua dominazione come il più grande dei doni, che mi appaga e mi rilassa e mi spoglia del superfluo lasciandomi in una pozza di pace e completezza.

  • Ma

    “Ma” è un termine giapponese; significa “tra”: un intervallo, uno spazio vuoto tra due elementi strutturali. Rappresenta il momento di passaggio tra due momenti, l’attimo di sospensione.

    Nelle corde, è un momento che non va scavalcato o evitato, ma anzi ascoltato, sentito, vissuto: riempito di significato. Finito un passaggio, fissata una corda, prima di passare alla successiva quello è il momento di sentirsi.

    Questi due giorni sono stato questo: un MA, un passaggio tra il lavoro, la famiglia, gli impegni, i doveri. Un attimo di sospensione dalla quotidianità in cui abbiamo potuto sentirci. Una piccola vacanza. Tre ore di viaggio e una notte in hotel; mezz’ora di colazione a bordo piscina e quattro ore di lezione di corde; un’ora di pranzo in una piccola e strepitosa trattoria toscana e altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno nell’afa e nel traffico. E una serata regalata.

    Un giorno e mezzo che è durato un attimo e un mese. Un tempo così breve eppure amplificato, intenso e leggero, tirato e sereno.

  • Godere del dolore

    Le vibrazioni della frusta mi avvolgono, mi portano su in un tornado di sensazioni. Il colpi arrivano uno dopo l’altro, mi risuonano sulla carne e nel corpo, mi entrano dentro e scendono in profondità. Strillo, credo, e ansimo e mi aggrappo alla superficie liscia del pavimento o del muro, la vista offuscata dai capelli sciolti e scompigliati e dalla potenza della percezione dolorosa.

    Dolorosa? Non saprei nemmeno se posso definirla tale. Certo il taglio della quirt è feroce, la botta dello slapper intensa, l’impatto delle mani perentorio; ma quella sensazione non posso più definirla solo dolore. E’ riduttivo. Mi scuote dalle fondamenta, mi penetra nelle viscere e muta in una forza che mi fa stringere il sesso.

    Mi sento portare in un altrove in cui la potenza di ciò che mi viene inflitto e donato si tramuta in un piacere totale, diffuso, profondo, vibrante; mi sento contrarre e mi lascio trascinare e godo con tutta me stessa, da dentro e da fuori, senza venire toccata tra le gambe: mi sento toccata ovunque, nel corpo nella mente e nell’anima ed è questo l’orgasmo più devastante e totale che provo.

  • Io vado, ciao

    Questa volta, ho deciso di andarci. 

    La quirt mi aveva già fatto strillare, molto. Ti sei fermato, mi hai strizzato il culo dolorante e hai preso una pausa. Ho ascoltato il mio culo caldo e il bruciore dei colpi di frusta si è diffuso dentro di me. Quando hai ricominciato ho preso un profondo respiro, ho rilassato i muscoli e mi sono immersa nel subspace. 

    Le altre volte era solo successo, non so bene come. Ma stavolta mi sono sentita pronta, ho sentito che era lì, a portata di mano, ero sulla soglia e ho deciso di andare. Ho inspirato e mi sono lasciata riempire da quella sensazione. Ho accolto il dolore e le frustate e ci ho danzato insieme. Mi sono immersa a fondo, tranquilla, sicura. 

    Ho ricevuto i colpi in silenzio e ho ansimato con la mia voce gutturale a quelli più forti – la voce che risale quando sono nelle mie profondità. 

    Sarei rimasta là per sempre, cullata dalle acque torbide e calde del masochismo. 

  • Il mondo capovolto

    “Mettiti al tuo posto”
    Mi metto giù, a terra, a quattro zampe su gomiti e ginocchia, la testa china, davanti a te seduto sul divano. Allunghi le gambe e mi usi come poggiapiedi.
    In quel momento apro gli occhi e osservo il mondo capovolto. 

    Lo guardo con la testa rovesciata, gli occhi in linea con il pavimento: vedo le mie cosce aperte, i piedi reclinati sul dorso che si puntano sulle dita quando inizi a farmi altre cose. Vedo i tuoi piedi nudi che camminano dietro di me, che si avvicinano e si allontanano e danzano con il ritmo dei colpi. Ti vedo chinarti un attimo prima di vedere la tua mano che mi aggancia i moschettoni ai piercing che ho tra le gambe. Vederlo aumenta la sensazione di peso improvviso. 

    Osservo questo mondo capovolto con le lacrime agli occhi per la commozione, un sottosopra dove le cose sono più dirette, più intense, più vivide e in cui amo abbandonarmi. 

    In questo mondo capovolto anche il mio cuore è rovesciato, esposto, donato e aperto come il resto di me. 

  • Appunti mentali

    E’ terribile a volte essere una che scrive. O una che pensa tanto. 

    Mentre sono nel predicament, mentre ricevo i colpi, mentre lecco i piedi al Padrone, la mia mente inizia a prendere appunti, a mettere in parole quello che sto sentendo, per poterlo poi scrivere, per raccontarlo, narrarlo, fissarlo. Per ricordarlo in descrizioni, oltre che in sensazioni. 

    Allora non sono più solo nel momento. Sono lì e contemporaneamente osservo. Come in un sogno in cui si è sia chi guarda sia chi vive quello che accade. 

    Non è una cosa che decido. E’ uno scollamento che accade da sé; un diverso modo – sovrapposto – di percepire quello che sto vivendo. 

    Le parole si mischiano alle sensazioni, la mente vigile si immerge nel corpo, non più in opposizione ma in comunione, per partecipare di questa totalità e poterla raccontare, poterla trattenere anche una volta riemersa dalle profondità. 

  • In punta di piedi

    In punta di piedi

    La corda tira. 

    O meglio: tu tiri la corda, che è stretta attorno al mio corpo, ai miei capelli. Mi tiri su, verso l’alto, ma non tanto da sollevarmi da terra, no: la corda è appena abbastanza lunga per trattenermi in punta di piedi. 

    I polpacci urlano, insieme a tutto il resto. Il corpo compresso, le braccia serrate, le corda che taglia le braccia, il seno, il torace. Sento tutto e tutto si confonde in un indistinto dolore, una scomodità che diventa sofferenza. Non posso riposare nulla. 

    Tengo gli occhi chiusi e ascolto questa sofferenza, la assaporo; gemo e ansimo per la fatica e il dolore, ma non vuol dire che non sia esattamente dove sono felice di essere. 

    Sono qui, sono tutt’uno con il mio corpo, non ho pensieri, non ho ricordi. Sono nel presente, esattamente in questo istante in cui sento te, la corda, i muscoli, i capelli tirati e il mio sesso bagnato.

  • Per il tuo divertimento

    Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

    Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

    Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

    Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

    Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

  • Cosa vedi?

    Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

    Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

    Come mi vedi? 

    Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

    Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.