subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Aperta

    Vengo tenuta aperta.
    Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
    Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
    Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.

    Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
    Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
    Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
    Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
    Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.

    L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.

  • Sguardi

    Che cosa vedo nei suoi occhi?
    Quando mi ordina di guardarlo, mentre mi sta facendo delle cose, i suoi occhi azzurri mi magnetizzano. Vorrei disperatamente distogliere lo sguardo, ma non posso. Lo guardo e i suoi occhi mi passano da parte a parte, mi catturano, mi soggiogano. Non sono più io; mi riverso a terra, esposta alla sua vista.
    Vedo scherno, potere, controllo. Vedo il suo divertimento mentre mi usa, mentre non posso impedirmi di sentire quello che mi fa e che mi scuote.

    Che cosa vedrà lui nei miei occhi?
    In quel momento in cui i nostri sguardi si incrociano, cosa vede che lo fa sogghignare? Cosa vede che lo fa infierire?
    Vede la mia anima rovesciata il dentro di fuori?
    Vede la mia paura, il mio desiderio, la mia brama, la mia umiliazione?
    Vede in me ciò che nemmeno io conosco di me stessa?

    Sotto il suo sguardo mi sento liquida, sciolta dal ghiaccio rovente dei suoi occhi.

  • Weekend

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    Torno a casa da questo weekend con una più profonda consapevolezza della mia sottomissione, ed una visione più chiara del fatto che è esattamente quello che voglio.
    (altro…)

  • Adesso sono io

    Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
    So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
    Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
    Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.

    Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
    Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.

    Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.

  • Racconto: Scent

    Quando arrivo c’è un po’ di tensione dovuta a questioni di vita quotidiana; per la serenità necessaria decidiamo di attendere un poco prima di giocare, lasciando sbollire il nervosismo, per accogliere un mood più adatto. Io sono tranquilla, non ho urgenze né desideri impellenti, così mi godo questo interludio. Faccio un giro con la Lady a comprare le sigarette del Padrone: è una bella giornata di sole, che a tratti si copre ma già prelude a una bella primavera; sorrido e assaporo questa quotidianità, questa tranquillità. Ma non dimentico di dare del lei… quasi mai.
    A casa io e la Lady prepariamo il pranzo. Apparecchio la tavola per tre. Sono decisamente tranquilla, non un pensiero mi sfiora. Il Padrone arriva in cucina dallo studio, si ferma in mezzo alla stanza e dice: «Com’è che ci sono tre piatti sul tavolo?». Io trasalgo.
    «Bè… volevo illuderla», spiega lei con un sorriso.
    Lui mi fissa. «Ti sei illusa?», mi chiede.
    Io chino il capo: «Sì Padrone».
    «Bene – fa lui – ora metti il piatto per terra».
    Non gli dico quanto in realtà sia più felice di mangiare per terra, ma credo che lo sappia. Più che essermi illusa, ero quasi dispiaciuta di stare a tavola… mi piace sapere qual è il mio posto, e mi piace mi sia ricordato. In ogni caso, questo scambio di battute mi dona un brivido.
    Quando la pasta è pronta servo i Padroni, poi mi accoccolo sulla mia copertina, a terra accanto al tavolo; il piatto fuma e ho fame, ma non oso toccare cibo. Guardo lui: aspetto che inizi, poiché non ho il permesso di mangiare finché non ha iniziato. Il Padrone tergiversa, accende la tv e gira tra i canali, gira la pasta nel piatto e, finalmente, infilza i maccheroni con la forchetta e dà il via al pasto. Mi chino sul piatto, grata, e mangio come un cane, direttamente con la bocca.
    La giornata così normale cambia qualità in modo quasi impercettibile, su queste sfumature; chiacchiere serene e tranquille, ma loro sul divano, io sul pavimento; un pranzo normale, ma loro a tavola e io a terra.
    Questi dettagli mi donano una sensibilità amplificata. Mi sento bene, eccitata. (altro…)

  • Festa

    Stessa festa, nuova location. Lasciato un ambiente raccolto, con stanze numerose e piccole, rosa e rosse, con musica industrial ma anche commerciale, approdiamo in uno stanzone alto e nero, con catene e reti di metallo, e suoni inarticolati e distorti. L’ambiente che uno immagina per una festa bdsm, forse: cupo, crudele. In realtà, si fatica un po’ a ingranare, ad ambientarsi. C’è freddo. I video proiettati sugli schermi mostrano sessioni sadomaso estreme: ganci, aghi.
    In realtà non subisco il fascino oscuro di questo ambiente; lo vedo per quello che è: uno stanzone addobbato. Non mi provoca angoscia né mi dà i brividi, per fortuna (a parte per gli spifferi). Una volta, forse, ne sarei rimasta intimorita; tutto qui è sistemato per dare l’impressione di un luogo pericoloso, o meglio di pericolosi piaceri… Ora diciamo che ne apprezzo la scenografia, la teatralità, ma senza credere *davvero* che ci sia gente pericolosa. Infatti, tutti entrano chiacchierando, tranquilli, salutando calorosamente gli amici appena incontrati; ci si libera subito del cappotto al guardaroba e poco dopo si sfoggia con orgoglio il proprio dress, quale che sia.
    Osservo i dettagli e quello che vedo mi piace, lo trovo appropriato: tavoli, croci, strutture per legature e sospensioni; dietro il bancone il barista fa volare le bottiglie e miscela i cocktail con maestria. La musica a poco a poco cambia: si placano i suoni inarticolati da Quake e inizia una bella musica industrial, roba che non ho mai sentito ma mi piace. Ci si ambienta, ci si rilassa e si comincia a giocare. Vedo volare le prime fruste, scorrere le corde.

    Io chiacchiero con gli amici con cui sono venuta, conosco persone nuove, tengo occupato il divanetto. Ma, soprattutto, attendo. Non è un’attesa spasmodica; è più un’attenzione amplificata. Osservo attorno e seguo il mio Padrone con lo sguardo. Lui corre a destra e a sinistra, impegnato come membro dello staff. Non gli corro dietro, non lo intralcio, non pretendo attenzione; attendo. Sobbalzo quando lo vedo passare: la divisa da SS gli dona e mi dà i brividi. Quando avanza verso di me mi alzo di scatto e sono pronta ai suoi comandi. Quando si allontana sospiro e mi pongo nuovamente in una serena e placida attesa.

    A un certo punto mi raggiunge una consapevolezza: probabilmente non giocheremo stanotte. Troppi impegni per la festa. Pazienza, non avendo aspettative non sono nemmeno delusa. Penso ad altro. Così, quando il Padrone mi fa cenno di andare da lui e mi dice di piegarmi, un brivido mi sale da dietro le ginocchia fino alle orecchie.
    Tutta la teatralità dell’ambiente mi si riversa addosso; sento i suoni cupi, vedo i muri neri. Mi piego e mi appoggio a un tavolo di tortura; trasalgo quando mi alza il vestito con un gesto brusco; tremo incontrollabilmente, per il freddo e per l’attesa ora sì densa, pesante, del primo colpo. E quando arriva, volo.
    I flogger spazzano l’aria sopra di me come fossero ali e mi portano in alto, in alto. Mi lascio trasportare da questo volo inatteso e quando torno a terra è già quasi ora di andare via.

    Lascio la serata con un grande sorriso, il cuore ancora tra le nuvole sfrangiate dalle fruste.

  • Tease and denial

    Un po’ di tempo fa ho compilato una lista di limiti (più di una, in effetti); è una buona pratica bdsm, per far capire a potenziali partner di gioco cosa ci si aspetta di fare, cosa si potrebbe provare e cosa è un “hard limit”, ovvero una cosa che assolutamente non si vuol fare; è utile anche per se stessi, per capirsi. Nella lista, tra i “sì”, ho messo anche il tease-and-denial, un giochino per cui si viene stimolati ma viene negato l’orgasmo. Ho messo tra i “sì” anche la castità forzata, che non necessita di ulteriori spiegazioni, credo. Tutte cose mai provate ma che nella mia fantasia suonavano molto eccitanti.
    Adesso mi è tornato alla mente quel detto che recita: “fai attenzione a ciò che desideri, potresti ottenerlo”.

    Da giorni cammino con il fuoco tra le gambe.
    Ciò che mi sconcerta di più, a parte lo stato di costante eccitazione, è rendermi conto di quanto spesso prima mi masturbassi, e di quanto intensa sia la mia voglia. Non che mi ritenessi una santa, ma non pensavo di poter desiderare tanto e per tanto tempo continuativamente. Anzi. Un po’ pensavo che sarebbe stata una passeggiata. Bè, non lo è.
    La cosa peggiore (migliore?) è che questo stato di sensibilità aumentata mi fa vergognare da morire. Mi vergogno sinceramente di scoprirmi così vogliosa. Però la vergogna che provo mi aumenta anche l’eccitazione, in un tremendo circolo vizioso. Dannata perversione, mi complica la vita.

    Ovviamente c’è anche quell’altro adagio: “mal che si vuole non duole”. Insomma, me lo sono andato a cercare, mica no. Eppure, non pensavo che mi avrebbe colpita con così tanta forza. Che mi avrebbe lasciata boccheggiante a fantasticare. Che mi avrebbe fatto temere persino di pulirmi e lavarmi, da tanto sono sovraeccitata.
    Ho persino imbarazzo a supplicare di potermi toccare. Lo farei, sarebbe nel gioco, ma ho paura che il mio Padrone ci resti male (tanto quanto ci sono rimasta male io) a scoprirmi così porca. Ho paura che si schifi di me. Non sono sicura di sapere fino a dove posso spingermi… anche perché mi sto accorgendo di come mi possa (e voglia) spingere sempre oltre; di come desideri andare al di là di ciò che di rassicurante so di me stessa.

  • E’ una questione di qualità

    C’è una differente qualità nei colpi.
    Ogni mano è diversa; come lo è ogni persona, e la mia relazione con ognuna di esse. Queste differenze sono ciò che impreziosiscono ogni singola esperienza.

    Quando mi trovo lì, che sia piegata, chinata o distesa, a ricevere i colpi, ascolto la mano di chi mi colpisce. Tra me e me, riconosco chi mi sta colpendo. Tra me e me, ridacchio nell’accorgermi che il colpo ricevuto è più leggero o delicato. Penso: ecco, il colpo è leggero, è spostato sul fianco invece che centrato sul culo, è dosato male; e sogghigno. Mi sento furba.

    E invece. Man mano che la sessione procede, che gli schiaffi volano, che le fruste sibilano, la mia coscienza si riduce; non riconosco più i colpi, mi abbandona la presunzione di sapere chi sta facendo cosa, l’arroganza di sentirmi in controllo. Mi lascio andare. E quando mi accorgo che non so più che sta succedendo, chi mi sta colpendo né con cosa, si impossessa di me una vertigine.
    Finalmente non sto più controllando niente, non devo tenere duro né dimostrare qualcosa. Mi lascio trasportare dalle sensazioni, dalla carne, dalle volontà di chi mi è intorno; con la consapevolezza di essere al sicuro.

  • Potenza

    Una settimana infernale, di corsa, sempre al telefono, a inseguire la burocrazia, le scartoffie, l’incompetenza altrui, gli uffici, le promesse non mantenute, le richieste dell’ultimo secondo, la pressione per la scadenza ormai prossima. Tensione alle stelle, il cervello una pentola a pressione riempita troppo che fischia, fischia e sembra sul punto di esplodere da un momento all’altro.
    In tutto questo, quando Lei mi dice che potremmo anche non vederci, visto che sono così sommersa di cose da fare, mi viene da piangere.
    Il cuore mi si lacera in due. Da una parte so che più tempo mi servirebbe; dall’altra significa rinunciare ad essere presente, ed anche, egoisticamente, ad un momento per me. Ho un nodo in gola e cerco disperatamente una soluzione, un sì e non un no; un compromesso. Lo trovo.

    Il treno che mi porta è un interregionale vecchio, scassato, pieno di gente e di valigie strapiene in mezzo al corridoio. Il vagone sferraglia e strepita, il viaggio lo passo al telefono, chiamando, lavorando, apro il computer portatile e compilo altri moduli, l’uomo accanto mi chiede in prestito una penna. Il sole batte attraverso i finestrini, le porte si aprono e si richiudono con un gran baccano, sobbalzo per gli urti.

    Il treno che mi porta di ritorno è un frecciabianca quasi vuoto; i sedili sono puliti, tutto è nuovo, c’è persino il tavolino. Il vagone è silenzioso e scivola nella notte sui binari come un sospiro, quasi non si sente; il dondolio del trasporto è lieve e mi culla. L’ambiente profuma di pulito, il controllore è cortese e sorride, c’è una presa elettrica a disposizione per ricaricare il cellulare o il computer.

    Allo stesso modo sono partita: la testa in confusione, il caos del lavoro, mille e mille pensieri accavallati in mente. Allo stesso modo sono tornata: rasserenata, rilassata, svuotata e ripulita. Ricaricata.
    Colma di una nuova, quieta potenza da riversare nuovamente nel mondo attraverso me stessa.

  • Ricordo della festa

    Mi osservo minuziosamente le cosce e i seni. Terminato l’esame mi rassegno all’evidenza: i segni della festa di sabato scorso sono spariti. I feroci morsi del cane (la bacchetta, non l’animale), così taglienti quando mi si incidono nella carne, hanno cessato di decorarmi con i loro solchi rossi, dolce ricordo di una serata di gioco.
    Così come sono scomparsi loro, mi accorgo di non averne scritto nemmeno una riga.

    Un’amica di facebook mi scrive: ho visto che durante la festa sei stata molto coccolata.
    Sorrido: sì, coccolata con la frusta e la cera rovente. Blandita con il vibratore e accarezzata dalle mani del Padrone e della Lady: quattro mani su di me per un duetto al pianoforte, mi hanno fatta risuonare secondo la loro melodia. Spero che i miei gemiti e strilli siano risultati graditi all’orecchio, i miei spasmi piacevoli all’occhio.

    Passo ancora la mano sulla pelle liscia e intatta, la mente che torna alla festa.
    Mi accorgo che i segni non sono semplicemente spariti: sono stati riassorbiti dal mio corpo, che li ha inglobati e accolti come sul momento ha accolto il dolore; ora sono dentro di me, trasformati in ricordi, in sensazioni, in tessere aggiunte al puzzle di me stessa.
    Non scompariranno mai.