Weekend

2013-05-12_15-24-55_420_piccola

Torno a casa da questo weekend con una più profonda consapevolezza della mia sottomissione, ed una visione più chiara del fatto che è esattamente quello che voglio.

Sono arrivata al venerdì stanchissima: mille impegni, corsi, lavori, ore piccole. Non me ne rendevo conto, ma ero in uno stato di proiezione incredibile verso questo weekend. Speravo accadesse chissà cosa. In un certo senso, è successo, anche se non come pensavo: avrei voluto venire portata al guinzaglio, umiliata e frustata in pubblico; invece, ho servito. Una parte di me è rimasta delusa, anche se il servizio (rassettare, pulire, sentirmi utile) è una cosa che mi dona un profondo senso di pace. Sicuramente non me ne sarei mai voluta andare: ho chiuso la me stessa di tutti i giorni in un posto riparato e sono diventata kat per un intero weekend. Il mio alter ego slave – che sono sempre, profondamente, io – ha preso il sopravvento e ho respirato un’aria diversa per 48 ore.

Al momento della scelta, ho scelto egoisticamente. C’è da dire che la negazione dell’orgasmo mi fa impazzire; anche questo spinge oltre il mio essere sub: mi viene reso evidente il mio essere cagna e ne sono sconvolta. Voglio, voglio, voglio e la voglia non mi fa capire più niente.
E poi, le parole del Padrone: “E io?”
La consapevolezza di aver cercato con tutte le mie forze solo e soltanto la mia soddisfazione mi colpisce come un maglio. Senso di colpa, delusione di me: e tutte le mie belle parole sull’essere al suo servizio?
Mi dice: “Se ti faccio certe cose, è perché piace a me. Si può dire che ti uso”.
Un altro maglio. Incredibilmente, stupidamente, non ci avevo mai pensato; non ci avevo mai pensato davvero: scopro l’acqua calda (ma è una doccia gelata) e comprendo che il Padrone prova piacere a farmi male, ad umiliarmi. Tanto quanto io a subire queste cose.
Mi accorgo allora di avere ragionato al contrario: ho creduto io di usare lui per il mio piacere, per la mia soddisfazione, per avere ciò che volevo. Ma non dovrebbe essere proprio così.
Certo, è un percorso consensuale, lo si fa in due; è una sorta di equo scambio, un incontro di bisogni complementari. Però. Una volta assodato il SSC, c’è altro.

Chino la testa e mi lascio usare.
La sessione che segue è breve ed intensa. Mi percepisco con una consapevolezza nuova. Mi sento di essere un oggetto, un giocattolo nelle mani del Padrone e della mia Lady. Mi rigirano, mi colpiscono, mi fanno venire quando e se vogliono; ridono e godono delle mie reazioni. Improvvisamente non sono più concentrata a sentire, ad inglobare le sensazioni che mi vengono da fuori; adesso mi espando, divento liquida. Mi apro perché loro possano posarsi su di me con forza e manipolarmi.
Mi viene quasi da piangere, e non so se di umiliazione o di gioia; probabilmente, entrambe. Tutto questo mi svuota e mi riempie a ondate, una marea calda che si riversa in me; non sono più un essere indipendente, ma uno strumento di piacere per loro. Allora, tutte le mie percezioni, le mie reazioni, non sono più vuote, senz’altro scopo che il piacere del momento: sono per loro. Mi colmo come una coppa da cui possano dissetarsi.

Dopo, la mia Lady mi avvolge in una coperta e mi abbraccia sul divano. E mi rendo conto che non è mollezza la sua, non è mancanza di polso: è il gesto di possesso su un bel giocattolo; sono la bambola da pettinare e torturare.

Mi abbandono a questa sensazione tremando di emozione: credo di aver fatto un passo avanti nel mio percorso di sottomissione; ne sono felice e anche spaventata. Non credevo fosse possibile sentire così tanto e così intensamente.

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