Dare tutto

Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

Scrivo di me.
Scrivo per me.
Sono io.
Io da sola come sempre.
Perché una schiava è sempre sola.
Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
Una schiava deve sempre saper aspettare.
Anche quando non ce la fa più.
Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
Una schiava è lì.
Un oggetto.
Da usare quando se ne ha voglia.
In ogni modo.
È a disposizione.
Esegue le richieste.
Viene punita se sbaglia.
Lei è lì…solo quando serve.
Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
La schiava non chiede mai.
Attende le sia dato.
Lei da tutto.
Ogni parte di sé.
Perché la schiava è così.
Questo è una schiava.
Questo sono sempre stata.
Non è stato facile.
Non è stato un gioco.
Ma non è stata una scelta.
È ciò che sono.
Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
Ora ne sono consapevole.
E non rinuncio più ai miei bisogni.
Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
Esisto anche io.
Il mio essere una femmina pulsante.
Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
Ora so che essere una schiava è una parte di me.
Non sarà mai un gioco.
Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
Deve prendere tutto ed averne cura.
La schiava.
La femmina.
La donna.
Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
Ho bisogno di tempo e di attenzione.
Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
Sono bisogni che mi esplodono dentro.
Hanno urlato per troppo tempo.
E li ho sempre ignorati.
Ora li ascolto.
Ascolto me.
E tutto ciò che sono.
(Alx)

La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.

Annunci

Punto di rottura

cane vs culo

Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.

Weekend perfetto di appartenenza

Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

(S)piacevolezza

Quanto adoro l’espressione in questa foto.
Essere aperta dal Padrone – aprirsi al Padrone – non è solo un’esperienza piacevole. E’ dolorosa, faticosa, cattiva. Ed è questo che mi piace.

Sono stufa di tutte quelle immagini edulcorate, patinate, dolci, che mostrano il lato più tenero dell’Appartenenza. L’abbandono tra le Sue braccia, culi esposti ma senza un segno, volti distesi con le labbra dischiuse. Bellissimo, per carità: ma c’è ben altro.
Datemi l’espressione della sofferenza che precede l’abbraccio, la smorfia di dolore, le labbra arricciate, gli occhi strizzati e il senso di invasione che si prova a sentire il Padrone che entra nel proprio sé più profondo. Carne che si segna, che si apre, che urla, muscoli contratti e bava – espressione fisica di ciò che si vive, ma non è solo nel corpo che si sente.

Attraverso la carne è l’anima che si lacera e si apre. E ogni segno si richiude sopra l’abisso e diventa legame.

Osservare

Occhi che brillano e culo in fiamme.

Seduta ai piedi del mio Padrone, sul duro pavimento coperto di linoleum nero, ascolto il canto del dolore che pulsa dal mio sedere e osservo con un sorriso di gioia le altre persone che nel piccolo locale stanno giocando.
Com’era? “Persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico”. E’ ancora così: i corpi rilucono di una bellezza ultraterrena, trasfigurati dal vivere la parte più intima di sé. Le teste si reclinano e le schiene si inarcano, abbandono e tensione, contatto e dolore.
Viversi in pubblico accentua il piacere di sentirsi accettati, di potersi mostrare per chi si è nel proprio profondo; condividere sensazioni private, intime. E’ un dono inestimabile e lo osservo con gioia e rispetto.
Le ragazze che tengono gli occhi chiusi avvolte dalle corde, appese in un dolore che è piacere, in una costrizione che è volo. Gli slave stesi a terra sotto i piedi delle Miss, felici di poterli sentire addosso. I suoni secchi dei colpi che superano persino il frastuono assordante della musica e sono una melodia che risuona nei visceri più di qualsiasi basso.

Sento il mio Padrone chiacchierare ed è un piacere sentirLo e vederLo accanto a lei. Si sente ciò che c’è tra loro, qualsiasi nome gli si voglia dare: è una leggera elettricità fatta di sorrisi e sguardi. Tengo il mio basso e mi limito a lasciare che questa elettricità mi increspi la pelle, mentre il Padrone mi tocca e mi schiaccia e mi tormenta i capezzoli come se stesse facendo ghirigori su un foglio di carta mentre chiacchiera. Mi sento usata e mi sento Sua, a disposizione.
Al mio posto e felice.

Sottomissione

Mi è capitato talvolta nella vita di ricevere un regalo che non era proprio quello che volevo.
La consolle portatile per videogiochi che desideravo, ma un modello diverso. L’abito che avevo visto, ma di un altro colore. Il pendente che avevo indicato, ma con una catenina che non mi piaceva.

Ogni volta ho messo il muso, mi sono rattristata, delusa, preoccupata che fosse il segnale che l’altro non mi avesse capita, che fossimo magari incompatibili. Ho fatto cambiare regali e riportare indietro cose, ho finto apprezzamento e fatto il broncio.
Ho fatto dei capricci assurdi, mi rendo conto, ed ero già ampiamente di un’età in cui non avrei dovuto farli.

E poi in un attimo capisco.
Con poche parole, ma dirette.
Capisco cosa vuol dire sottomissione.

Certo che l’ho sempre saputo. Ma di colpo l’ho sentito.

Accettazione. Silenzio. Ricevere.

Non contano i miei capricci, le mie aspetttive, cosa mi ero immaginato, le mie paranoie o insicurezze, le cose che non sono proprio come io le vorrei, il passato, o nient’altro. Non conta.
Conta l’Appartenenza, ricevere un Dono e portarlo con orgoglio e gioia perché è Suo – non perché è quello io volevo.

Di colpo sono riappacificata, sorrido e mi sento al mio posto.