subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Finalmente non c’è nient’altro

    La mia fronte si corruga, il battito accelera, il respiro si fa più affannoso. Non riesco a pensare a niente; tremo.
    Una mano mi si posa sulla testa. Mi accarezza, piano ma con forza. Il tocco immediatamente mi tranquillizza. Respiro più profondamente. Mi accarezza e mi spiana la fronte: distende le rughe della mia preoccupazione e la cancella. Ancora non riesco a pensare a nulla, ma ora è un vuoto calmo; non più la “neve” come un vecchio televisore a tubo catodico: adesso è quasi zen. Sento l’attesa. Fremo, forse tremo ancora, ma non ho paura.
    E’ qui. Sono qui. Sono con me, io sono con loro. Siamo qui.
    La bacchetta saltella sulla mia coscia. L’interno coscia; dove la pelle è più delicata. Tap tap tap tap tap. Inspiro. Un sibilo e il dolore mi taglia in due, di traverso. Dal piede destro all’orecchio sinistro. Salto, strillo. Ma la mano che mi accarezza è ancora lì. Mi tiene giù la testa con ferma delicatezza. Mi tiene immobile al centro del vortice.
    Ancora. Tap tap tap tap tap. Una promessa, una minaccia, un desiderio. Un sibilo. Un taglio di dolore.
    Ancora.
    Ancora.
    Pausa: la mano si solleva dalla mia testa, da dietro gli occhi chiusi lo sento spostarsi. Inspiro, espiro; ansimo.
    Calore. Fuoco che si espande dentro di me lento, come lava. Mi inonda con lentezza ma inesorabile. Non ha fretta: mi riempie in ogni anfratto. Dalla coscia fino all’anima; dal dolore fino alla pace.
    La mano torna sul mio viso; le mani. Le cerco, le bacio. Eccolo: tap tap tap tap tap. Sull’altra coscia. A me, il sibilo e il taglio nell’altro senso: affettami.
    E ancora.
    E ancora.
    E ancora.
    Lui, lei. Io. Sono in un bozzolo caldo di ferocia, avvolta nella mia stessa carne che ora danza e grida e canta secondo uno spartito che non controllo.
    Ogni strumento mi suona con il suo suono peculiare; con ogni strumento mi suonano; risuono in armonica risposta. La cera calda a fiotti. Il flogger che mi blandisce, la paletta che mi sveglia. Strillo, grido e imploro e, in un singulto, finalmente, non c’è nient’altro.
    Solo il sentire. Mi lascio infine andare al galoppo, grata a chi mi tiene per le briglie e mi sprona con frusta e speroni.

  • Licantropia

    Mi raccoglie i capelli.
    Lentamente, con ampie carezze che mi sfiorano i lati del capo, solleva le ciocche ad una ad una, tenendole con l’altra mano. E’ un tocco leggero, tenero, ma anche deciso: si sente che è preludio a qualcos’altro.
    Per me è la lenta salita lungo la cremagliera. Un placido prepararsi a un tuffo al cuore, che inizia già a battere più forte, nella tensione dell’attesa. Mi dispongo a sentire.
    Quando ha finito, tira.
    La vettura scavalca il fermo, l’ultimo gancio della cremagliera si stacca e l’ottovolante parte in picchiata.
    Mentre mi tira la testa all’indietro con la mano salda sulla chioma, mi batte il culo con ferocia. Con ferocia ferina rispondo: con mia stessa sorpresa mi trasformo. Non sono più la piccola bimba di prima; divengo lupo. Ruggisco, ringhio e mostro i denti; scuoto la testa, non per liberarmi ma per sentire la sua stretta farsi più forte. Agogno la doma.

    Lasciare andare la belva che è in me con la serenità di sapere che sarà domata, che non farà danno: il Padrone la tiene, mi tiene, mi batte, mi tiene sotto. Al sicuro.
    Bacio la mano che mi incatena.

  • Immergersi

    E’ il terzo colpo, o il quarto. A volte, il secondo. Ma tutto inizia col primo, com’è ovvio.
    Dopo un paio di colpi, la qualità della sensazione cambia, si trasforma e sale in me come un’ondata di piena. Rimane sempre dolorosa, è chiaro; ma quel dolore mi parla in modo differente. Perché non è un dolore cattivo, indifferente; un dolore che arriva a caso, d’improvviso, come sbattendo il piede in uno spigolo, non è un dolore immotivato né antipatico. E’ un dolore forte, focalizzato, mosso da una Volontà precisa. La Sua Volontà. Un dolore donato, inflitto con crudeltà metodica che diviene dedizione.
    Sale e scende dentro il mio corpo, cullandomi l’anima. E ne sono grata.

  • Strafare (Buon anno)

    Sai quando pensi di fare una cosa diversa rispetto a quello che ti ha detto il tuo Padrone, perché pensi di fare meglio?
    Ecco.
    Sbagli.
    Per fortuna, da questo, se non sei del tutto testa di cazzo, poi impari.

    In ogni caso, una magnifica festa. Buon anno!

    Capodanno

  • Ciò che resta

    Anche se non mi restano segni
    (e quanto li vorrei, ma
    ho la pelle refrattaria)
    la feroce sensibilità che mi rimane addosso
    che mi rende la pelle uno strato di fuoco
    che trasforma la stoffa più leggera
    in carta vetrata
    questa sensibilità mi parla di Te
    di quello che è accaduto
    di quello che ho provato
    – che mi hai fatto provare.

    Seppure sembrino così rosa
    e tranquilli
    i miei capezzoli urlano
    un ringraziamento.