Onirica – VI

Mi obbliga a masturbarmi davanti a Lui ed a Lady Rheja; mi vergogno, ma obbedisco. Il dito gira, sempre più veloce: ansimo; per nascondere il viso mi giro sulla pancia, cerco di non farmi guardare.
“kat”
La Sua voce, secca, profonda: dice tutto col solo chiamarmi per nome. Trasalgo e smetto all’istante.
Sento le Sue mani sul culo e so che sta per farmi del male. I suoi denti mi affondano nella carne tra la spalla e il collo, il respiro mi si strozza in gola.
In quel preciso momento, mentre chiudo gli occhi per sentire il dolore tanto a lungo agognato, mentre so di stare per divenire lo sfogo della Sua ferocia, mentre quasi piango di gioia ed aspettativa, suona la sveglia.
Sobbalzo nel mio letto, mi riscuoto e spengo il trillo insistente. Il sogno sfuma, lasciandomi insoddisfatta e tremante.
Non posso fare a meno di pensare che è perfetto: il sadismo estremo di interrompere un sogno in questo modo, in quel momento. Una vera bastardata da parte del mio inconscio. Il Padrone ne sarebbe orgoglioso.

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Onirica – V

Risiedo in una specie di casa in affitto, forse un residence, fa parte di un complesso abbastanza grande; sono qui per compiere una qualche missione che devo fare, ma sono in attesa di ordini.
Le stanza è in effetti la mia camera da letto di adolescente.
Passo il tempo a masturbarmi, in attesa di venire chiamata; è quasi una compulsione, un obbligo farlo.
Finalmente vengo convocata da Lui, in un’altra stanza. Lui, il Padrone, mi parla di qualcosa che non ricordo, sono istruzioni e spiegazioni; poi, mi mostra una serie di monitor di sorveglianza sulla parete: premendo tasti su una pulsantiera le immagini cambiano, scorrono, affinché possa rendermi conto che non vi è un solo angolo della casa o del giardino che non sia controllato da telecamere.
Deglutisco, capendo ciò che questo comporta.
A dimostrazione – e forse era qui che voleva andare a parare sin dall’inizio – il Padrone manovra e su tutti gli schermi appaio io intenta a masturbarmi ferocemente, da molteplici inquadrature: una è addirittura soggettiva, ripresa proprio dai miei occhi, o da appena sopra la testa. Vedo la mia mano tornare alla bocca, subito sotto la telecamera, e infilarsi nuovamente tra le mie gambe.
“Ma dai – protesto, mentre avvampo dalla vergogna – ma me ne avete messa una anche in testa?!”
Il Padrone mi guarda con uno dei suoi sogghigni sardonici, gli occhi azzurri che mi penetrano da parte a parte, mentre poco discosta anche la mia Lady ridacchia di me.

Il ricordo del sogno mi torna, improvviso, solo diverse ore dopo il risveglio. Arrossisco e fremo alla sensazione di imbarazzo in cui mi riporta e rifletto che sì, talvolta l’impressione è davvero come se Lui avesse piazzato una telecamera nel mio cervello.

Onirica – IV

Sono in giro in bicicletta, sulla mia mountain bike. Incontro Lady Rheja alla guida di un furgone bianco piuttosto vecchio, la sorpasso abilmente sulla destra mentre lei fatica a superare un sottopasso un po’ basso, ma poco dopo mi fermo dove c’è una rotonda e la aspetto. Lei accosta e scende, parliamo. So che siamo nella sua città.
Guardo nel furgone ed è spoglio, di metallo grigio, con quattro seggiolini avvitati in fila su un lato; il furgone naturalmente è rettangolare, ma dentro è rotondo, infatti è anche un vecchio aereo. Penso che avrei paura a volare su quell’aereo, così piccolo e dall’aria poco sicura (nei miei sogni i viaggi in aereo non sono mai tranquilli).
Sui seggiolini ci sono alcune ragazze: l’altra slave dei miei Padroni, una sua amica che so che vuole provare il bdsm ed è lì per questo, ed una terza ragazza, minuta e bionda, che so essere una che i miei Padroni hanno preso ad una festa, con cui giocare e basta, senza impegno. Appare smarrita, è molto carina. Più tardi, mi riferirò a lei chiamandola “toy”.
Le ragazze scendono per sgranchirsi e pascolano nei dintorni. Parlo con la mia Lady. Stanno andando alla loro casa in montagna (che è in realtà la casa dei miei nonni dove passavo le vacanze da bambina) per passare il weekend tutti insieme, il Padrone deve raggiungerle ora per partire. Mi dice: “Non ci siamo ancora andati di questo inverno, alla casa, ed è uno spreco perché c’è il riscaldamento che va. Almeno la usiamo”. Annuisco e penso tra me che ci sarà un sacco da mettere in ordine, tutta la roba accatastata da tirare fuori; dico: “Per fortuna vi portate un sacco di slave per fare il lavoro!” Lei ride.
A me dispiace di essere in bicicletta; li devo raggiungere in montagna seguendoli. Rifletto: “Forse potrei mettere la bici sul furgone e venire con voi”. Mi dispiace non fare il viaggio insieme a loro; inoltre sono preoccupata per il freddo. Lady Rheja fa un’espressione dispiaciuta e mi dice che non si può; io capisco che è perché il furgone dopo lo lasceranno in montagna, lo devono riconsegnare al legittimo proprietario, che è un loro amico. Io annuisco; tra l’altro, so di essere la slave più “anziana”, quindi devo fare uno sforzo in più. Ho una responsabilità nei confronti delle altre ragazze.
Ora siamo sul pianerottolo della casa della mia infanzia; mi sporgo nella tromba delle scale e vedo il Padrone, in uniforme da SS, che sta salendo; guarda in alto e incrociamo lo sguardo.
Quando ci raggiunge, lo prendo in giro: “Certo che è coraggioso, Padrone, ad andare a chiudersi in una casa con cinque donne!” Lo dico con un certo timore, mi sto permettendo una confidenza. Anche lui ride e mi sento sollevata; mi prende la testa tra le mani e mi bacia sulle labbra, in modo rude ma con affetto. Mi si rimescolano le viscere per l’emozione.
Noto che si è rasato la barba e gli dico che sta bene così. Lui fa un cenno col capo.
Tutti insieme, salgono sul furgone e partono; io resto ancora un poco a cercare di capire se devo legare la bici e andare in autobus, o se farmi forza e pedalare.

Mi sveglio con voglia di caffè ed una certa, strana malinconia, tipica dei sogni. In un unico sogno sono apparsi tre cardini della mia vita onirica: l’aereo, la casa dove sono nata e la casa dei miei nonni. Tanti ricordi, tanti sentimenti, tutti mescolati; e la presenza forte, imperativa, di ciò che sto vivendo ora, dei miei Padroni, del fortissimo senso di appartenenza che provo.
C’è qualcosa, in questo sogno, ma ancora non so cosa. Mi cullo nel suo ricordo e proseguo nella vita di veglia.

Avatar

C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.

Onirica – III

Una settimana di densa attività dell’inconscio. Il terzo giorno consecutivo; subito prima di svegliarmi, questo.

Sono ad una festa bdsm che è anche una sagra di paese: siamo in uno sterrato all’aperto, con le bancarelle e le panche ed i tavoli di legno. In lontananza c’è parecchia gente, che si accalca in coda per prendere il cibo servito nei piatti di plastica.
Subito all’ingresso c’è una costruzione in muratura, sono gli spogliatoi: piccole stanze dove ci si può cambiare. Metto lì le mie cose e vado anch’io verso gli stand. Di nuovo, sono qui da sola.
Incontro un vecchio amico Dom che non vedo da tempo e di cui non farò il nome per correttezza; alla fine è solo un’immagine generata dalla mia mente. Comincia a provarci, vuole giocare con me; io declino, tergiverso, non voglio, ma lui insiste. Mi gira attorno; mi dice qualcosa che non ricordo sul mio Padrone che mi fa sorgere dei dubbi, per invogliarmi a cedere. Io sono a disagio; ho una gran voglia di giocare ma non lo considero affidabile.
Mi si avvicina e mi bisbiglia all’orecchio: “Vado a prendere la borsa dei giochi?”
Io faccio un mezzo sorriso e rispondo: “Se ci vai tu, sei tu lo schiavo”, ridacchio.
Lui domanda: “Cosa?”; non mi ha sentita.
Faccio un gesto con la mano come per scacciarlo: “Sì sì, vai a prenderla”, dico, con un tono autoritario che mi suona falso. Lui china il capo e corre via.
Il mio disagio aumenta. Non solo ho mezzo acconsentito a giocare con lui, ma si comporta in modo servile mettendomi in posizione dominante, e non mi ci trovo. Vado in panico e corro via, a nascondermi nello spogliatoio.
Una volta lì mi siedo per terra, in un angolo, e col cellulare scrivo una lettera ad una rivista online per chiedere consiglio su cosa fare. Non ottengo risposta e dopo un po’ mi alzo e torno fuori, ad affrontare la situazione.
Raggiungo uno dei tavoli e lui è lì che mi aspetta, insieme ad altri. Mi siedo e lui inizia a servirmi il cibo; io quasi mi sento male dal disagio che sento. Non lo capisco: vuol essere Dominante ma si comporta da sottomesso. Mi chiedo come ho potuto dare consenso a giocare con uno così. Non sento rispetto per lui come Dominante, non lo riconosco come tale visto che è così servile.
Mi allontano e mando un messaggio al mio Padrone per chiedere consiglio.
Mi risponde all’istante facendomi notare di non avergli chiesto alcun permesso per giocare con altri, e di aver chiesto aiuto prima ad una rivista che a lui.
Mi precipita il cuore nello stomaco per l’improvvisa consapevolezza. Ha ragione, è vero. Anche ora non gli ho chiesto permesso ma solo detto che non sapevo cosa fare per sbrogliarmi dalla situazione – mentre la soluzione era lì fin dal principio: chiedergli il permesso e affidarmi alla sua decisione.

Mi sveglio di soprassalto dieci minuti prima della sveglia con il cuore chiuso in una morsa di angoscia, lo stomaco annodato. Come ho potuto?
Poi, per fortuna, il sogno e le sue sensazioni sfumano negli impegni della giornata. Ma li tengo a mente come monito.

Onirica – II

La notte successiva, mi addormento serena dopo una piacevole serata. Confido che non sprecherò altri cicli rem per cavolate. Ed è così.

Sono forse in un parcheggio; dal cellulare sto prenotando dei treni per uno dei miei capi del lavoro, un commerciale che viaggia molto. Mi dice che a Roma c’è un’importante convegno, ci deve andare per promuovere la nostra azienda, ma deve incastrare questo impegno tra altri viaggi e conferenze. Mi chiede di prenotargli un treno che arriva a Roma alle 18, ed un altro che riparte da là alle 18.30.
Lo guardo. “Quindi – gli dico – fai tutto questo casino per stare là solo mezzora?”
“Sì – mi risponde – Tanto non devo parlare al convegno o cose del genere, basta che vada là, consegni i materiali e i biglietti da visita e mi presenti ai referenti e poi vado”.
“Certo che è una bella fatica per solo mezzora”, commenta una terza persona presente che non so chi sia, un servo di scena che ci deve dare la battuta messo lì dal mio inconscio.
“Bè – racconto io – una volta ho fatto di più, sia in termini di tempi di viaggio che di soldi”.
E parte il flashback mentre racconto l’aneddoto, lo sogno e lo rivivo.
“Una volta, il mio Padrone Pietro era via per lavoro, a San Francisco. Mi mancava da morire e avevo assoluto bisogno di parlare con lui, di vederlo. Così, ho preso un aereo e sono andata a San Francisco a trovarlo. Sono rimasta là solo due ore e poi sono ripartita”.
E sono là, in una grande camera d’albergo in penombra, il sole al tramonto che filtra dalle persiane, l’aria ferma e il pulviscolo che aleggia. C’è la moquette e un grande armadio a muro; lui è seduto sul grande letto matrimoniale intatto con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le dita intrecciate. Porta una camicia bianca con le maniche arrotolate, dal colletto aperto vedo la sua catenina col pugnale. C’è la sua valigia in un angolo. Io sono lì davanti a lui – vedo la scena dall’esterno e contemporaneamente la vivo in prima persona. Lo guardo; mi guarda; parliamo. Non si sente la voce, il filmato è muto. Ma ricordo che sospira e mi dice che ho fatto una pazzia a venire fino lì per sole due ore, ma che è contento che l’abbia fatto; è contento di vedermi. Così come io avevo bisogno di stare con lui, anche lui aveva bisogno di me.
C’è un grande senso di malinconia; tutti i toni sono virati al rosso scuro, all’ocra intenso. La stanza è troppo grande. Eppure, c’è anche un fortissimo senso di sollievo. La gioia di poter essere in sua presenza, nonostante la fatica per arrivarci, le corse, il poco tempo a disposizione.
Infine mi alzo e riparto, perché è ora. Vado via col cuore colmo.

Mi sveglio con un intenso senso di struggimento, di perdita e di gratitudine che mi accompagna per tutto il giorno.

Onirica – I

Sono in una stanza con un letto con un copriletto rosa antico; forse è un locale, c’è una festa, ma sono da sola, non accompagnata. Mi gira attorno un uomo di una cinquantina d’anni, capelli bianchi ed occhi scuri, in pantaloni e camicia neri. Forse ha un drink in mano. C’è anche altra gente, che intravvedo intorno.

Mi sveglio ed è mattina molto presto. Penso: peccato, sarebbe potuto essere un sogno interessante. Vado in bagno, poi torno a letto a dormire ancora. Incredibilmente, riesco a riprendere il sogno da dove l’ho lasciato.

Il tipo mi ha circuita e ho deciso di giocare con lui. Ci approcciamo, gli sorrido, mi sorride. Ha l’aria di uno che sa quello che fa, anche troppo. Mi lascio mettere a novanta sul letto – ma forse è un tavolo, non capisco. Lui mi dice qualcosa che non ricordo e gli rispondo: “Guarda che io ce l’ho un Padrone”. Non voglio che si faccia troppi viaggi.
Lui sembra sorpreso, interessato; risponde: “Ah davvero, hai un Padrone? Ma è giovane, ha poca esperienza? Se vuole posso dargli qualche lezione, insegnargli”. Lo guardo aggrottando le sopracciglia: chi si crede di essere? Rispondo: “Intanto vediamo come va questa sessione, poi vedremo se sei in grado di dare lezioni”.
Lui ridacchia, mi preme giù e mi bisbiglia all’orecchio una parola strana, in francese, che non so che significa. Capisco che sarà la mia safeword e la ripeto due o tre volte per essere sicura di ricordarla e di pronunciarla giusta. Lui annuisce e va dietro di me.
Mi dà quattro pacchette leggere sul culo; mi tendo, aspettando la botta forte, ma lui si gira e si allontana. Subito resto interdetta, penso: che cazzo fa? Poi torno a tendermi: dev’essere una strategia per farmi anelare, penso. Ansimo, poi mi giro a guardarlo e vedo che si sfila i pantaloni. Torno ad aggrottare le sopracciglia: spero bene che non finisca che vuol solo scoparmi, perché è l’ultima cosa che m’interessa.
Stacco.
Stiamo facendo come la lotta sul letto di prima, mi preme sotto di lui, mi rigira. Mi diverto finché non lo vedo togliere il cappuccio ad una siringa. Mi agito violentemente, cercando di divincolarmi, ma mi trattiene strettamente le gambe. Grido: “No, no, ehi, non voglio!” – e dico la safeword. Lui mi ignora e mi inietta quella che so essere droga nel ginocchio sinistro. Io m’incazzo. Finalmente mi lascia andare.
Mi tiro a sedere e glie ne dico di tutti i colori. Lui fa spallucce, mi dice: “Ma dai, avrai delle sensazioni incredibili; e vedrai che effetto che avrà su di me, sarà grandioso”, e capisco che intende che la droga gli farà avere un’erezione notevole. E’ in camicia nera e boxer bianchi, larghi, a righine rosse.
Io mi inalbero: “Ma non capisci – gli grido – Se mi droghi, io non saprò mai se quello che sento saranno sensazioni mie o date dalla droga; se saranno sensazioni che sorgono dal gioco, da quello che mi fai, da te, o dalla droga. Non intendo giocare così, neanche per sogno”.

Infatti, mi sveglio.
Resto a letto a rimuginarci su un po’. Che fase rem sprecata, penso, per un sogno così insulso, inutile. Eppure, quello che ho detto al tizio, seppure in sogno, è vero. Il mio inconscio mi supporta; quello che provo nel bdsm, voglio che sia mio. Che mi appartenga e che sorga unicamente da me, dal mio Padrone, dall’alchimia che si crea tra noi grazie al bdsm stesso.