A volte l’emergenza quotidiana, la fatica, i pensieri, tutto si accumula come un gran mucchio di neve fuori dalla porta del rifugio. Si sente la tempesta che infuria e ci si rannicchia nel sacco a pelo rimandando di uscire; ma anche quando il vento non soffia più, vedere tutta quella neve da spalare sembra un compito così tanto superiore alle proprie forze da preferire di tornarsene nella propria cuccia, a nascondersi sotto le coperte.
Questo si traduce fuor di metafora nel rimandare di fare anche le cose che si amano, come leggere e scrivere, in favore di una perdita di tempo che spenga il cervello, come scorrere ad libitum la bacheca di facebook, fino alla lobotomia virtuale.
Sale allora un oscuro e sotterraneo senso di disprezzo di sé, la sensazione (veritiera) di stare perdendo tempo prezioso; l’appiccicoso viscidume della melassa della pigrizia impasta e impesta anche la voglia di fare quella fatica bella, che dà soddisfazione.
Cavarsene fuori è ritrovare sufficiente fiducia da dire a se stessi: sì, quello che faccio vale. Invece di fissare il foglio bianco cercando allo spasimo qualcosa di profondo, di vitale, di imprescindibie da scrivere, scrivere e basta. Lasciar scorrere il testo, sentire il fluire della grammatica, i tempi verbali che si accordano come pezzi di un puzzle fino a creare un disegno magnifico ed armonico. Il piacere delle parole, una lettera dopo l’altra. Per il puro piacere di sentirle, della musica della scrittura.
Tutto vale la pena di essere scritto, letto, vissuto; anche se non è di necessità sempre la chiave di volta di tutta una vita, come a volte mi figuro che debba essere per poter meritare di esistere.
Categoria: vita
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Di rado ma mi dirado
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Tenacia
Il solo volere non basta. Ci vogliono tempo e pratica; in una parola: tenacia. Mettere da parte l’ansia che è sempre e solo controproducente e andare avanti dandomi tempo per imparare, per crescere le mie potenzialità.
A volte o forse spesso la stanchezza mi soverchia e mi abbatte; la fatica del momento contingente mi annebbia la vista verso il futuro, verso ciò che sto costruendo. La frustrazione dell’errore, della caduta mi rendono faticoso rialzarmi e ricominciare ancora una volta.
Ma se c’è una cosa che ho imparato a detestare, è piangermi addosso. Un minuto, due, dieci di sconforto: ci sta. Poi basta. Riapro gli occhi e il mio sguardo si fissa in alto. Un altro passo, uno alla volta.
Si cresce per crisi successive. -
Coinvolgente vs pervasivo
Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine. -
Fierezza ed umiltà
La prima nella consapevolezza di me stessa, delle mie capacità, del mio valore; la seconda nel pormi di fronte agli altri, nel confronto con chi incontro sul mio cammino.
L’umiltà di non credere di sapere già tutto, di essere migliore di chicchessia; l’umiltà di ascoltare, essere aperta, voler conoscere.
La fierezza del non farmi prevaricare, dello scontro con chi non mi rispetta; la fierezza delle mie idee, del dare e quindi del poter pretendere.
Fierezza non è presunzione; umiltà non è disistima.
A piedi nudi, ma cammino sulle nubi. -
Una brava ragazza con cattive abitudini

E’ proprio ciò che sono.
Non sono cattiva (mi disegnano così).
Solo che spesso le mie cattive abitudini sono più forti di me e prendono il sopravvento. Allora sono linguacciuta e furbastra, rubo il cibo, mangio cose sbagliate, bevo.
Sono tutte cose che mi danneggiano, di cui mi pento nel mentre che le faccio. Un attimo dopo, vorrei non aver mangiato quella fetta di dolce, o fatto quella battuta. Ma è sempre un attimo dopo.
Come imparare a trattenermi invece un attimo prima, ancora non lo so.
Quando saprò farlo, diventerò forse una cattiva ragazza con buone abitudini! -
Credo
Quanto credo nelle cose che faccio?
Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
E io, quanto ci credo?Sto imparando ora a crederci.
Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più. -
Intensità – 26
A volte mi viene da pensare che sarebbe comodo sentire un po’ meno.
Un po’ meno emozioni, un po’ meno sentimenti, un po’ meno coinvolgimento emotivo. Vivere una vita meno intensa, più tiepida. Niente grandi sbalzi, niente caldo soffocante o freddo gelido, niente brividi e batticuori, niente patemi, ansie, paure.
Una vita tranquilla. Piatta. Senza andarsi a cercare sensazioni forti. Una vita ad accontentarsi.
Non fa per me.
Ogni tanto mi serve una pausa, certo: un attimo di quiete, di sospensione e riposo per tirare il fiato e recuperare energie.
Ma poi quelle energie le voglio spendere tutte. Tutte. -
Intensità – 25
Mi piace mettere in ordine; alzarmi, prendere abiti ed oggetti sparsi per casa, piegarli, chiuderli e rimetterli al loro posto. Mi dà un senso di serenità, mi calma. Rimetto ordine il soggiorno come fosse la mia vita.
A volte non ci vorrebbe poi tanto, a mantenere ordinato: invece di posare questa cosa lì, per terra, di buttarla malamente sul divano, invece di appoggiarla sul tavolo potrei fare tre metri in più, aprire un cassetto e riporla al suo posto.
A volte quei tre metri in più sembrano impossibili da superare. Ma come, è tutto il giorno che fatico e vuoi che vada fin là?!
Così le cose fuori posto si accumulano, fino a che tutto non mi pare un caos terribile ed ingestibile.
Allora mi alzo e prendo il primo di questi oggetti; lo pacifico e pacifico me stessa nel riportarlo dove deve stare. Poco alla volta la casa si calma, e anch’io.
Un’altra piccola, piacevole fatica. -
Intensità – 24
Quando sono così di corsa la tentazione di disobbedire è forte.
Penso: va be’, dai, sto facendo mille cose, un sacco di fatica; se anche indulgo un po’ nell’autogratificazione che sarà mai?! E la mia mano si allunga verso la birra, verso il mio sesso.
Eppure non riesco ad andare fino in fondo. Non mi va, mi si rivolta qualcosa dentro.
Assaggio, tocchiccio, ma poi mi fermo.
È un piacere sporco, rovinato dal senso di colpa, dalla consapevolezza della disobbedienza; mi lascia l’amaro in bocca.
Piuttosto, se il desiderio è intollerabile o giustificato, preferisco provare a chiederne il permesso.
Se anche arriva un no, l’attenzione ricevuta almeno un po’ mi placa. -
Intensità – 23
Quando sono concentrata non ho fame.
Capita magari che in un attimo di calma mi renda conto d’improvviso di dover andare in bagno, o di avere sete, o di sentire lo stomaco che brontola. Allora magari mangio qualcosa, ma mai troppo, o roba pesante. Un boccone, due, e le scorte di energia vengono subito reintegrate, ottimizzando ogni caloria.
Invece, se sono incazzata, nervosa, in ansia per qualcosa, allora la mia fame è amplificata oltre ogni limite. Mangerei (e spesso mangio) qualsiasi cosa mi capiti sottomano, oltre la sazietà fin quasi alla nausea.
Agogno a raggiungere un equilibrio che mi permetterà di non dover stare a dieta ma, semplicemente, di mangiare il giusto con serenità, senza farmi prendere dalla fame nervosa e rispettando il mio senso di sazietà; anche lasciando del cibo nel piatto, se sento di non volerne più, invece di ingozzarmene a forza.
Vorrei che il cibo fosse un mio amico, un piacere, una cosa normale, invece che un nemico ostile da combattere. Come lo è quando sono focalizzata su qualcosa di impegnativo e soddisfacente.
