subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Festa!

    RN maggio

    E’ già passato un mese ed è di nuovo ora di Regina Nera! Stavolta ci sarò ^___^ (mi concedo una faccina).
    Per trovarmi, si usa il chiedometro: avvicinate qualcuno dello staff e chiedete di kat.

    Depilata sono già quasi tutta depilata; la doccia la faccio venerdì; il ciclo ce l’ho (mannaggia a lui); strutture, fruste e candele sono già là… l’aspettativa sta salendo.
    Saranno di nuovo emozioni.

  • Toccare con mano

    Nella mia vita di tutti i giorni compio le stesse faccende quotidiane e banali che fa chiunque altro: faccio la spesa, stendo le lavatrici, passo l’aspirapolvere, eccetera. Vado in giro tranquilla.
    Quasi tranquilla.
    Ogni tanto (spesso) mi scopro con una mano tra le gambe.
    Mentre sono seduta, o in piedi; come quei bambini un po’ strani che si tirano il pistolino, che si tocchicciano un po’ mettendo in imbarazzo o divertendo gli adulti circostanti. Allungo una mano, infilo due dita nel solco delle cosce, mi accarezzo la piega chiusa delle labbra.
    Come a verificare che sia ancora lì.
    La forzata astinenza dalla masturbazione, la voglia costante che me ne deriva, anche se cerco di sedarla, di ignorarla, mi porta a toccarmi.
    Non mi masturbo, ovviamente; ma mi sento. E’ uno sfiorarmi: una manifestazione fisica, automatica ed involontaria, del mio desiderio sommerso. Se sono sola, giocattolo un po’ col piercing, con le labbra. Lei risponde subito, drizza le orecchie, fa le fusa ed è ancora più straziante doverla lasciare lì da sola, senza coccole.

  • Tornare

    Questo fortissimo senso di aspettativa che mi travolge, che mi ingloba tutta come una bolla densa e vischiosa, non ha un oggetto preciso; non mi aspetto un determinato avvenimento. E’ un’aspettativa generale, rivolta all’esterno, protesa a cogliere tutto quello che può arrivare. L’unica cosa che fa, è essere sicura che qualcosa sicuramente arriverà, e sarà grandioso.
    Così, anche un’aspettativa senza oggetto può venire delusa, se non accade nulla.
    Ma il destino non è forse nelle mie mani?
    Quindi a fine serata (nottata) prendo la mia aspettativa con entrambe le mani, la affronto e le dico: d’accordo, poteva essere meglio; ma ora, basta lamentarci e andiamo a divertirci.
    Perché nel mio essere proiettata verso gli altri, nella mia tensione di soddisfare sempre il prossimo, dimentico cosa piace fare a me. Anzi, forse non mi sono mai nemmeno posta la domanda, di cosa piacesse fare a me. Mi metto in coda e attendo un mio momento che non arriverà mai, a meno che io stessa non me lo crei.
    Così, facendo una cosa che amo, tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia farlo, e mi chiedo perché non lo faccia più spesso. Mi accade scrivendo. Mi accade ballando.
    Ballo e tutto il mio corpo si libera di un’energia compressa, trattenuta troppo a lungo.
    Il giorno dopo mi resta addosso una sensazione sorridente, una vaga malinconia, un po’ di amaro e la calda promessa che mi dona sapere che sto imparando, un poco alla volta, a comprendermi e a dare libero corso a ciò che mi scorre dentro. Alla vera me stessa.

  • Andare

    C’è una sorta di euforia che mi circonda, come una nuvoletta di vapore che mi aleggia attorno. Mi scopro ad avere un sorrisetto stampato su viso che non se ne vuole andare.
    Stasera viaggio sola fino al Decadence, dove troverò il mio Padrone e la mia Lady.
    L’emozione del viaggio, del tragitto, seppure breve, mi dà brividi meravigliosi. La strada mi viene incontro come una promessa; tutto mi appare magnifico: il cielo, le nuvole, i campi che scorrono accanto al finestrino. Vedo cose banali e vecchie come fossero nuove ed uniche. Vedo la bellezza nelle piccole cose, in un pallone rosso, in un campo giallo di colza.
    Il cuore mi batte all’impazzata nel timore di avere dimenticato qualcosa, di non essere pronta; ma pronta a cosa, non saprei. Alla vita? E come si fa ad esservi pronti? O come si fa a non esserlo?
    Ricontrollo il piccolo bagaglio, passo in rassegna mentalmente e fisicamente tutte le cose che mi servono o che mi serviranno, il cibo preparato (ma ho lo stomaco chiuso), il portafogli, tutto.
    Sono in tumulto. Ma è un tumulto felice.
    Stasera mi sento in cima al mondo; la meraviglia dell’universo è a portata delle mie mani, ed io l’abbraccio e l’accolgo con gratitudine.
    Arrivo, festa. Arrivo, vita.

  • Entrare negli ‘anta

    Proprio in questo periodo che ho un certo blocco dello scrittore e latito, wordpress mi notifica che ho raggiunto i quaranta follower.
    Che dire, sono senza parole.
    Questo blog è nato anni fa come angolino nascosto, solo per me, su splinder. Un piccolo diario online di cui nessuno conosceva l’esistenza, dove raccontavo – molto di rado, solo quando l’urgenza dello scrivere diventava insopprimibile – i desideri che andavo scoprendo.
    Poi splinder è morto male e sono approdata su wordpress. Intanto, sono uscita dai sogni e ho iniziato a vivere il bdsm. Ed ora sono qui. Consapevole che quaranta persone almeno mi leggono.
    Può sembrare niente, può essere poco, può non voler dire nulla.
    Eppure.
    Eppure una piccola emozione questa consapevolezza me la regala.
    Continuo a scrivere quasi solo per me stessa, ancora come fosse un diario nascosto sottochiave (nel web) cui confidare segreti e speranze, sensazioni e riflessioni. Sono io e mi rivelo per come sono. Ma ora, so che c’è chi mi legge.
    Grazie, followers.

  • Regina Nera BDSM Play Party

    RN 11_04_14

    Venerdì ci sarà l’evento mensile del Regina Nera a Bologna; questa volta non potrò esserci, purtroppo, ma i miei Padroni sono nello staff. E’ a questo party che Li ho conosciuti.

    Andare a una festa BDSM è sempre emozionante… accadono cose ai limiti dell’immaginabile, ma tutto è sempre Sano, Sicuro, Consensuale. E’ un bel modo di conoscere nuove persone, incontrarne di conosciute e godersi una serata. Può fare anche un po’ impressione… ma alla fine nessuno morde nessuno (a meno che non chieda per favore).

    La cosa più bella è scoprire che tutti questi pervertiti sono nient’altro che persone.

  • Coraggio

    Ho paura e avrò sempre paura, probabilmente. Una paura irrazionale, ingiustificata, ansiogena.
    Quindi, visto che l’avrò comunque, tanto vale che impari ad essere coraggiosa.
    Faccio meglio ad imparare a conoscermi e a gestirmi per come sono, non per come vorrei essere; sapere come reagisco e mettermela via – sapere che mi spavento ma che quella paura è immotivata.
    Dopotutto il coraggio non è assenza di paura; è capacità di affrontarla. Anche Atreyu ha tentennato, ma è corso avanti.
    Anche io devo correre avanti, oltre le mie paure, attraversarne la soglia e giungere al mio obiettivo.

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  • Sedili

    C’è stato un sedile di plastica in una vecchia A112 ormai rottamata. Ed un altro, di stoffa, in una station wagon Renault. Sedili posteriori accanto al finestrino. Sedili che hanno sentito, percepito e sostenuto i sogni, i desideri, le voglie sconfinate e insoddisfatte della me stessa bambina e adolescente.
    Su quei sedili viaggiavo, in vacanza coi miei ed il mio fratellino, guardando il mondo scorrere fuori dal finestrino. Ascoltavo Tozzi, Vecchioni e De Gregori, di cui i miei mettevano le musicassette nel mangianastri, e sognavo ad occhi aperti.
    Quei sedili si sono scaldati e bagnati del calore che mi scorreva copioso tra le gambe.
    A ondate, seguendo i crescendo della musica e i saliscendi delle strade, inalando il calore di quei pomeriggi estivi, fantasticavo di sesso: immaginavo mani che mi si infilavano addosso, sogghigni di ideali stupratori che si approfittavano di una me stessa calda, indifesa e vogliosa. Arrivavo in spiaggia che scivolavo.
    Non ho mai smesso di immaginare, di sognare. Di rendermi scivolosa.
    Ancora oggi, viaggiare sul sedile posteriore mi riporta bambina – quella bambina precoce e bagnata che sono sempre stata.

  • Disclaimer

    Quello che io scrivo qui sono mie sensazioni, mie riflessioni, mie impressioni. Sono esperienze, emozioni, desideri. Questo blog è un contenitore per una parte della mia vita – quella che voglio raccontare. La esprimo in un modo che sia coerente con ciò che sento, che sia sincero e che sia (spero) piacevole da leggere, anche per chi non vive/condivide questa mia vita.

    Quello che questo blog non è, è una lista della spesa di richieste sottintese al mio Padrone.

    Il fatto di scrivere di ciò che scrivo non è un modo di tirare per la giacca il mio Padrone per farmi fare quello che voglio. Non ci sono pretese, solo sensazioni.

    Piuttosto è vero il contrario: se scrivo che desidero qualcosa, è più facile che non l’otterrò mai. Perché svelandomi qui apertamente consegno nelle mani del mio Padrone tutte le mie debolezze, tutte le leve su cui lavorare su di me, tutta la verità del mio cuore esposto.
    Rivelare un desiderio credo sia ben diverso dal sottintendere una richiesta.

    Qualora la mia scrittura rivelasse una richiesta implicita, preferirei io stessa di gran lunga che non venisse soddisfatta. Perché sarebbe un comportamento indegno di una schiava; sarebbe manipolatorio e subdolo e disonesto, ed io mai nella vita vorrei comportarmi così. Se lo facessi (di certo inconsciamente) allora vorrei essere rieducata e corretta, non accontentata.
    E io confido e so che il mio Padrone sappia bene come gestirmi.

  • Brat

    In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
    “Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
    Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
    “Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
    Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
    Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
    Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
    Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

    In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
    Mi batte ancora forte il cuore.