Quando finalmente parto, sono tesa di aspettativa; pregusto cosa potrà accadere, come potrebbe accadere. Ansimo da sola, il sesso che si contrae, la pelle che si increspa sotto i jeans.
Quando arrivo la tensione svanisce nel nulla, come una nebbia che si alzi all’improvviso. Non sento più bisogno di mangiare, né sete, né nulla; spariscono la fame nervosa, l’aspettativa. Seguo i Padroni docilmente, attendo un’attesa pacata, serena, vuota.
Poi, se l’attesa si protrae, torno a sentire la tensione del desiderio, la speranza di giocare. Guardo il Padrone di nascosto e penso: la prego, mi metta le mani addosso. Tutto il mio essere si tende pregando per una carezza, un colpo, una stretta.
E’ incredibile quanto sottile sia la differenza tra prima e dopo. D’improvviso vengo bendata e posta contro il tavolo, la televisione ancora accesa, e tutto cambia. Un attimo seduta a terra a guardare qualche programma su sky, un attimo dopo pronta ad essere usata.
Sento cambiare la tensione in me; l’attesa è quasi terminata e questi istanti sono carichi di una potenza, di una paura che assaporo come un profumo prima del gusto.
Gli occhi chiusi dalla benda, sento i Padroni muoversi vicinissimi a me; fruscii, bisbigli, tintinnii. Si accende un ronzio che non conosco e vibro in risonanza. Non so cosa sia, non so cosa mi stia per accadere. Mi inarco; mi tendo senza rendermene conto; salto sotto il tocco del Padrone.
Poi, di colpo, smetto di avere paura.
Inspiro ed espiro, a fondo. La tensione nelle viscere si scioglie, il cuore mi si distende e mi affido. Farà male? sì. Sarà inaspettato? sì. Sarà intenso? sì. Ma non ho più paura. L’attesa è finita, ora vivo istante per istante; ricevo ciò che mi viene donato con gratitudine e strilli.
Mi faccia ciò che desidera, Padrone: sono sua.
Categoria: vita
-
Variazioni di tensione
-
Avatar
C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora. -
Stillicidio

http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=320 C’è un bel webcomic che leggo e che consiglio: Go Get A Roomie; tra i vari personaggi vi è una coppia di gemelli, maschio e femmina, Richard e Ramona, rispettivamente sub e Dom. Il loro vivere il bdsm è trattato con deliziosa lievità e grande precisione: l’autrice ne sa.
In una strip, il ragazzo attende accanto al letto di una degli altri personaggi, una ragazza letargica che sta venendo coinvolta suo malgrado dall’energia della protagonista, Roomie.
Nel mio ricordo, avevo legato quella sua attesa pacata, senza scopo, al suo essere slave; ricordavo che dicesse che proprio per questa sua attitudine non era per lui un problema attendere indefinitamente. In realtà, ritrovata la strip, non è così, ma lo stesso da qui parto per una mia riflessione, perché è comunque significativo che la ricordassi in quei termini.
Perché quella è una cosa che io – ancora – non riesco a fare. Attendere in quiete senza aspettative.
Io friggo, scalpito, desidero; sollecito risposte. Mi aspetto cose e, se non arrivano per qualsivoglia motivo, o se non arrivano nei tempi sperati, resto delusa e mi deprimo.
Lo so, lo so che avere aspettative in questo modo non è utile, ma spesso non riesco ad impedirmelo; vivo in uno stato di tensione costante e mi immalinconisco. Ogni attesa diventa così uno stillicidio – che, per quanto mi appaia inflitto da chi non mi dà risposte, rassicurazioni, è a tutti gli effetti solo opera mia.
Se, quando, poi le cose arrivano, non sono più pronta ad accoglierle: la tensione mi rende dura, non ricettiva. Ci metto un po’ a sciogliermi e a sentire finalmente quello che accade momento per momento.Vorrei imparare ad essere un vaso vuoto, sereno, pronto ad essere riempito ma anche pacifico e sicuro nel suo essere, semplicemente, lì.
Accogliere una sottomissione che sia una bonaccia del cuore, uno sciabordare lento pronto alla meravigliosa potente burrasca ma quieto nella sua attesa del vento. -
Il repentino cambio di prospettiva
Seguendo il bianconiglio del riquadro degli aggiornamenti di Facebook capito in un gruppo che parla di Mindfucking. Leggo una lunga discussione, senza iscrivermi, senza commentare: lurkando (si dice ancora? E’ gergo da internet dei primordi). Il moderatore del gruppo, autore di un libro sul tema (Stefano Re, Mindfucking. Come fottere la mente, edizioni LIT – Libri in Tasca), che peraltro ho letto tempo addietro, fa il seguente commento:
“In termini proprio assoluti: nessuno può dominare nessun altro, punto. Tutti possiamo permettere che altri si illudano di dominarci, ovviamente. Il più delle volte, nemmeno sapendo che lo stiamo facendo. […] Nel BDSM, ovviamente, lo si fa perchè ci si arrapa, e di qui la delusione nel comprendere che comunque è chi sta sotto a dettare le regole. […] il rapporto BDSM è un rapporto proiettivo, in cui chi domina sta scomodo peggio che su intercontinentale alitalia. Non solo gli tocca tutta la responsabilità, ma deve pure dare l’impressione a chi sta sotto di stare dominando, quando di fatto non sta dominando un bel niente se non nel gioco di proiezioni. Non c’è perversità più sadica dei subbini o subbine che cantano le lodi dei loro crudeli padroni: danno e beffa in salsa lirica”.Ecco.
E per un momento rimango un po’ abbacchiata.
Certo, lo so che il BDSM non è un rapporto di vera coercizione (ci mancherebbe), che sono io quella in carico. Ma queste parole lette su internet mi scuotono un po’; mi pare mi risveglino da un bel sogno, da quella che ora temo essere una mera illusione, una menzogna che racconto a me stessa.
E poi.
Mentre lascio la mente vagare, mi raggiunge un pensiero repentino, portando con sé un ricordo improvviso, la memoria di una sensazione. La percezione mi increspa la pelle, mi fa contrarre i visceri, giù giù fino in mezzo alle gambe.
In un istante ripiombo nel pozzo colmo del mio cuore, mi ci immergo fino a non avere più ossigeno, nutrendomi delle emozioni suscitate da Lui. Mi lascio soverchiare e non conosco più altro che l’appartenenza al mio Padrone.Non sono io che permetto al mio Padrone di dominarmi; gli consegno la mia volontà perché la diriga. Se anche il timone è mio, è a Lui che lo metto in mano. Se anche è la mia scelta a creare il rapporto, è la sua forza a manovrarlo.
Accetto di lasciarmi trascinare, gettandomi a terra perché mi raccolga.Re, nella discussione, aggiunge:
“[…] prendi tutto quel che sai su ruoli, safeword, contrattazioni BDSM, perizia nelle tecniche e getta tutto per aria. Fingi di non averne mai nemmeno sentito parlare. Gli schemi che apprendiamo inevitabilmente ci intrappolano, e diventa difficile vedere le cose fuori di essi”.
Naturalmente ha ragione e lo dimostra: lui stesso non sa uscire dal suo schema di visione del BDSM.
Ma certo, è vero: gli schemi vanno abbandonati, superati. Infatti, nel mio mondo io fisso dei limiti per essere portata a danzarvi attorno, attraverso, oltre. Mi lascio intrappolare dal Padrone perché mi porti fuori da me; dal suo schema per uscire dal mio. E nel manovrare me, marionetta vivente, emotiva, anche Lui cambia, diventa altro, cresce sopra di me. -
System of a down + Deftones + Lacuna Coil
Mi vergogno sempre un po’ ad andare ai concerti senza essere una vera fan del gruppo.
Non so i testi delle canzoni, non mi commuovo perché un brano mi ricorda un momento della mia vita, non conosco per nome tutti i membri della band.
Guardo i fan sbracciarsi, cantare a squarciagola e andare in sollucchero e mi sento quasi in colpa, come se stessi usurpando qualcosa ad essere lì anch’io.
Eppure, alla fine, passo una serata fantastica; mi esalto con l’energia della musica e dello show, salto, ballo e rido. Guardo i veri fan e la loro passione mi contagia, mi emoziono anche della loro emozione.
Non è poi forse questo quello che conta, che dovrebbe contare anche per l’artista sul palco: il provocare emozione?
Esco dall’area concerti felice, con un gran sorriso stampato in faccia.Mi vergogno sempre un po’ a non sapere o sapere fare tutto già da subito, anzi da prima.
Sono goffa e devo andare a tentativi; guardo chi sa fare e mi arrabbio con me stessa perché io non sono così.
Eppure, ciò che conta non è fare del proprio meglio e immergersi con passione nell’impegno, quale che sia?
Dare se stessa a qualcosa è sempre un atto sincero, e vale l’intenzione e la forza che vi si dona. -
Ancora nel bosco
Ripensando a quanto scritto.
E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto. -
Bosco
Se anche mi avete coltivata, io sono cresciuta rigogliosa.
Come questo pioppeto lasciato a se stesso, che ha sviluppato il proprio sottobosco, anche io sono stata impostata, all’inizio; mi hanno piantata in filari per coltivarmi, perché crescessi come volevano loro, per i loro scopi. Invece, ne sono cresciuta fuori, oltre; la mia natura ha prevalso – anche se è ancora possibile vedere lo schema, gli alberi in file ordinate, sì, ma coperte del vitale disordine della crescita spontanea. Sono e resto rigogliosa e forte oltre le aspettative di chi mi ha cresciuta, potente, ombrosa, mi innalzo al cielo forte delle mie radici che nessuno ora può divellere.
Non sono più un campo; sono un bosco.
-
Il momento in cui sono la feccia della terra
Ogni tanto mi capita quel momento.
Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.E invece non mi rassegno mai.
Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.
-
50 sfumature di “strano”
La sera di ferragosto mi trovo ad una grande tavolata che riunisce un gruppo indubbiamente eterogeneo. Io, mio marito, il mio Padrone, sua moglie e una serie di coppie scambiste. Scampoli di conversazione che vira al comico prima di concentrarsi su un confronto interessante, mentre pasteggiamo a maialino arrosto.
– Quindi qual è il vostro nick di coppia?
– Ah, no, veramente noi non siamo “della parrocchia”
– Ahh capisco, allora voi siete quelli normali!
Risate scroscianti, spontanee.
– Bè, no, normali non direi! Noi facciamo bdsm.
– Ah… (sguardo perplesso, quasi diffidente)
Io non sono mai stata interessata allo scambismo; loro, al bdsm. Parliamo.
Loro sono quelli che fanno le cose strane agli occhi dei monogami; noi siamo quelli strani ai loro; ma anche loro sono strani ai nostri. “Ma cos’è che fate? Ma sul serio?” Ci sono punti di contatto, aderenze; sovrapposizioni. Poi, diventa chiaro che ogni coppia, ogni singola persona ha un’immagine differente, un’idea diversa. “Sì, io faccio questo, ma non farei mai quello” – e chi fa “quello” diventa quello strano.
Ma quante sfumature ha l’essere “strano”? Sembra moltissime, e mi scuso per il titolo del post così scontato, ma mi è sorto spontaneo. Forse, c’è anche il fatto che non a tutti piace definirsi o venire definiti come “normale”; una parola troppo sdrucciolevole, fastidiosa. E l’essere strano diventa sinonimo di speciale: diventa motivo d’orgoglio e anche di provocazione verso chi non ha la nostra stessa “stranezza”.
Parliamo e ci confrontiamo, presentiamo visioni del mondo, delle relazioni, dei giochi discordanti, opposte, contraddittorie a volte persino a noi stessi. Comunque interessanti; vige il massimo rispetto (anche se poi a gruppetti ci guardiamo di sottecchi, ridacchiamo e bisbigliamo: ma che strani!). Tutti condividiamo una piacevolissima convivialità: una tavolata di gente che ride, scherza, si diverte.E poi, giorni dopo, incontro in un negozio un mio amico che ha un disturbo dello spettro dell’autismo. Parla lentamente, non mi guarda negli occhi, si muove in modo artefatto ed è innocente come un bimbo.
Salutandolo, mi rendo conto che lui, sì, è strano. Io, alla fin dei conti, non so. -
Fatica vs privilegio
Essere slave significa anche avere dentro la capacità di eseguire i compiti che vengono affidati con un senso di privilegio, piuttosto che di fatica.
Se il Padrone ordina di pulire, stirare, o fare un qualsiasi altro lavoro antipatico, la cosa complessa è non sbuffare di noia o cercare di scansare il lavoro per pigrizia, ma scavalcare nella propria testa la percezione della mera esecuzione del lavoro e approdare alla comprensione della verità – molto alla Matrix, lo so – e la verità è che si sta servendo il Padrone.
Servire è un privilegio.Non è sempre facile passare a questa percezione altra. Se il compito affidato è noioso, noioso rimane, purtroppo. Il trucco è duplice: concentrarsi nel dettaglio e amplificare l’attenzione. Prestare attenzione all’esecuzione materiale specifica e allargare la propria coscienza a percepire la presenza del Padrone attorno a sé. SentirLo passare alle proprie spalle, sperare nel Suo sguardo, in un Suo tocco.
Allora il compito da eseguire non diventa più leggero, ma si riveste di un significato diverso – che è quello che conta. Non è più un gesto vuoto, una cosa da fare perché tocca farla; ha uno scopo. E quello scopo è rendere contento il Padrone. Diventa il privilegio di poterlo eseguire per Lui.


