subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Scegliere chi servire

    Ormai da un mese lavoro gratis. Bene, mi sono rotta.
    E’ nel mio carattere essere molto disponibile, propensa a soddisfare e anche compiacere gli altri, dare tutto ciò che posso al meglio che posso. Sentirmi dire “brava” è una delle cose che amo di più.
    Ultimamente, però, mi sono accorta che tutto questo è splendido all’interno di un rapporto consensuale di dominazione e sottomissione, un po’ meno nella vita quotidiana e soprattutto lavorativa. Ovvero: queste caratteristiche del mio carattere mi danno gioia se le attivo in un ambito D/s, se invece me ne faccio prendere la mano nella quotidianità finisco per farmi manipolare.
    Il bdsm non è solo un bel gioco, per me. Mi riempie fino al colmo della mia anima, mi innesta forza fino al midollo. Ciò che ora vivo da slave mi soddisfa nelle mie esigenze di servire, e mi dona la consapevolezza necessaria a scansare gli sfruttatori. Quindi basta lavorare gratis.
    Servo solo chi SCELGO di servire.

  • Festa

    Stessa festa, nuova location. Lasciato un ambiente raccolto, con stanze numerose e piccole, rosa e rosse, con musica industrial ma anche commerciale, approdiamo in uno stanzone alto e nero, con catene e reti di metallo, e suoni inarticolati e distorti. L’ambiente che uno immagina per una festa bdsm, forse: cupo, crudele. In realtà, si fatica un po’ a ingranare, ad ambientarsi. C’è freddo. I video proiettati sugli schermi mostrano sessioni sadomaso estreme: ganci, aghi.
    In realtà non subisco il fascino oscuro di questo ambiente; lo vedo per quello che è: uno stanzone addobbato. Non mi provoca angoscia né mi dà i brividi, per fortuna (a parte per gli spifferi). Una volta, forse, ne sarei rimasta intimorita; tutto qui è sistemato per dare l’impressione di un luogo pericoloso, o meglio di pericolosi piaceri… Ora diciamo che ne apprezzo la scenografia, la teatralità, ma senza credere *davvero* che ci sia gente pericolosa. Infatti, tutti entrano chiacchierando, tranquilli, salutando calorosamente gli amici appena incontrati; ci si libera subito del cappotto al guardaroba e poco dopo si sfoggia con orgoglio il proprio dress, quale che sia.
    Osservo i dettagli e quello che vedo mi piace, lo trovo appropriato: tavoli, croci, strutture per legature e sospensioni; dietro il bancone il barista fa volare le bottiglie e miscela i cocktail con maestria. La musica a poco a poco cambia: si placano i suoni inarticolati da Quake e inizia una bella musica industrial, roba che non ho mai sentito ma mi piace. Ci si ambienta, ci si rilassa e si comincia a giocare. Vedo volare le prime fruste, scorrere le corde.

    Io chiacchiero con gli amici con cui sono venuta, conosco persone nuove, tengo occupato il divanetto. Ma, soprattutto, attendo. Non è un’attesa spasmodica; è più un’attenzione amplificata. Osservo attorno e seguo il mio Padrone con lo sguardo. Lui corre a destra e a sinistra, impegnato come membro dello staff. Non gli corro dietro, non lo intralcio, non pretendo attenzione; attendo. Sobbalzo quando lo vedo passare: la divisa da SS gli dona e mi dà i brividi. Quando avanza verso di me mi alzo di scatto e sono pronta ai suoi comandi. Quando si allontana sospiro e mi pongo nuovamente in una serena e placida attesa.

    A un certo punto mi raggiunge una consapevolezza: probabilmente non giocheremo stanotte. Troppi impegni per la festa. Pazienza, non avendo aspettative non sono nemmeno delusa. Penso ad altro. Così, quando il Padrone mi fa cenno di andare da lui e mi dice di piegarmi, un brivido mi sale da dietro le ginocchia fino alle orecchie.
    Tutta la teatralità dell’ambiente mi si riversa addosso; sento i suoni cupi, vedo i muri neri. Mi piego e mi appoggio a un tavolo di tortura; trasalgo quando mi alza il vestito con un gesto brusco; tremo incontrollabilmente, per il freddo e per l’attesa ora sì densa, pesante, del primo colpo. E quando arriva, volo.
    I flogger spazzano l’aria sopra di me come fossero ali e mi portano in alto, in alto. Mi lascio trasportare da questo volo inatteso e quando torno a terra è già quasi ora di andare via.

    Lascio la serata con un grande sorriso, il cuore ancora tra le nuvole sfrangiate dalle fruste.

  • Tease and denial

    Un po’ di tempo fa ho compilato una lista di limiti (più di una, in effetti); è una buona pratica bdsm, per far capire a potenziali partner di gioco cosa ci si aspetta di fare, cosa si potrebbe provare e cosa è un “hard limit”, ovvero una cosa che assolutamente non si vuol fare; è utile anche per se stessi, per capirsi. Nella lista, tra i “sì”, ho messo anche il tease-and-denial, un giochino per cui si viene stimolati ma viene negato l’orgasmo. Ho messo tra i “sì” anche la castità forzata, che non necessita di ulteriori spiegazioni, credo. Tutte cose mai provate ma che nella mia fantasia suonavano molto eccitanti.
    Adesso mi è tornato alla mente quel detto che recita: “fai attenzione a ciò che desideri, potresti ottenerlo”.

    Da giorni cammino con il fuoco tra le gambe.
    Ciò che mi sconcerta di più, a parte lo stato di costante eccitazione, è rendermi conto di quanto spesso prima mi masturbassi, e di quanto intensa sia la mia voglia. Non che mi ritenessi una santa, ma non pensavo di poter desiderare tanto e per tanto tempo continuativamente. Anzi. Un po’ pensavo che sarebbe stata una passeggiata. Bè, non lo è.
    La cosa peggiore (migliore?) è che questo stato di sensibilità aumentata mi fa vergognare da morire. Mi vergogno sinceramente di scoprirmi così vogliosa. Però la vergogna che provo mi aumenta anche l’eccitazione, in un tremendo circolo vizioso. Dannata perversione, mi complica la vita.

    Ovviamente c’è anche quell’altro adagio: “mal che si vuole non duole”. Insomma, me lo sono andato a cercare, mica no. Eppure, non pensavo che mi avrebbe colpita con così tanta forza. Che mi avrebbe lasciata boccheggiante a fantasticare. Che mi avrebbe fatto temere persino di pulirmi e lavarmi, da tanto sono sovraeccitata.
    Ho persino imbarazzo a supplicare di potermi toccare. Lo farei, sarebbe nel gioco, ma ho paura che il mio Padrone ci resti male (tanto quanto ci sono rimasta male io) a scoprirmi così porca. Ho paura che si schifi di me. Non sono sicura di sapere fino a dove posso spingermi… anche perché mi sto accorgendo di come mi possa (e voglia) spingere sempre oltre; di come desideri andare al di là di ciò che di rassicurante so di me stessa.

  • In calore

    Inizia per caso.
    Una foto di Lui in divisa. Lei che me la mostra e mi dice: “faceva impressione, soprattutto quando non sorrideva”. Un brivido immediato in mezzo alle gambe. Lo visualizzo istantaneamente, anche se sto facendo tutt’altro. Austero, serio, glaciale. Duro. Mi bagno.
    Sono in giro e non posso toccarmi. Inizio a fantasticare. Immagino situazioni, accadimenti. I brividi aumentano, vado in giro a lavorare, a fare le mie cose, con una consapevolezza aumentata del mio corpo. Mi sento il sesso aperto, voglioso. Cerco di ignorarlo ma le fantasie si ripresentano e non mi lasciano in pace.
    Poi Lui mi manda dei messaggi.
    Impazzisco.

    In un attimo, realizzo una cosa: sta succedendo davvero.
    Non sono solo i miei sogni, le mie fantasie, o un libro che ho letto. Sta accadendo davvero; sta accadendo a me.
    Le emozioni sorgono, vorticano; mi increspano la pelle, mi fanno rabbrividire, mi abbandono a loro. Lascio che vergogna, eccitazione, sottomissione mi riempiano; mi lascio trasportare, mi concedo di bagnarmi, di tremare, di gemere.

    Respiro gratitudine.

  • Randagità

    Come si coniuga un animo randagio con un cuore innamorato?
    La mia fedeltà non è meno fedele, se anche il mio spirito mi porta lontano. Se desidero viaggiare e tutto il mio essere canta solo quando visita un altrove, i miei sentimenti non sono meno onesti.

    Si glorifica la rinuncia per amore; ma una rinuncia rimane tale per qualsiasi motivo venga fatta, e con essa permangono il rammarico e il rimpianto.

    Così mi barcameno tra un compromesso e un altro, tra un bacio e un biglietto del treno, tra il divano e la bici, tra una quiete e una tempesta, tra un porto sicuro e un mare in burrasca. E in entrambi i momenti il mio cuore anela sempre a ciò che non ha in quell’istante; godo di ciò che ho e subito mi dispiaccio per ciò che mi manca. A casa sospiro il mare, in mare sospiro casa. Perché appartengo ad entrambi allo stesso modo, con amore parimenti intenso.

    Non ho da implorare perdono di nulla, perché le mie azioni non sono condotte da malanimo o cattiveria, ma dalla mia stessa natura interiore; ed ho smesso di chiedere scusa per essere chi sono.

  • Staccare

    E’ così difficile per me staccare. E insieme così facile.
    Difficile perché la mia mente continua e continua a tornare sugli impegni, le cose da fare, le telefonate, le mail, la programmazione settimanale, nonché tutte le questioni burocratiche annesse, e la frustrazione di lavorare non pagata, ancora senza contratto, mentre tutto sta sulle mie spalle, compresi i lavori di casa.
    Facile perché mi basta accedere a internet per distrarmi: la mia mente scappa, fugge dalle cose da fare contingenti, si rifugia nel cazzeggio, nei webcomic, nei forum, su facebook eccetera.
    Per questo mi è difficile staccare, e mi sento in colpa a riposarmi: perché non riesco a confinare il lavoro nei suoi limiti, in orari definiti, in un recinto preciso e chiaro. Così come il lavoro trabocca e inonda la mia mente, così la distrazione trabocca e sporca il lavoro.
    Ma questo lavoro è fatto così, senza orari, senza pace, sempre sulla corda, sempre sul pezzo. Mi dicono.
    Bene, non ci sto. Farò questo lavoro, che è ciò che ho scelto e che mi piace, ma mi concederò di farlo con le mie capacità, con le mie forze, senza pretendere da me l’impossibile. Avrò orari, avrò organizzazione.
    Avrò riposo.

  • Presa di coscienza

    Di colpo, un’illuminazione: è paura.

    Non sono svogliata. Non sono irresponsabile. Non sono stronza. Non sono incapace. Non sono frigida. Non sono apatica. Non sono anaffettiva. Non sono cretina.

    Ho solo paura.
    Paura di darmi da fare, di impegnarmi, di rischiare un errore, un no, di non essere abbastanza brava, di risultare antipatica, di lasciarmi andare.

    Stupida, stupida paura.

    Ma con quell’illuminazione, arriva la presa di coscienza della verità; e con essa, la catarsi.
    La paura smette di avere presa su di me ed è costretta a ritirarsi. I muscoli mi si rilassano e finalmente vivo. Serena forse è una parola grossa… Ancora stressata, ma non angosciata. Va già bene.

    Sorrido, godo, vivo.

  • Di corsa

    Telefonate, email, scartoffie, scadenze. Mi sono scelta io di fare un lavoro per il quale si è sempre di corsa, pieno di responsabilità e – attualmente – non pagato. In alcuni momenti vorrei sbattere la testa contro il muro. Spesso mi maledico; mai più, mi dico, mai più.
    Anche se poi la soddisfazione calda che provo quando riesco, pur tra mille casini, a far quadrare il cerchio… è immensa. Così immensa che per un poco mi fa abbandonare tutte le mie insicurezze, la mia bassa autostima, le mie sensazioni di inadeguatezza, e mi fa volare alto, dove sono finalmente una persona completa.

    Poi plano e torno a volare basso, come sempre, ma quei momenti d’aria pura mi rinvigoriscono, mi spronano; mi ricordano che lassù, oltre la nebbia, splende sempre un sole accecante ed il cielo è così blu che toglie il fiato.

  • Danza

    C’è un momento, nel movimento della danza, che i tuoi piedi sanno cosa fare. Non devi più pensarci; il piede nudo si posa sul parquet, si solleva, vola. La coreografia non è più questione di concentrazione, di testa, per ricordare la sequenza dei passi. Il pavimento diventa elastico e ti fa rimbalzare in aria. La mente si svuota e ti lasci trasportare dal ritmo, dalla musica, o anche solo dal secco scandire il tempo della voce della regista, dal battere sul tamburo di legno.
    La sensazione del piede nudo che si sposta con saggezza sul terreno è ciò che conta, qui. Mette in contatto con la Terra, con la divinità. Danzare è un atto sacro – per questo è nato, in tutte le culture del mondo.
    Il piede si muove. Il corpo lo segue. La fatica è solo un accessorio, un braccialetto; non è che non ci si faccia caso, solo diviene parte stessa della danza. La fatica ti informa di ogni singola parte del tuo corpo che si sta muovendo ora; ti fa sentire la coscia, il calcagno, la pancia, il braccio, il dito. Non ci sono più parti di te che ignori; tutto il tuo essere è permeato dalla fatica e canta, libero di potersi esprimere.

    Così voglio sentirmi ogni giorno: viva, sudata, forte. Felice nella consapevolezza di me che mi dona la fatica di fare qualcosa che amo fare.