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for this is what I feel

Categoria: vita

  • Ferie

    In camper, in luoghi diversi. Staccare i pensieri, restare collegata alle emozioni.

  • Tutto quello

    Tutto quello che mi è stato dato
    tutte le cose che ho imparato
    tutto quello che porto con me 
    o che ho portato 
    non lo ho dimenticato 
    non lo ho perduto 
    Alcune cose ho capito che non facevano più parte di me e le ho lasciate 
    sono state utili quando le ho ricevute e le ho usate e mi ci sono aggrappata e talvolta mi hanno salvata 
    ma poi sono cresciuta e ho capito di poterle lasciare andare 
    a volte sono diventate limitazioni 
    a volte ho faticato a separarmene 
    ma quello che mi è stato dato 
    mi è stato dato come dono e non come fardello 

    Più di ogni altra cosa 
    tutto quello che ho ricevuto l’ho ricevuto con gratitudine 
    e con gratitudine, se anche non lo porto più con me, lo ricordo 
    e così continuo 
    con gratitudine 
    ad accogliere e portare ciò che mi viene donato in questo cammino

  • Due anni

    Con te sono cresciuta, cambiata, evoluta. Ho messo in discussione dei miei punti fermi che ho scoperto essere preconcetti, pregiudizi. Abbiamo abbattuto pareti che si sono rivelate di cartongesso. Sto lasciando andare delle certezze che mi tenevano ancorata al suolo e sto iniziando a volare. 

    Credevo di avere già fatto questo percorso, di essere già cambiata; ed è così. Ma ho compreso (ancora una volta) che all’evoluzione non c’è mai fine; che si può ancora cambiare, trasformarsi, e che c’è sempre un sé ancora più autentico con il quale collegarsi. 

    Il tuo approccio iconoclasta (o come dici tu: cialtrone) alla vita, al BDSM, a tutto, mi toglie il terreno di sotto, a volte mi scandalizza, mi indispone, ma mi spinge in luoghi diversi: mi ritrovo in punta di piedi, senza quasi appoggi, legata in un predicament che mi fa sentire completa. Anzi: che mi fa anelare a una completezza che percepisco esserci ma che ancora non ho raggiunto, che forse non raggiungerò mai; perché questo mi insegni: che non conta la perfezione, ma il percorso che si vive. 

    Mi spingi e mi sospingi, ti prendi cura di me e insieme mi fai avanzare da sola; hai fiducia in me e di questa fiducia mi ammanto fino a farla mia. 

    Certo, qualche volta vorrei ancora essere irresponsabile: mollare tutto in mano al Padrone, vivere in una piccola gabbia in cui non far entrare le difficoltà, le decisioni, le scelte, la vita. Guardo la domanda del BDSM test che dice “Abbandoneresti tutto per la relazione D/s dei tuoi sogni?” e aggrotto la fronte: vorrei, vorrei, e insieme no, mai. Perché sarebbe una fuga dagli impegni e da me stessa, un abbandonarmi malsano, disfunzionale (che peraltro tu non accetteresti mai). Been there, done that, ora basta. 

    Anche in questo ritorna il mio istinto più forte: essere brava. Stavolta, per dimostrare di essere brava, invece di obbedire ciecamente divento autonoma. E’ molto più difficile, molto più faticoso. E quando faccio fatica, so che devo farne di più.

    Sarei la schiava perfetta. Sarei stata la schiava perfetta. Senza volontà, senza voce in capitolo, ubbidiente, sottomessa, deresponsabilizzata. E invece hai reso questa schiava meno “perfetta” e più vera. E’ più faticoso, ma più gratificante. E’ più difficile renderti fiero, perché mi devo impegnare: non basta dire sì e annuire, ci devo mettere del mio, e tanto; eppure così sono più intera, più insieme, e lo sono sempre. 

    Mi hai dato di più di quanto mi aspettassi. Pensavo alle botte e mi hai dato strumenti e capacità che posso usare in ogni momento della mia vita. Ecco: in questo senso sono la tua schiava 24/7. 

  • Più fatica

    Ho imparato tempo fa che quando ho paura è il momento di osare. E anche che quando faccio fatica la cosa migliore per superarla è fare più fatica.
    Ma continuo a impararlo. Ad applicarlo ad aspetti diversi.

    Quando sto male è uno star male che mi distrae da tutto il resto, mi è difficile lavorare, non sono concentrata, mi dà fastidio tutto, sono a disagio con me stessa.

    Il maggior star male però mi deriva dal non voler star male: dall’oppormi alle mie emozioni negative. In questa opposizione non accetto/ammetto/riconosco queste emozioni, vorrei non provarle – così immagino cose peggiori (forse per giustificarmi?) e finisco per stare peggissimo. Mi metto da sola in uno stato d’animo negativo.

    Per questo, per stare meglio, è fondamentale che io faccia fatica. Che affronti la fatica dello stare male, invece di cercare di evitarla.

    Ascoltare la fatica: tendere i muscoli, concentrarmi invece di distrarmi, immersa nel momento, nel predicament della vita, con il cuore che arranca sull’ostacolo e lo sguardo che si alza a guardare, se non la meta, l’orizzonte immenso che si spalanca a me come una promessa.

  • Ma

    “Ma” è un termine giapponese; significa “tra”: un intervallo, uno spazio vuoto tra due elementi strutturali. Rappresenta il momento di passaggio tra due momenti, l’attimo di sospensione.

    Nelle corde, è un momento che non va scavalcato o evitato, ma anzi ascoltato, sentito, vissuto: riempito di significato. Finito un passaggio, fissata una corda, prima di passare alla successiva quello è il momento di sentirsi.

    Questi due giorni sono stato questo: un MA, un passaggio tra il lavoro, la famiglia, gli impegni, i doveri. Un attimo di sospensione dalla quotidianità in cui abbiamo potuto sentirci. Una piccola vacanza. Tre ore di viaggio e una notte in hotel; mezz’ora di colazione a bordo piscina e quattro ore di lezione di corde; un’ora di pranzo in una piccola e strepitosa trattoria toscana e altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno nell’afa e nel traffico. E una serata regalata.

    Un giorno e mezzo che è durato un attimo e un mese. Un tempo così breve eppure amplificato, intenso e leggero, tirato e sereno.

  • Mindfulness semenawa

    Quando sono in predicament, legata, costretta, incastrata in una posizione terribilmente scomoda e magari dolorosa, non posso fare altro che essere presente nel momento. Non posso evitare di sentire quello che sto sentendo: le sensazioni sono troppo intense per poterle ignorare. Sono lì e le sento, le vivo, rapita nella presenza feroce e assoluta del mio corpo.

    Allora ho deciso di fare mindfulness in nadu anche nella mia vita quotidiana. Di sfruttare la scomodità come via per restare nel momento e meditare.
    Non posso appisolarmi, o distrarmi, o lasciarmi sviare da pensieri intrusivi: il corpo mi richiama a sé, mi àncora al momento, al dolore, al fastidio, alla percezione. Anche la mia mente allora è legata alla costrizione del corpo e rimane concentrata.

    Nel predicament sono più presente e più serena.

  • Inner Domme

    Dentro di me, ad aiutarmi e guidarmi, ho una Mistress interiore. 

    Certo io non sono per niente dominante, non ho velleità di dominazione su nessuno, eccetera. Al contrario: mi piace affidarmi ad un Dominante, farmi guidare, farmi dare ordini, servire. Nel tempo però questo affidamento si è molto ritratto. Sono cambiata e in qualche modo, anche se mi attira, non mi va più; soprattutto non accetto più da me stessa di deresponsabilizzarmi mollando tutta la patata bollente della relazione al Dom (cosa non molto corretta, peraltro). Quindi, sono diventata refrattaria anche nell’accettare regole e indicazioni nella mia vita quotidiana. Mi piacerebbero, poi però storco il naso. Perché ho imparato che le regole imposte funzionano davvero solo se vengono anche interiorizzate: se restano solo un input esterno, perdono efficacia al variare della relazione, o ad un certo punto vengono vissute con insofferenza. 

    Però in qualche modo ho bisogno di una guida, e un metodo che ho trovato è visualizzare quella parte di me che è responsabile, forte, attenta, che prende decisioni sane e funzionali, che dirige la mia vita in una direzione stabile. E’ la mia Mistress interiore. 

    Sono sempre io. Però Domme. 

    E’ una Miss esigente ma comprensiva, forte ma compassionevole; vuole il mio bene e anche il mio miglioramento, come è giusto che sia in una relazione D/s. 

    Talvolta, quando mi sento stanca o se ho troppi pensieri intrusivi, ricorro a questa figura immaginaria. Prende corpo accanto a me e mi aiuta, mi sprona, mi accudisce. Mi insulta, anche, un po’. Ma con affetto.

    Secondo l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) anche i meccanismi disfunzionali appresi e le voci interiori critiche sono nati nella psiche per proteggere, per aiutare, con lo scopo di sopravvivere nel modo migliore possibile. Poi crescendo diventano spesso poco sani e tocca imparare a gestirsi diversamente. Ma in base al principio che tutto in me in realtà cerca di aiutarmi (anche ciò che mi fa male) ho deciso di dargli corpo, di visualizzarlo in questo modo. Non sento voci né penso che sia reale; è un modo di fare pace con me stessa, di rendermi mia alleata.

  • Goodbye my old self

    Aprii questo blog nel lontano 2007 su Splinder (chi si ricorda Splinder?). Quando questo chiuse, offrì la possibilità di trasferire il blog su altre piattaforme, e scelsi WordPress, che nel tempo ho imparato ad amare in tutti i suoi aspetti.

    Quello che non ho mai fatto, però, è stato aggiornare la grafica. Ho tenuto il vecchissimo tema primi-duemila fino adesso. Timore di rovinare qualcosa, di sbagliare, attaccamento al conosciuto, tante cose. Lasciare andare è la cosa che mi viene più difficile (e quindi anche quella cui anelo di più).

    Quindi… ciao, vecchio layout. Grazie per avermi accompagnata per tutto questo tempo. Cambio per restare simile: dopotutto, sono sempre io.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.

  • BDSM test

    Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

    == (12/03/2021) ==
    100% Submissive
    98% Degradee
    97% Non-monogamist  
    95% Masochist
    94% Voyeur
    92% Pet
    91% Rope bunny
    86% Exhibitionist
    83% Slave
    68% Experimentalist  
    58% Brat
    51% Primal (Prey)
    13% Vanilla
    0% Ageplayer
    0% Boy/Girl
    0% Switch

    == (10/10/2017) ==
    100% Submissive
    100% Degradee
    98% Non-monogamist
    100% Masochist
    50% Voyeur
    90% Pet
    100% Rope bunny
    65% Exhibitionist
    98% Slave
    58% Experimentalist
    97% Brat
    94% Primal (Prey)
    18% Vanilla
    80% Ageplayer
    95% Boy/Girl
    0% Switch

    Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

    Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
    Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
    Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
    Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
    Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
    Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
    Sono un pochetto più pet (bau).
    Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
    Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
    Un 20% più esibizionista (vero…). 

    Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

    Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

    E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

    Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.