subservientspace

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  • Serenità

    Il giorno dopo cammino leggera, con la testa ancora vuota. Non ho pensieri intrusivi, non mi sento stanca, né mancante, né triste. Mi muovo tra le incombenze quotidiane con un sorriso beato stampato in faccia. Il pizzicore al sedere mi ricorda tutti i colpi ricevuti, il rumore bianco che mi ha invaso la testa, la bava che mi scendeva dalle labbra senza che nemmeno me ne rendessi conto.

    Galleggio in una nuvola di gratitudine e serenità.

  • Piccole cose

    Il BDSM è nelle piccole cose.

    La profondità della relazione che si crea tra Dom e sub si mostra nei gesti minimi.

    Certo tutti vediamo la legatura complessa, la bunny appesa nell’intrico di corde avvolto con maestria, i colpi dati a mani nude o con il vorticare di uno strumento e la/il bottom che salta e si contorce. Ma stasera, in questa grande sala con i bambù appesi, al peer rope euganeo, quello che osservo sono i dettagli, le cose piccole o piccolissime, che mi parlano molto di più delle cose plateali.

    La bunny coi capelli color cenere legata a testa in giù, sospesa a pochi centimetri da terra, struscia piano il viso sulla gamba del Dom seduto sotto di lei a guardarla. Mi pare di sentire quel piccolissimo contatto, la gioia della vicinanza, per quanto minima: sentirlo mentre si è costrette nell’abbraccio doloroso delle corde.
    La masochista che ha ricevuto dure pacche sul sedere dal sadico che ha dieci anni in meno di lei ha un sorriso che le illumina il viso; gattona trascinata per i capelli corti e la sua espressione è la cosa più bella.
    Il piede appoggiato addosso quasi casualmente e il sub che chiude gli occhi e lo ascolta.
    Gli occhi strizzati per il dolore della sospensione durissima e la bocca che ride, stringendo i denti, ma sprizzando gioia.

    Ed io, che socchiudo gli occhi per guardarti mentre mi fai male.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Il giorno dopo

    Il giorno dopo i pensieri mi attraversano nei momenti meno opportuni, a sorpresa, senza preavviso alcuno. Succede a caso, mentre sto installando un programma o preparando una query, mentre sono concentrata o mentre sono distratta, mentre sono seduta o in piedi. E’ come un brivido, una scossa. Un’immagine si forma nella mia mente e si impone alla mia attenzione. 

    In ginocchio, nuda, che ti supplico. 

    Spinta a terra, la lingua sui tuoi piedi. 

    La tua presa sui miei capelli. 

    Tu che mi entri dentro, dove vuoi, ruvido e veloce. Fino in fondo. 

    Gli schiaffi. Gli sputi. I colpi sul culo.

    Il mio sguardo si fa di colpo annebbiato; è come se fossi di nuovo lì, con te, ai tuoi piedi, aperta. Anelo ad esserci ancora. Ci sono appena stata e non mi basta: ancora, per favore. 

    Il cervello mi barcolla nella scatola cranica, fatico a rimettere a fuoco il lavoro, stringo le cosce e chiedo al collega di ripetere quello che mi ha appena detto, fingendo un’indifferenza che non ho.

    Il giorno dopo – i giorni successivi – il pensiero di te non mi abbandona mai.

  • Davanti

    Gettata sullo sgabello reclinato, strillo mentre mi batti con uno strumento che non capisco, duro, feroce. Non ti fermi, non mi dai respiro. Urlo e mi agito, cerco di prendere fiato, di inghiottire, di scavalcare il dolore per arrivare di là. Sento il sedere farsi rosso e bruciare, la testa avvolta nel cappuccio, gli occhi chiusi. 

    Poi, vado. 

    E’ un improvviso zoom indietro, discendo dentro di me. I muscoli si rilassano mentre i colpi diventano più sottili, taglienti, mi attraversano come lame di luce. Non emetto più un suono. 

    E poi mi dici di girarmi. 

    Non vorrei. Vorrei restare stesa così, bocconi, e che tu mi colpissi di più. Non mi va di spostarmi ed uscire dal subspace. Ma non intendo nemmeno disobbedire od oppormi. Così, lentamente, mi sollevo e mi giro, gli occhi semichiusi, ostinata a restare nella mia bolla. Mi fai stendere sulla schiena, reclinata all’indietro. Temo mi farà male la schiena ma sono nel mio mondo, nel tuo regno, mi fido e vado giù. 

    Mi colpisci davanti. 

    La quirt scende e mi spazza, danza sul mio ventre e sul seno, accarezzando e tagliando. Quasi non riesco a crederci. Sono anni che non vengo colpita davanti, e mi è mancato così tanto. 

    Non so bene se e quando esco dal subspace. Forse non ne esco, in realtà; torno a emettere singulti, ma non di dolore stavolta, o non del tutto: sono versi di quel luogo intermedio, segreto, sommerso, che sta tra il dolore e il piacere, un mondo di endorfine e sensazioni confuse e bellissime. 

    Mi fai alzare in piedi, le mani dietro la nuca, e mi frusti ancora e ancora e ancora. Barcollo; ad un certo punto quasi cado da tanto ho la testa leggera. Sto godendo con tutto il corpo, attraverso la ferocia della frusta e il vorticare tumultuoso delle sensazioni che mi percorrono, che mi stai donando. 

    Dopo, mi dirai che è stata la prima volta che colpivi sul davanti. Mi commuovo di gratitudine per questo onore immenso.

  • Fuoco!

    E’ già notte inoltrata, la temperatura è scesa e fa persino freddo, soprattutto con la micro tutina di ecopelle che ho addosso. Ci avviciniamo al tavolo del ragazzo che fa fire play, Gram. Sembriamo degli acquirenti timorosi davanti ad una bancarella di delizie. Siamo molto incuriositi e interessati, tutti, forse per motivi diversi, forse con aspettative diverse, ma tutti e tre attratti. 

    Lei lo conosce già, così attacchiamo bottone. 

    Ci guardiamo e ci chiedi: volete provare? sì? E noi: sì! 

    Sì, abbiamo voglia, siamo tese, è la prima volta che ci troviamo insieme in una situazione di gioco e abbiamo paura di sbagliare, o di stare male. Abbiamo bisogno di sentire, di abbandonare i pensieri e lasciare andare. 

    Facciamo un po’ di complimenti e lei va per prima; Gram ci spiega con cura le misure di sicurezza che dovremo seguire: togliere tutti i gioielli (anche il collare!) e tutti gli indumenti, ovvero tutto ciò che possa arroventarsi o incendiarsi; avvolgeremo i capelli in un asciugamano umido per scongiurare il rischio che si infiammino; e ci bagnerà d’acqua. Il suo approccio ci piace e ci rassicura, e ci spinge verso la via più sana: non entrare in competizione, non voler strafare, pensare alla sicurezza, a provare ma senza esagerare. 

    Lei si stende, nuda, Gram la spande d’acqua e lei strilla per il freddo. E poi, scende il fuoco. 

    La carezza con la bacchetta infuocata e le fiamme si appoggiano sulla sua pelle, indugiando per un istante, prima che lui le estingua passandoci una mano. Lei strilla, ride, parla, lancia singulti. I suoi capezzoli prendono fuoco e bruciano per un lunghissimo istante ed è una vista affascinante e incredibile. Gram controlla il fuoco con attenzione, e lo amministra con compiaciuto sadismo. Tu ti avvicini a lei e le tieni la mano, ti chini sul suo viso e vi bisbigliate qualcosa e la vostra intimità è così bella, mi commuove che ti prendi cura di lei con la vicinanza e il contatto, mentre un altro le passa addosso una cosa viva e pericolosa come il fuoco. Le fiamme le lambiscono la carne ed è un movimento così veloce ed al contempo così forte che non so immaginare che sensazione dia. Ma non devo aspettare a lungo per scoprirlo, perché poi tocca a me. 

    Mi stendo a pancia in giù, in pensiero che mi vengano i crampi per il freddo: il letto (tavolo) su cui mi stendo è bagnato dell’acqua sparsa prima su di lei, ed è un bene in termini di sicurezza. Bagna anche me con l’acqua gelida, fa freddo e tremo. E poi, scende il fuoco. 

    Sento il calore avvicinarsi e intensificarsi. Poi, brucia, scotta e scivola. La pelle avvampa per un attimo che pare eterno, il calore mi avvolge, mi mangia. Sento la fiamma fermarsi sulla pelle e l’emozione che suscita è potente e non è ancora paura: è stomaco che si chiude, sobbalzo del cuore ed è singulto subito prima della paura. 

    Il calore bruciante è così forte e intenso e breve e diffuso che scendo dentro di me: la sensazione mi avvolge e mi spinge giù, nel sentire, nel piacere del dolore. Mentre il fuoco avvampa sulla mia schiena ho quasi un orgasmo. 

    Mi giro, con la testa che gira, per provare anche sul davanti. Di nuovo l’acqua, il freddo: il contrasto di temperatura mi fa tornare su e tremare ancora. E poi di nuovo il fuoco. Adesso vi vedo, anche, accanto a me, a guardarmi. Sento la tua mano che stringe la mia e vedo lo sguardo di lei che, come il mio prima sul suo, osserva affascinata la danza delle fiamme sul mio corpo, il capezzolo che brucia, la pelle che si increspa. Oltre alla percezione che sento, assaporo anche il suo sguardo, poiché so cosa sta vedendo e come sia affascinante. 

    Come esseri umani, il fuoco ci attira e ci spaventa, e non possiamo smettere di osservare le fiamme danzare anche e soprattutto quando sono così vicine. 

    Quando scendo sono elettrizzata come appena scesa da una giostra. E’ stato un gioco forte eppure leggero: abbiamo riso e parlato tutto il tempo, non è stata un’esperienza di immersione e di silenzio, anzi; eppure lo stesso la potenza della percezione è stata enorme. 

    Gli occhi di tutti e tre brillano di gioia ed emozione; abbiamo rotto il ghiaccio, anzi, lo abbiamo sciolto. 

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • Emotional release through impact play

    A volte lo desidero così tanto che ne ho paura. Non è un semplice averne voglia ma un bisogno, una tensione interiore che cerca uno sfogo, quello sfogo: sentirmi al mio posto, subire tanto, tutto, ricevere, essere al centro, liberata dai pensieri, dagli impegni, dalle distrazioni. Tutta insieme, tutta intera, la coscienza diffusa in tutto il corpo, la carne permeata, la mente diluita, il sentire preponderante sul pensare. 

    E’ ciò che desidero e al contempo mi sento rigida. 
    Ho paura dei miei desideri? O timore che non vengano soddisfatti? Sono così forti che la paura della delusione mi fa ritrarre, chiudere: mi dico: non ne ho poi così voglia, posso fare senza. Dopotutto, è ancora acerba. 

    Poi ricevo e in quell’istante tutto è perfetto. Mi apro, mi lascio aprire, mi faccio aprire perché è questo ciò di cui ho bisogno: venire aperta, spalancata, esposta, nuda e spogliata, non solo un dono per te ma anche per me: come ti dono la mia sottomissione, così ricevo la tua dominazione come il più grande dei doni, che mi appaga e mi rilassa e mi spoglia del superfluo lasciandomi in una pozza di pace e completezza.

  • Godere del dolore

    Le vibrazioni della frusta mi avvolgono, mi portano su in un tornado di sensazioni. Il colpi arrivano uno dopo l’altro, mi risuonano sulla carne e nel corpo, mi entrano dentro e scendono in profondità. Strillo, credo, e ansimo e mi aggrappo alla superficie liscia del pavimento o del muro, la vista offuscata dai capelli sciolti e scompigliati e dalla potenza della percezione dolorosa.

    Dolorosa? Non saprei nemmeno se posso definirla tale. Certo il taglio della quirt è feroce, la botta dello slapper intensa, l’impatto delle mani perentorio; ma quella sensazione non posso più definirla solo dolore. E’ riduttivo. Mi scuote dalle fondamenta, mi penetra nelle viscere e muta in una forza che mi fa stringere il sesso.

    Mi sento portare in un altrove in cui la potenza di ciò che mi viene inflitto e donato si tramuta in un piacere totale, diffuso, profondo, vibrante; mi sento contrarre e mi lascio trascinare e godo con tutta me stessa, da dentro e da fuori, senza venire toccata tra le gambe: mi sento toccata ovunque, nel corpo nella mente e nell’anima ed è questo l’orgasmo più devastante e totale che provo.