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Tag: appartenenza

  • Artefatto

    Si chiama col nome “artefatto” un oggetto prezioso, o magari magico.
    Se invece è una persona ad essere chiamata “artefatta”, significa che è falsa.

    Eppure ci sono cose che faccio in modo artefatto, creato, studiato; cose cui devo pensare, per le quali mi alleno perché non rientrano nella mia spontaneità. Queste cose mi sono richieste: dare del lei, chiamare con titoli, comportarmi in un certo modo, muovermi in un altro, seguire determinati rituali, eccetera.
    Il livello di allenamento (di artefazione) poi diventa tale che si trasforma in una forma di spontaneità. Mi risulta strano o disagevole fare diversamente.

    Non si tratta di falsità, né d’ipocrisia.
    Si tratta di venire forgiata ad essere un meraviglioso artefatto, perché chi mi possiede possa sfoggiarmi con orgoglio.

  • Cuore di vetro

    Siamo così piccole e preziose.

    Abbiamo un cuore di vetro e non vogliamo altro che affidarlo a qualcuno.
    Come una sfera di cristallo, questo cuore trasparente che abbiamo mostra al suo interno il tumulto incomprensibile delle nostre emozioni. Un ribollire liquido da interpretare, per chi sappia vederlo e leggerlo.
    Lo portiamo in giro così, in palmo di mano, esposto alle intemperie, rischiando di farlo cadere da un momento all’altro. Speriamo di trovare chi saprà reggerlo con mani di velluto e custodirlo al sicuro. Desideriamo unghie che ne solchino la superficie, donandoci brividi ma senza scalfirlo; punte di diamante che lo decorino di delizioso dolore e ci rendano orgogliose di portarlo.

    A volte ci facciamo male da sole, perché non riusciamo a trovare quella qualità di dolore che placa il nostro tumulto interiore.
    A volte di questa fragilità ci facciamo scudo, credendo che la durezza del vetro ci protegga.
    A volte lo affidiamo ciecamente e lo ritroviamo a terra in pezzi. Allora ne raccogliamo con fatica i cocci, tagliandoci, recuperando quanto più possibile del suo inestimabile contenuto; lo rimettiamo insieme come si può, sperando ancora di trovare qualcuno che sappia prendersene cura, e magari ricostruirlo.

    Questo è il dono di noi stesse che porgiamo.

  • Sguardi

    Che cosa vedo nei suoi occhi?
    Quando mi ordina di guardarlo, mentre mi sta facendo delle cose, i suoi occhi azzurri mi magnetizzano. Vorrei disperatamente distogliere lo sguardo, ma non posso. Lo guardo e i suoi occhi mi passano da parte a parte, mi catturano, mi soggiogano. Non sono più io; mi riverso a terra, esposta alla sua vista.
    Vedo scherno, potere, controllo. Vedo il suo divertimento mentre mi usa, mentre non posso impedirmi di sentire quello che mi fa e che mi scuote.

    Che cosa vedrà lui nei miei occhi?
    In quel momento in cui i nostri sguardi si incrociano, cosa vede che lo fa sogghignare? Cosa vede che lo fa infierire?
    Vede la mia anima rovesciata il dentro di fuori?
    Vede la mia paura, il mio desiderio, la mia brama, la mia umiliazione?
    Vede in me ciò che nemmeno io conosco di me stessa?

    Sotto il suo sguardo mi sento liquida, sciolta dal ghiaccio rovente dei suoi occhi.

  • Weekend

    2013-05-12_15-24-55_420_piccola

    Torno a casa da questo weekend con una più profonda consapevolezza della mia sottomissione, ed una visione più chiara del fatto che è esattamente quello che voglio.
    (altro…)

  • Sub drop

    Si definisce “sub drop” (con la controparte “Dom drop”) uno stato di depressione ed apatia in cui può cadere il sub dopo una sessione particolarmente intensa, anche il giorno dopo o i giorni successivi. A livello biochimico è un calo fisico di tutte le endorfine e le altre sostanze rilasciate durante la sessione.

    Sono in sub drop da due settimane.
    Pur con alti e bassi, dall’ultima sessione ho avuto un calo di umore pauroso. Mi sento incapace, brutta, inadeguata eccetera, e ho pochissima voglia di fare alcunché. Poi per fortuna mi ripiglio e ciò che devo fare lo faccio, ma sono costantemente sull’orlo dell’umor nero. Basta pochissimo per imparanoiarmi o sentirmi una cacca.
    Aver trovato in rete la definizione di sub drop mi ha almeno dato una risposta al perché sto così.

    Sono in pensiero sia perché non vedo l’ora di poter stare ancora col Padrone e non so quando potrò (per motivi prettamente logistico-organizzativi), sia perché ho paura di questo mio desiderio. Non è possibile, non voglio che questo abbia un’influenza così forte su di me. Eppure, è anche il suo bello: se non mi lascio andare a questo, all’appartenere, al dipendere… che senso ha un rapporto D/s?