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Tag: appartenenza

  • Assoluto vs completo

    Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

    Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

    E’ il fascino dell’Assoluto.

    Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
    L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

    Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
    Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

    Adesso, invece, prediligo la Completezza.
    Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

    Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

  • Collare

    Collare

    Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

    C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

    Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

    Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
    Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
    Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


    Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

    E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

    Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

  • Sguardo rubato

    Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

    Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

    Invece, ad un certo punto, oso.

    Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

    Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

    Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

  • Sound of Silence

    Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

    E d’improvviso lo sento.

    Un silenzio perfetto.
    Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

    Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

    Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

    La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

  • Godere del non godere

    “Posso venire, Padrone?”
    “No”

    Ti fermi. Sposti la wand. Cambi movimento. Mi colpisci. Mi trattengo.
    Una di queste cose, o prima l’una e poi l’altra. In un modo o nell’altro, interrompi la mia salita all’orgasmo. Cado, poi riprendo a salire, e poi di nuovo: bloccata in un persistente anelare senza potermi sfogare.

    Così la sessione finisce, finisce la serata, l’incontro, il tempo insieme. E io non ho goduto.

    Mi resta addosso una tensione irrisolta, feroce, un languore profondo nelle viscere; continuo ad ansimare, ad agitarmi, la bocca socchiusa, le mani che stringono il vuoto per non andare a toccarmi in mezzo alle gambe.

    Desidero tantissimo godere, eppure sono soddisfatta: questa tensione, questo languore, mi riempiono come nient’altro. Mi cullo in questo mare in burrasca. Sono piena di te: dell’agitazione in cui mi lasci che mi sospinge a te e a te mi lega.

  • Riconoscersi

    In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
    Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

    Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

    E’, forse, un’epifania.

    E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

    Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

    Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
    Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

  • A viso scoperto

    Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

    Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

    Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

    Sono diventata ancora più tua.

  • Dentro

    Sto ansimando.
    Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

    Dove sono?
    Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
    Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

    Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
    Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
    Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
    Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

    Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

    Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
    Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
    Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
    Poi, la benda sugli occhi. Buio.

    Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
    Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

    Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

    Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
    Grazie.

  • Auguri di buone feste

    Famiglie, parenti, lavoro, amici, cene con clienti, cene aziendali, acquisti. Il periodo non è dei migliori. Il tempo scarseggia ed è già tutto pianificato.

    Vedersi solo un’ora, in un parcheggio, per scambiarsi gli auguri, è già un dono di per sé. E sono auguri che mi restano addosso e mi accompagnano, col bruciore della vergogna e del dolore, per tutte le feste.

  • Dare tutto

    Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

    Scrivo di me.
    Scrivo per me.
    Sono io.
    Io da sola come sempre.
    Perché una schiava è sempre sola.
    Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
    Una schiava deve sempre saper aspettare.
    Anche quando non ce la fa più.
    Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
    Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
    Una schiava è lì.
    Un oggetto.
    Da usare quando se ne ha voglia.
    In ogni modo.
    È a disposizione.
    Esegue le richieste.
    Viene punita se sbaglia.
    Lei è lì…solo quando serve.
    Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
    La schiava non chiede mai.
    Attende le sia dato.
    Lei da tutto.
    Ogni parte di sé.
    Perché la schiava è così.
    Questo è una schiava.
    Questo sono sempre stata.
    Non è stato facile.
    Non è stato un gioco.
    Ma non è stata una scelta.
    È ciò che sono.
    Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
    Ora ne sono consapevole.
    E non rinuncio più ai miei bisogni.
    Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
    Esisto anche io.
    Il mio essere una femmina pulsante.
    Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
    La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
    Ora so che essere una schiava è una parte di me.
    Non sarà mai un gioco.
    Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
    Deve prendere tutto ed averne cura.
    La schiava.
    La femmina.
    La donna.
    Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
    Ho bisogno di tempo e di attenzione.
    Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
    Sono bisogni che mi esplodono dentro.
    Hanno urlato per troppo tempo.
    E li ho sempre ignorati.
    Ora li ascolto.
    Ascolto me.
    E tutto ciò che sono.
    (Alx)

    La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

    Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

    Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.