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Tag: bdsm

  • Avatar

    C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
    Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
    Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
    Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
    Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
    Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
    E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.

  • Onirica – I

    Sono in una stanza con un letto con un copriletto rosa antico; forse è un locale, c’è una festa, ma sono da sola, non accompagnata. Mi gira attorno un uomo di una cinquantina d’anni, capelli bianchi ed occhi scuri, in pantaloni e camicia neri. Forse ha un drink in mano. C’è anche altra gente, che intravvedo intorno.

    Mi sveglio ed è mattina molto presto. Penso: peccato, sarebbe potuto essere un sogno interessante. Vado in bagno, poi torno a letto a dormire ancora. Incredibilmente, riesco a riprendere il sogno da dove l’ho lasciato.

    Il tipo mi ha circuita e ho deciso di giocare con lui. Ci approcciamo, gli sorrido, mi sorride. Ha l’aria di uno che sa quello che fa, anche troppo. Mi lascio mettere a novanta sul letto – ma forse è un tavolo, non capisco. Lui mi dice qualcosa che non ricordo e gli rispondo: “Guarda che io ce l’ho un Padrone”. Non voglio che si faccia troppi viaggi.
    Lui sembra sorpreso, interessato; risponde: “Ah davvero, hai un Padrone? Ma è giovane, ha poca esperienza? Se vuole posso dargli qualche lezione, insegnargli”. Lo guardo aggrottando le sopracciglia: chi si crede di essere? Rispondo: “Intanto vediamo come va questa sessione, poi vedremo se sei in grado di dare lezioni”.
    Lui ridacchia, mi preme giù e mi bisbiglia all’orecchio una parola strana, in francese, che non so che significa. Capisco che sarà la mia safeword e la ripeto due o tre volte per essere sicura di ricordarla e di pronunciarla giusta. Lui annuisce e va dietro di me.
    Mi dà quattro pacchette leggere sul culo; mi tendo, aspettando la botta forte, ma lui si gira e si allontana. Subito resto interdetta, penso: che cazzo fa? Poi torno a tendermi: dev’essere una strategia per farmi anelare, penso. Ansimo, poi mi giro a guardarlo e vedo che si sfila i pantaloni. Torno ad aggrottare le sopracciglia: spero bene che non finisca che vuol solo scoparmi, perché è l’ultima cosa che m’interessa.
    Stacco.
    Stiamo facendo come la lotta sul letto di prima, mi preme sotto di lui, mi rigira. Mi diverto finché non lo vedo togliere il cappuccio ad una siringa. Mi agito violentemente, cercando di divincolarmi, ma mi trattiene strettamente le gambe. Grido: “No, no, ehi, non voglio!” – e dico la safeword. Lui mi ignora e mi inietta quella che so essere droga nel ginocchio sinistro. Io m’incazzo. Finalmente mi lascia andare.
    Mi tiro a sedere e glie ne dico di tutti i colori. Lui fa spallucce, mi dice: “Ma dai, avrai delle sensazioni incredibili; e vedrai che effetto che avrà su di me, sarà grandioso”, e capisco che intende che la droga gli farà avere un’erezione notevole. E’ in camicia nera e boxer bianchi, larghi, a righine rosse.
    Io mi inalbero: “Ma non capisci – gli grido – Se mi droghi, io non saprò mai se quello che sento saranno sensazioni mie o date dalla droga; se saranno sensazioni che sorgono dal gioco, da quello che mi fai, da te, o dalla droga. Non intendo giocare così, neanche per sogno”.

    Infatti, mi sveglio.
    Resto a letto a rimuginarci su un po’. Che fase rem sprecata, penso, per un sogno così insulso, inutile. Eppure, quello che ho detto al tizio, seppure in sogno, è vero. Il mio inconscio mi supporta; quello che provo nel bdsm, voglio che sia mio. Che mi appartenga e che sorga unicamente da me, dal mio Padrone, dall’alchimia che si crea tra noi grazie al bdsm stesso.

  • Stillicidio

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    http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=320

    C’è un bel webcomic che leggo e che consiglio: Go Get A Roomie; tra i vari personaggi vi è una coppia di gemelli, maschio e femmina, Richard e Ramona, rispettivamente sub e Dom. Il loro vivere il bdsm è trattato con deliziosa lievità e grande precisione: l’autrice ne sa.
    In una strip, il ragazzo attende accanto al letto di una degli altri personaggi, una ragazza letargica che sta venendo coinvolta suo malgrado dall’energia della protagonista, Roomie.
    Nel mio ricordo, avevo legato quella sua attesa pacata, senza scopo, al suo essere slave; ricordavo che dicesse che proprio per questa sua attitudine non era per lui un problema attendere indefinitamente. In realtà, ritrovata la strip, non è così, ma lo stesso da qui parto per una mia riflessione, perché è comunque significativo che la ricordassi in quei termini.
    Perché quella è una cosa che io – ancora – non riesco a fare. Attendere in quiete senza aspettative.
    Io friggo, scalpito, desidero; sollecito risposte. Mi aspetto cose e, se non arrivano per qualsivoglia motivo, o se non arrivano nei tempi sperati, resto delusa e mi deprimo.
    Lo so, lo so che avere aspettative in questo modo non è utile, ma spesso non riesco ad impedirmelo; vivo in uno stato di tensione costante e mi immalinconisco. Ogni attesa diventa così uno stillicidio – che, per quanto mi appaia inflitto da chi non mi dà risposte, rassicurazioni, è a tutti gli effetti solo opera mia.
    Se, quando, poi le cose arrivano, non sono più pronta ad accoglierle: la tensione mi rende dura, non ricettiva. Ci metto un po’ a sciogliermi e a sentire finalmente quello che accade momento per momento.

    Vorrei imparare ad essere un vaso vuoto, sereno, pronto ad essere riempito ma anche pacifico e sicuro nel suo essere, semplicemente, lì.
    Accogliere una sottomissione che sia una bonaccia del cuore, uno sciabordare lento pronto alla meravigliosa potente burrasca ma quieto nella sua attesa del vento.

  • Proiezione

    Mattina  prima della festa; mi viene dato incarico di visionare, scegliere e masterizzare dei video sm da proiettare nel corso della serata. Mi metto al pc e spulcio hard disk e dvd.
    Naturalmente, non ho il permesso di toccarmi, ma mi sento forte; tanto, penso, i video sadomaso raramente mi eccitano. Mi sembrano sempre strani, stonati; anche se anche io faccio cose simili, vederle dall’esterno in qualche modo non mi torna.
    Vedo questo filmato: una ragazza viene legata a gambe larghe su una sedia sadoginecologica; la frustano un po’, e vabbé; poi le spalmano sulla figa una pasta giallastra. Metto l’audio per capire cos’è, visto che la Mistress lo spiega, ma parlano americano stretto e non capisco nulla. Intuisco comunque che si tratta di qualcosa di estremamente irritante. La Mistress la spalma coi guanti.
    Poi, per cinque lunghissimi minuti questa ragazza urla, si contrae e implora.
    Non succede niente, all’apparenza. Ma è chiaro che le brucia da impazzire. Piange, grida e si scuote nei lacci. Ed io la guardo. La guardo e mi proietto in lei. Immagino, sento la sofferenza di essere immobilizzata e non poter fare nulla per impedire un dolore atroce che si ha addosso.
    E mi bagno.
    Infine la puliscono e le mettono del ghiaccio; il trucco le cola con le lacrime. Mi allontano dal monitor barcollando, un desiderio oscuro in mezzo alle gambe.
    Penso al terrore che ho dei film dell’orrore tipo Saw, in cui i poveracci di turno vengono costretti in situazioni di tortura senza uscita; non li voglio vedere perché è la cosa che mi angoscia di più. Ed ora ho l’impressione di avere scavalcato quel terrore, ora che l’ho visto in versione non horror ma sadomaso. Ora che mi è stato mostrato nella sua versione sessuale. Ora l’angoscia si è trasformata in desiderio, l’irrazionale nodo allo stomaco mi si è spostato più in basso.

    E adesso è sera e non vedo l’ora di essere alla festa; l’oscuro desiderio che ho annidato tra le gambe è affamato e mi tira verso l’abisso.

  • Il repentino cambio di prospettiva

    Seguendo il bianconiglio del riquadro degli aggiornamenti di Facebook capito in un gruppo che parla di Mindfucking. Leggo una lunga discussione, senza iscrivermi, senza commentare: lurkando (si dice ancora? E’ gergo da internet dei primordi). Il moderatore del gruppo, autore di un libro sul tema (Stefano Re, Mindfucking. Come fottere la mente, edizioni LIT – Libri in Tasca), che peraltro ho letto tempo addietro, fa il seguente commento:
    “In termini proprio assoluti: nessuno può dominare nessun altro, punto. Tutti possiamo permettere che altri si illudano di dominarci, ovviamente. Il più delle volte, nemmeno sapendo che lo stiamo facendo. […] Nel BDSM, ovviamente, lo si fa perchè ci si arrapa, e di qui la delusione nel comprendere che comunque è chi sta sotto a dettare le regole. […] il rapporto BDSM è un rapporto proiettivo, in cui chi domina sta scomodo peggio che su intercontinentale alitalia. Non solo gli tocca tutta la responsabilità, ma deve pure dare l’impressione a chi sta sotto di stare dominando, quando di fatto non sta dominando un bel niente se non nel gioco di proiezioni. Non c’è perversità più sadica dei subbini o subbine che cantano le lodi dei loro crudeli padroni: danno e beffa in salsa lirica”.

    Ecco.
    E per un momento rimango un po’ abbacchiata.
    Certo, lo so che il BDSM non è un rapporto di vera coercizione (ci mancherebbe), che sono io quella in carico. Ma queste parole lette su internet mi scuotono un po’; mi pare mi risveglino da un bel sogno, da quella che ora temo essere una mera illusione, una menzogna che racconto a me stessa.
    E poi.
    Mentre lascio la mente vagare, mi raggiunge un pensiero repentino, portando con sé un ricordo improvviso, la memoria di una sensazione. La percezione mi increspa la pelle, mi fa contrarre i visceri, giù giù fino in mezzo alle gambe.
    In un istante ripiombo nel pozzo colmo del mio cuore, mi ci immergo fino a non avere più ossigeno, nutrendomi delle emozioni suscitate da Lui. Mi lascio soverchiare e non conosco più altro che l’appartenenza al mio Padrone.

    Non sono io che permetto al mio Padrone di dominarmi; gli consegno la mia volontà perché la diriga. Se anche il timone è mio, è a Lui che lo metto in mano. Se anche è la mia scelta a creare il rapporto, è la sua forza a manovrarlo.
    Accetto di lasciarmi trascinare, gettandomi a terra perché mi raccolga.

    Re, nella discussione, aggiunge:
    “[…] prendi tutto quel che sai su ruoli, safeword, contrattazioni BDSM, perizia nelle tecniche e getta tutto per aria. Fingi di non averne mai nemmeno sentito parlare. Gli schemi che apprendiamo inevitabilmente ci intrappolano, e diventa difficile vedere le cose fuori di essi”.
    Naturalmente ha ragione e lo dimostra: lui stesso non sa uscire dal suo schema di visione del BDSM.
    Ma certo, è vero: gli schemi vanno abbandonati, superati. Infatti, nel mio mondo io fisso dei limiti per essere portata a danzarvi attorno, attraverso, oltre. Mi lascio intrappolare dal Padrone perché mi porti fuori da me; dal suo schema per uscire dal mio. E nel manovrare me, marionetta vivente, emotiva, anche Lui cambia, diventa altro, cresce sopra di me.

  • 50 sfumature di “strano”

    La sera di ferragosto mi trovo ad una grande tavolata che riunisce un gruppo indubbiamente eterogeneo. Io, mio marito, il mio Padrone, sua moglie e una serie di coppie scambiste. Scampoli di conversazione che vira al comico prima di concentrarsi su un confronto interessante, mentre pasteggiamo a maialino arrosto.
    – Quindi qual è il vostro nick di coppia?
    – Ah, no, veramente noi non siamo “della parrocchia”
    – Ahh capisco, allora voi siete quelli normali!
    Risate scroscianti, spontanee.
    – Bè, no, normali non direi! Noi facciamo bdsm.
    – Ah… (sguardo perplesso, quasi diffidente)
    Io non sono mai stata interessata allo scambismo; loro, al bdsm. Parliamo.
    Loro sono quelli che fanno le cose strane agli occhi dei monogami; noi siamo quelli strani ai loro; ma anche loro sono strani ai nostri. “Ma cos’è che fate? Ma sul serio?” Ci sono punti di contatto, aderenze; sovrapposizioni. Poi, diventa chiaro che ogni coppia, ogni singola persona ha un’immagine differente, un’idea diversa. “Sì, io faccio questo, ma non farei mai quello” – e chi fa “quello” diventa quello strano.
    Ma quante sfumature ha l’essere “strano”? Sembra moltissime, e mi scuso per il titolo del post così scontato, ma mi è sorto spontaneo. Forse, c’è anche il fatto che non a tutti piace definirsi o venire definiti come “normale”; una parola troppo sdrucciolevole, fastidiosa. E l’essere strano diventa sinonimo di speciale: diventa motivo d’orgoglio e anche di provocazione verso chi non ha la nostra stessa “stranezza”.
    Parliamo e ci confrontiamo, presentiamo visioni del mondo, delle relazioni, dei giochi discordanti, opposte, contraddittorie a volte persino a noi stessi. Comunque interessanti; vige il massimo rispetto (anche se poi a gruppetti ci guardiamo di sottecchi, ridacchiamo e bisbigliamo: ma che strani!). Tutti condividiamo una piacevolissima convivialità: una tavolata di gente che ride, scherza, si diverte.

    E poi, giorni dopo, incontro in un negozio un mio amico che ha un disturbo dello spettro dell’autismo. Parla lentamente, non mi guarda negli occhi, si muove in modo artefatto ed è innocente come un bimbo.
    Salutandolo, mi rendo conto che lui, sì, è strano. Io, alla fin dei conti, non so.

  • Vicinanza

    Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
    Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
    Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
    E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
    Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.

    Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.

  • Festa

    24 ore di veglia e una festa dopo, sto crollando dalla stanchezza e scrivo. Sono accadute delle cose stasera (stanotte? stamattina?), alcune frivole, altre importanti: ancora non ho la lucidità per raccoglierle e comprenderle, ma già sono felice.
    Mi lascio andare tra le braccia di Morfeo con lo stesso abbandono con cui mi affido al mio Padrone; emozionata per le sensazioni che verranno, per i sogni, per la sua presenza. Non pretendo di capire ora. Lascio che tutto si sedimenti, che la confusione si plachi e ogni cosa vada al suo posto nel lento cadere del riposo. 
    Domani sarà un buon giorno. Anzi, è già oggi.

  • Intensità

    E poi c’è un momento in cui scavalco.
    Non credevo ci sarebbe stato, né che avrebbe potuto esserci.
    Urlo e gemo, l’intensità del dolore a un livello tale che faccio fatica a sopportarlo. I capezzoli stritolati nella morsa delle mollette, tirati dai cordini, la cera che cola e il flogger che colpisce. Tutto insieme. Si aggiungono il vibratore grosso, e gli schiaffi sulle cosce, il mio punto più sensibile.
    Ho un singulto e scavalco.
    Sulla ripidissima china della soglia del mio dolore, mentre scivolo all’indietro lambita dalle fiamme, d’improvviso trovo un appiglio, o mi arriva una spinta, e vado oltre. Supero la cima della collina e volo giù per il dirupo, dall’altro lato; resto sospesa, come appesa a un paracadute.
    La sensazione è simile all’essere appena uscita da un concerto dopo essere stata accanto alle casse. Ho come un fischio nelle orecchie, tutto è ovattato e il mio cervello fluttua nella bambagia.
    Il dolore continua, ma mi pervade; non resta più sulla mia superficie. Dalla pelle affonda i suoi artigli nella carne, si espande come un liquido rovente e mi colma.
    Sto strillando? Sto piangendo? Un gemito acuto mi sale dalla gola. I miei occhi sono aperti ma non so cosa vedono. I miei muscoli tremano, stravolti dalla tensione.
    Da questa bolla sospesa, infine, esco esplodendo di nuovo in un grido di dolore. Stringo i denti e sto per dire la safeword, quando penso: ma mi piace. Già. Mi piace. Mi immergo ancora nella bolla: in apnea, sento talmente tanto che non penso più; tutto il mio essere è percorso da brividi, nel corpo e nell’anima.

    Pietosamente, il Padrone cala intensità e mi scioglie, facendomi riposare. Ansimo e tremo, raccogliendo i pezzi del mio sé, facendoli di nuovo scivolare insieme, come da bambina giocavo col mercurio dei termometri che si rompevano.

  • Aperta

    Vengo tenuta aperta.
    Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
    Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
    Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.

    Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
    Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
    Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
    Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
    Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.

    L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.