420 km e 4 ore di sonno

Arrivo e il mio obiettivo è efficienza. Apri il portellone, parcheggia, trova le chiavi, sali… Appena entrata mi tolgo le scarpe e prendo le mie cose da bagno.

L’ho visto il foglio sul tavolo, ma non l’ho notato.

Quando ci passo davanti (obiettivo: doccia e leggere i 52 messaggi accumulati nelle varie chat di gruppo su whatsapp, sono concentrata), quando ci passo davanti leggo: kat.

È per me.

Batticuore. Lo apro e leggo col sorriso sulle labbra come una bambina. Quando arrivo al penultimo capoverso mi salgono le lacrime. È bellissimo. Mi commuovo.

Tolgo l’orologio senza guardarlo, il tempo cambia. Dimentico il cellulare. Rileggo il foglio più volte e ogni cosa è come una scoperta. Seguo le indicazioni (ordini?) ed esploro: annuso il whisky, resto in terrazzino a sentire il freddo, l’aria pulita di montagna, la pioggia. Ascolto i tuoni, il torrente.

Sto benissimo, ed è appena iniziato.

Accade

Ed ecco che torna, quella botta allo stomaco che temevo di non sentire più e che mi chiedevo come avessi fatto a sentirla in passato. Quel vuoto d’aria quando le parole colpiscono con la forza di un paddle di legno spesso 5 centimetri.

I visceri che si contraggono, lo stomaco in gola, le gambe strette. Sgrano gli occhi senza potermi controllare e poi spero che il collega alla scrivania di fronte non si sia accorto che ho cambiato colore. Fisso le parole sul monitor del mio computer, in fondo alla chat, e sembrano vive. Toccano corde che anelano ad essere toccate proprio in questo modo.

Parole, pensieri, sensazioni. Tutto si insinua sottopelle e mi ritrovo ad essere vulnerabile di nuovo.

Lo desidero e lo temo. Non voglio più stare così male, cazzo. Eppure mi torna il desiderio di sentire fino in fondo, ridere tutte le mie risa e piangere tutte le mie lacrime. Lo sto già sentendo.

“Quello che deve accadere, accade. Anzi. È già accaduto”.

Sera

L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

Cammino, veloce, da sola. Respiro.

Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

È un momento perfetto e io sono viva.

Progressione

Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
È stata un’Appartenenza dolce.

Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
È stata un’Appartenenza forte.

Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

Blossom

L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

Sono pronta a cambiare.