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Tag: comunicazione

  • Forse sono io

    Le mie relazioni, fatta salva quella con mio marito, sono finite, e sono finite tutte abbastanza male. Incomprensioni, gelosia, ferite inflitte a sé e all’altro. Bugie.

    Allora mi dico: forse sono io.

    Sono io che non sono capace, che non so come si gestisce una relazione, che scelgo le persone sbagliate, non compatibili. Non posso poi lamentarmi che sia andata male.

    O forse sono io che non capisco quando una relazione è finita. Dovrei sapere leggere meglio i segnali, i messaggi, le assenze. Eppure anche se io per prima sono una che fatica moltissimo ad essere diretta, penso ancora che se non ce lo diciamo non sia reale. Ma ecco, forse sono io che non so essere diretta e chiara.

    O forse sono io che mi illudo, che anche se ci siamo parlati penso che ci sia ancora qualcosa, che ci sia altro da dire, da condividere, da capire, da sentire. Alla fine i sentimenti non si spengono a comando. Forse sono io che indulgo in quell’illusione.

    O forse sono io che sono troppo avanti, troppo consapevole, preparata, esperienziata, comprensiva o chissà cosa rispetto all’altro che non si sente al mio livello e quindi si allontana (ok, no, non ci credo davvero; questa è la versione consolatoria del “non mi merita”).

    O forse sono io che non ho saputo farlo cambiare, non gli ho voluto abbastanza bene, non ho fatto o detto o creduto abbastanza e quindi forse sono io che ho fatto fallire tutto.

    O forse sono io che trovo più facile darmi la colpa che riuscire a distribuire equamente le responsabilità.

    Anche stanotte, che non riesco a dormire, penso che forse sono io.

  • Covert contract

    In auto voglio stare io seduta dietro. E’ una cosa che mi piace, mi fa sentire “piccola”, inferiore, mi conferma e mi rassicura nel mio ruolo di sottomessa.

    Non me lo chiede nessuno: lei fila diritta al posto davanti, tu alla guida. Io mi siedo dietro con uno strano senso di straniamento: ho ottenuto quello che volevo, ma in qualche modo mi sento scontenta che non sia stato detto, che non mi sia stato chiesto. Mi sento a disagio soprattutto perché mi rendo conto che non ho nulla di cui lamentarmi.

    Il giorno dopo, ripensandoci, capisco: non c’è niente di negoziato, niente di esplicito. Quello che sto agendo è un covert contract. Ho deciso da sola che se A allora B, ma non è stato realmente negoziato ed esplicitato. In molti sensi, è ingiusto: proietto le mie aspettative, le mie fantasie, senza che l’altro ne sia al corrente, e mi risento persino se vengono disattese.

    Faccio la schiava, mi mortifico e mi sacrifico nel servizio, ma faccio tutto da sola: non me lo stai chiedendo, non ne abbiamo parlato. Faccio una cosa che spero abbia valore per te (la spesa, la lavatrice…) e me ne sei riconoscente, ma non ne ricevo il ritorno che vorrei; non solo: non ne ricavo il piacere che vorrei. Perché non è un tuo ordine, ma una mia iniziativa: l’intero presupposto del servizio crolla miseramente come il castello di carte che è.

    Tanto varrebbe masturbarmi. E’ un po’ così: il mio servizio è una masturbazione. Tu non hai nessuna richiesta, nessuna pretesa, niente ordini, niente protocolli, niente di niente. Il che non è sbagliato, di per sé, e sicuramente non mi hai mai illusa a riguardo. Ma se io mi aspetto il protocollo perché secondo me il rapporto D/s implica il protocollo, sto forzando su di te un covert contract. Sto inventando un patto che non c’è, perché non è negoziato, non è concordato. Per quanto labile, è una violazione del consenso.

    Tutto questo mi riporta alla mia incapacità di comunicare chiaramente desideri e necessità; mi aspetto ancora che il Padrone sia in grado di leggermi nella mente, che esista una regola condivisa per cui “le cose si fanno così”, che insomma io non sia costretta ad aprire la bocca e parlare, esprimermi, presentare me stessa e i miei bisogni.

    Mi pare di essere così egoista a chiedere, ma non sono forse più egoista a non chiedere ed aspettarmi comunque il risultato che voglio?

    Mi resta addosso la malinconia della consapevolezza che non è realistica la fantasia di un Padrone onnisciente, in grado di leggermi senza difficoltà, capace di colmare quei vuoti che io stessa non so comprendere e dedicato a realizzare ogni mio più recondito desiderio senza la vergogna di doverlo dire ad alta voce. E anche il dispiacere di avere proiettato tutto questo senza chiarezza.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Munch

    La prima volta, ero stata ad un munch. Non si chiamava così, allora, ma veniva chiamato “aperello”, con una traduzione appropriata e milanese del termine inglese che poi è diventato comune anche qui.

    Un incontro informale, un modo per conoscersi e riconoscersi tra persone attratte dal BDSM o già praticanti. Era stato interessante allora, mi aveva portata sulla strada per realizzare le mie fantasie; ed è ancora interessante andare ad un munch, anche dopo tanti anni, perché è sempre fondamentale incontrare le persone dal vivo, insieme, al sicuro in un locale pubblico, con la serenità e la complicità della condivisione.

    Ai munch di solito il cibo è buono, la birra anche, ma è la compagnia che fa la differenza.

    Chiacchiere, risate, scambi di esperienze: così diversi gli uni dagli altri ma accomunati da uno stesso sentire. Un sentire che si declina in infinite sfaccettature e inclinazioni, ma che ci porta tutti insieme a raccontarci, ad avvicinarci per conoscere noi stessi e gli altri.

    Si impara sempre qualcosa, si scambia sempre qualcosa. Si esce sempre un poco cresciuti, o se non altro con una bella serata alle spalle, un senso di non essere soli, di partecipare di una comunità che per quanto frammentata esiste ed accoglie.

  • Corde

    Faccio fatica a lasciare andare il controllo, in generale; facendo corde, all’inizio sono tesa, ho sempre paura che succeda qualcosa, che ci sia un incidente, che mi faccia male, o di restare bloccata.

    Poi però la scomodità, il dolore, la costrizione, l’umiliazione mi portano via, portano via i pensieri. Mi fido e mi affido a chi mi mette in predicament.

    Una volta le corde non erano nelle mie corde (ah ah): venire legata era un esercizio che non mi diceva niente, non mi dava niente. La mia esperienza si limitava ad essere insalamata e sospesa per brevi momenti a qualche play party, per l’estetica della cosa, o su invito, ma senza un reale interesse da parte mia.
    Invece, poi, ho scoperto che potevano essere dolorose, costrittive in un modo che non credevo. Pensavo che si trattasse solo di estetica, di un esercizio di bravura del rigger. O di non essere io adatta perché poco atletica.

    Invece no: comunicano. Riesco a sentire attraverso le corde; certo ho imparato ad ascoltarle, e ho incontrato chi ha saputo usarle per trasmettermi qualcosa di significativo. Sicuramente, ho imparato a chiederle: ora le approccio in modo consapevole e dunque io stessa riesco a trasmettere quello che sento, poiché ora lo sento, mentre prima restavo indifferente.

  • **Traduzione** Una guida alla comunicazione per sottomessi

    Su fetlife seguo da tempo un autore che mi sta piacendo molto, ovvero The_Voice. Dopo avere letto un suo interessante articolo su come comunicare rimanendo all’interno della dinamica di potere – cosa che non mi viene affatto facile, e finisco per non comunicare del tutto, provocando danni peggiori – ho deciso di contattarlo e chiedergli di poter pubblicare qui, tradotto, il suo articolo originale A Guide to Submissive Communication.

    Mi ha dato dei buoni spunti; a tratti può apparire banale, uno scoprire l’acqua calda. Ma anche l’acqua calda a volte ci si dimentica come si trova, ed è utile riscoprirla. Per me almeno vale così. Preferisco avere degli appunti cui posso accedere per migliorarmi piuttosto di brancolare nel buio della mancanza di consapevolezza.

    Ecco la mia traduzione:

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