Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.
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Desiderio
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Onomastico
Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
Cionondimeno la intrapresi.
Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo. -
Intensità – 24
Quando sono così di corsa la tentazione di disobbedire è forte.
Penso: va be’, dai, sto facendo mille cose, un sacco di fatica; se anche indulgo un po’ nell’autogratificazione che sarà mai?! E la mia mano si allunga verso la birra, verso il mio sesso.
Eppure non riesco ad andare fino in fondo. Non mi va, mi si rivolta qualcosa dentro.
Assaggio, tocchiccio, ma poi mi fermo.
È un piacere sporco, rovinato dal senso di colpa, dalla consapevolezza della disobbedienza; mi lascia l’amaro in bocca.
Piuttosto, se il desiderio è intollerabile o giustificato, preferisco provare a chiederne il permesso.
Se anche arriva un no, l’attenzione ricevuta almeno un po’ mi placa. -
Intensità – 23
Quando sono concentrata non ho fame.
Capita magari che in un attimo di calma mi renda conto d’improvviso di dover andare in bagno, o di avere sete, o di sentire lo stomaco che brontola. Allora magari mangio qualcosa, ma mai troppo, o roba pesante. Un boccone, due, e le scorte di energia vengono subito reintegrate, ottimizzando ogni caloria.
Invece, se sono incazzata, nervosa, in ansia per qualcosa, allora la mia fame è amplificata oltre ogni limite. Mangerei (e spesso mangio) qualsiasi cosa mi capiti sottomano, oltre la sazietà fin quasi alla nausea.
Agogno a raggiungere un equilibrio che mi permetterà di non dover stare a dieta ma, semplicemente, di mangiare il giusto con serenità, senza farmi prendere dalla fame nervosa e rispettando il mio senso di sazietà; anche lasciando del cibo nel piatto, se sento di non volerne più, invece di ingozzarmene a forza.
Vorrei che il cibo fosse un mio amico, un piacere, una cosa normale, invece che un nemico ostile da combattere. Come lo è quando sono focalizzata su qualcosa di impegnativo e soddisfacente. -
Intensità – 11

“Una delle cause più comuni di fallimento è l’abitudine di mollare quando si è soverchiati dalle sconfitte momentanee”E’ proprio così.
In quel momento in cui fallisco, in cui manco una scadenza, perdo un colpo, la tentazione di cedere è forte. Lasciare andare, lasciare perdere. Credere di essere una totale, miserrima incapace che mai nella vita potrà compiere qualcosa di degno. Spiaggiarmi e morire lì.
E invece no.
Ho imparato a rialzarmi, a rimboccarmi le maniche e continuare a lottare. Ok, ho sbagliato qualcosa, ho fallito un obiettivo; ma il traguardo è ancora distante e posso ancora raggiungerlo.
Perché il traguardo è il viaggio stesso.
Se non ne percorro la via, non lo raggiungerò mai. Allora sì, avrò fallito – a causa della convinzione di avere fallito. -
Intensità – 09
Sto tirando.
Non voglio smettere; non voglio fermarmi. Ho paura che fermandomi non riuscirò a ripartire, anzi, nemmeno a pensare di ripartire.
Invece so di dover imparare anche a staccare, a riposare. Oppure mi schianterò.
Allora adesso vado a letto. A dormire. Me ne scivolo a cuccia, a rannicchiarmi al calduccio (l’impietoso tempo novembrino di questo luglio aiuta nell’immagine). Posso chiudere gli occhi e riposare.
Posso, davvero? Ebbene, sì. Non avrei potuto fare di più, oggi, o se anche sì – perché si può sempre migliorare, di certo – almeno ho fatto. Quindi è giusto che riposi.
È giusto? Ho sempre paura di abusare di qualche diritto, di approfittarmi indebitamente delle circostanze. Colpa delle cattive abitudini di pigrizia: abituata a perdere tempo, ogni cosa bella mi è sempre parsa rubata, non meritata.
Ora che inizio a meritare il difficile è riconoscermelo.
Intanto, buonanotte. -
Intensità – 08
La parte più difficile è… che ogni momento successivo mi fa scoprire una parte più difficile.
Ogni passo che compio mi amplia l’orizzonte e mi mostra quanti altri passi ci siano ancora da fare, anche in direzioni che non avevo previsto, in modi che non avrei gradito.
Non succede mai di arrivare in fondo alla mappa, come in quei vecchi videogiochi anni ’90: cammina cammina cammina ad un certo punto sbatti contro una specie di parete. La prospettiva allora è solo un’illusione, un disegno contro il muro.
Ricordo l’emozione provata guardando The Truman Show, verso la fine. La pelle d’oca. Il cuore in gola. L’orizzonte che diventa piatto quando la punta della barca sbatte contro la cupola.
La scelta di Truman di uscire, andarsene. Il rifiuto di accettare di vivere in un mondo limitato, chiuso, anche se sicuro. Il desiderio di scoprire, andare oltre.
Ogni passo che compio amplia il mio orizzonte, mi sposta il bordo della cupola più in là, lo rende irraggiungibile. Da una parte vorrei nascondermi e rannicchiarmi, sperare in una vita facile sempre uguale a se stessa. E dall’altra non riesco a non sentirmi battere il cuore nel fare ancora un passo, avanzare ancora, scoprire qualcos’altro, cos’altro mi aspetta; che sia bello o brutto sarà comunque VITA degna di essere vissuta. Purché la viva, e la viva al massimo.
Anche se è difficile, anche se è faticoso.
Soprattutto per questo. -
Intensità – 06

Ricordo che l’ultimo anno delle superiori avevo un diario del maiale Harpo, che recitava in copertina: “Diventa pigro! Chi non fa niente non fa niente di male! Pubblicità progrAsso”. Mi faceva molto ridere e gareggiavo con le compagne per il diario più assurdo/trash (credo di aver vinto, quell’anno).
In realtà, sebbene sia in effetti una persona che si impigrisce facilmente, detesto non fare un tubo. Mi sale un’insofferenza spaventosa nei confronti di me stessa, cui cerco di porre rimedio raccontandomi degli alibi: eh ma fa caldo, ho altro da fare, è colpa di qualcun altro, uno oggi mi ha guardata male e allora sono depressa, piove governo ladro eccetera eccetera.
Certo, prendersi carico della responsabilità della propria vita è difficile e faticoso, e frustrante anche, perché si sbaglia. Infatti, solo chi non fa niente non sbaglia mai (ma potremmo discutere del fatto che non far nulla sia già un errore di per sé). Se agisco, in qualsiasi modo, sono destinata a sbagliare. Anche a fare cose giuste, s’intende, e soprattutto ad imparare a sbagliare meno, ma per forza sbaglierò.
E’ questo che mi ha bloccata tanto a lungo dall’agire, ciò che mi terrorizza: la prospettiva dell’errore (sempre visto come irreparabile), il temuto giudizio degli altri di fronte alle mie mancanze.
Ma non voglio più andare avanti così. Voglio agire e sbagliare, e imparare e crescere.
La perfezione non esiste, ma posso tendervi solo se accetto di essere imperfetta. -
Intensità – 05
La stanchezza diventa una scusa valida quando faccio cose che non mi soddisfano. La chiamo stanchezza ma o so che è pigrizia.
Quando non ho uno scopo, un qualcosa di concreto da fare o da portare a termine, allora mi disperdo completamente. Non riesco a concentrarmi a fare le cose che mi piacerebbero, quelle per cui dico “non ho mai tempo”. Quando di tempo ne ho a iosa, lo spreco. Poi mi guardo indietro e mi chiedo che diavolo ho fatto per tutti questi mesi. Possibile che non sia riuscita a leggere un libro, a scrivere una riga? Ma dov’ero?
La sensazione è di avere sempre avuto qualcosa di più urgente da fare. In effetti, qualcosa di contingente: la spesa, una telefonata alla mamma, non so. Ma soprattutto pomeriggi interi a vagare su internet. E la costante sensazione di colpa, di non stare impiegando fruttuosamente il mio tempo. La percezione confusa (forse, o forse netta: mi illudo che se fosse stata netta avrei cambiato la situazione; ma forse: la pigrizia è vischiosa) di diventare un blob informe, intontito, di sprecare la mia vita.
Adesso che ho un lavoro immersivo, che torno a casa alle 19, adesso, solo adesso riesco a ottimizzare il mio tempo libero residuo. Adesso leggo, scrivo, faccio. E mi domando: ma perché non l’ho fatto anche prima, che di tempo ne avevo immensamente di più?
Intensità è anche questo: avere uno scopo e riordinare le proprie priorità. Sentire di stare facendo qualcosa di bello, di importante, ed espandere la bellezza e l’importanza anche a tutto il resto della mia vita. -
Intensità – 03
Ho sempre la sensazione di subire gli eventi, che le cose accadano senza che io possa porvi non dico freno, ma argine. Vengo travolta dagli avvenimenti (o così credo) e piagnucolo contro il destino cinico e baro.
Invece non è così.
Io scelgo. Io decido.
Io agisco per determinare il mio futuro.
Non è vero che sono stanca; non è vero che non sono capace; non è vero che non ne ho voglia. Posso. Riesco. Non è vero che non ho tempo. Il tempo lo trovo, il tempo è solo una scusa. Quanto tempo perdo su facebook, su internet? Ecco.
Quindi ora io scelgo di prendermi il mio tempo, quello per me. Di fare ciò che amo fare, invece che fissare un monitor e farmi venire la sindrome del tunnel carpale col mouse.
Scelgo di andare oltre la stanchezza, le idee di inadeguatezza, i sensi di colpa, le lamentele a vuoto, i piagnistei. E’ vero: ho un sacco di lavoro da fare e devo cambiare delle abitudini. Ma lo posso fare.
