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Tag: consapevolezza

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Brava

    Da sub orientata al servizio, amo fare le cose per sentirmi dire “brava”. Per ricevere una pacca sulla testa e il riconoscimento di avere servito bene.

    Parte della mia educazione, però, nel tempo, sì è rivolta ad insegnarmi ad essere autonoma, perché questo orientamento al servizio strabordava in ogni aspetto della mia vita; mi è stato allora insegnato a fare anche ciò che piace a me, non solo ciò che piace agli altri. È stato proprio il Padrone a volermi educare a questo, perché avessi maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità, e rispetto per i miei desideri e i miei limiti.

    Così è successo che ho imparato ad agire in modo libero, senza aspettare o ricercare l’approvazione altrui, a fare a meno di sentirmi dire “brava”… per potermi sentir dire “brava” perché so farne a meno.

    Un po’ contorto.

    Forse, vale quel detto per cui non puoi insegnare un nuovo trucco a un vecchio cane. Ma anche, mi serve quel momento di riposo, di validazione esterna: ce la faccio, tengo duro, sono autonoma, ma ogni tanto ho bisogno di sapere anche dall’esterno che vado bene; di uscire da me stessa e dal farmi forza da sola, per accoccolarmi ai piedi di un “brava”.

  • Inclinazioni

    Per me se una sessione finisce senza che io abbia goduto sono felice lo stesso, perché il mio godimento è traslato, trasceso: è un modo di godere diverso e quindi non sento la necessità di fare l’amore, di ricevere coccole, di avere un orgasmo preciso. Anzi: prediligo questo modo altro di godere. Anche se certo amo l’intimità post sessione, che mi fa sentire accolta, accudita.

    Non per tutti è così; ognuno desidera e ricerca cose diverse, o cose simili ma con modalità diverse: è uno spettro davvero molto ampio e la cosa fondamentale è trovarsi con un’anima affine per desideri e inclinazioni. Ma so anche quanto le proprie inclinazioni possano cambiare, nel tempo e con persone differenti, nonostante nell’attimo in cui si vivono sembrino assolute e immutabili, scolpite nella pietra della propria anima. Ma l’anima, per quanto salda, non è di pietra.

    Ho toccato luoghi nascosti dentro di me ed ora sono quelle le corde che desidero sentire risuonare; così mi allontano dal sesso cosiddetto vanilla senza averlo realmente deciso, anzi, ne sono sorpresa e persino, talvolta, amareggiata.

    Ma, come mi è stato detto, esistono cieli superiori che una volta toccati sotto conta meno.

    C’è un intero universo nascosto dentro di sé, dentro ogni persona. Esplorarlo cambia la vita in modi anche inaspettati: non sempre (azzardo: quasi mai) si sa cosa si troverà, anche se magari si immagina, si intuisce; ma non lo si sa. Posso capire che questo provochi inquietudine in chi si affaccia per la prima volta sull’orlo del proprio abisso.

    Ma se dovessi tornare indietro mi getterei in quelle profondità con ancora più foga.

  • Sono proprio io

    Sono proprio io, sono qui. Sono io che sto facendo queste cose, che sto dicendo queste cose, che sto vivendo queste cose.

    A volte, d’improvviso, mi coglie questa consapevolezza improvvisa: l’avvenimento che si sta svolgendo ora, che io credevo sarebbe potuto succedere solo a qualcun altro, o solo come fantasia, sta accadendo davvero e al centro ci sono io.

    Mi succede sul lavoro, quando mi scopro a gestire responsabilità di cui non mi sarei mai creduta capace. Di colpo mi vedo sia da fuori di me sia da dentro, come succede nei sogni: sono io ma sono anche qualcun altro. E prevale l’emozione razionale di accorgermi che sono proprio io, in prima persona, e lo sto facendo, ci sto riuscendo.

    E mi succede, ma ad un livello molto più animale, più basso, viscerale, profondo, quando sto subendo una pratica BDSM. Qualcosa che non avrei mai creduto possibile, che mi afferra e mi scuote e mi smuove emozioni e sensazioni che non mi conoscevo; in mezzo a questo turbine non solo ci sono io ma ne sto anche godendo, mi sto lasciando aprire, rivoltare ed esporre fino a restare senza parole, senza fiato. Sono proprio io nel momento in cui resto senza me stessa.

  • Propositi

    Diventare ancora più consapevole di me e dei miei desideri

    Desiderare di più

    Chiedere di più

    Immergermi ancora più in profondità in me stessa, nei miei torbidi abissi, e lì galleggiare a lungo tra piacere e dolore

    È un nuovo anno e sono pronta

  • 31

    È il 31 dicembre, c’è la nebbia, ed è l’ultimo giorno dell’anno.

    Un anno così denso di cambiamenti che ci sono immersa come nella melassa e ancora non mi pare vero che sia finito, o che sia in qualche modo un passaggio. Così tanti passaggi attraversati, così importanti, così potenti, che il semplice andare dal 31 al 1 dell’anno successivo sembra quasi banale.

    Porto con me l’emozione e la fatica di un lavoro in cui sono cambiata e che mi sta cambiando profondamente, in cui sto affrontando lati di me che ho sempre evitato.

    Porto con me la felicità dell’appartenenza oltre la gelosia, le sfide, la distanza e attraverso il quckquean, i colpi, le sensazioni potenti e totali che mi sconquassano spaccano e rimontano.

    Porto con me tutto ciò che ho di più caro, e la rinnovata consapevolezza di cosa sia ciò che ho caro, che a volte anzi spesso non l’ho saputo, non ho saputo conoscere e dire i miei desideri, ed ora un po’ di più riesco a vederli, esprimerli, raggiungerli.

    In questo nuovo anno porto con me me stessa. Ed è un ottimo punto da cui iniziare un nuovo anno.

  • Darsi il permesso

    Una volta avevo bisogno che qualcun altro mi desse il permesso.

    Non per una cosa specifica: in generale. Darmi il permesso di vestirmi carina, di andare da qualche parte, di avere stima di me, di mangiare determinate cose. Non ero in grado di decidere per me stessa: mi sembrava di non averne diritto, che fare o chiedere o prendere qualcosa solo per me stessa fosse un atto di presunzione intollerabile, che mi avrebbe ascritta tra gli stronzi.

    Avere un Padrone cui delegare questa parte della gestione di me che mi era così difficile era perfetto, liberatorio, lineare, consensuale. Perché mi era anche chiaro, a livello razionale, che non era corretto che una persona dipendesse dal permesso di qualcun altro. Non siamo mica più nel medioevo; se un’amica mi diceva “il mio ragazzo non mi permette di fare x o di indossare questo” mi indignavo (e mi indigno tuttora). Quindi poter negoziare in modo consensuale questa rinuncia di autonomia era l’uovo di Colombo.

    Per fortuna, una delle cose che mi venne insegnata dal mio primo, vero, Padrone era che avevo diritto a chiedere per me. Certo quell’insegnamento trovò molta resistenza da parte mia, e tornai indietro molte volte. Uno dei problemi fu che era un circolo vizioso: accettavo quell’insegnamento perché veniva da lui; andava bene perché non ero io, ma lui, con la sua autorità, a permetterlo. Interiorizzarlo era tutto un altro paio di maniche. Quindi una volta finita la relazione D/s persi colpi. Quello che era entrato dalla porta usciva dalla finestra (per parafrasare il modo di dire).

    Oggi, dopo tanto destrutturare e scavare per scoprire le mie radici, va molto meglio: ho (quasi) imparato a capire cosa desidero e chiederlo, o cercarlo, e questo mi rende non solo una persona più completa ma anche una migliore sottomessa.

    Poi, a tratti, faccio una gran fatica: mi dibatto tra i miei desideri inespressi, la frustrazione di sentire che meriterei di più ma non sono capace di accettarlo e l’attesa che qualcun altro mi legga nel pensiero e venga a realizzare quello che nemmeno io so che vorrei.

    Per fortuna, ho un Padrone. Per tutto il resto, c’è Mastercard!

  • Il mio desiderio viene per ultimo

    A tratti, in momenti difficili, o di stress, o di eccessive richieste da parte di altre persone cui fatico a tenere testa (ad esempio mia madre), insomma nei momenti di fatica, torna in me molto forte una sensazione viscerale, netta, con i contorni dell’assoluto, che si presenta alla mia mente come l’Unica Vera Verità: non ho diritto di desiderare, di chiedere. 

    L’unica cosa che mi è concessa è stare zitta e sperare, anelare, pregare perché il mio desiderio inespresso, o meglio che non può essere espresso, combaci con quello della persona di fronte e venga così soddisfatto – non perché l’ho chiesto io ma perché lo ha voluto l’altro, che è colui che può decidere. 

    In passato, senza capirlo bene, ho provato a traslare questo istinto nel BDSM dove ha acquistato un senso, una dignità, un riconoscimento, un onore. La schiava senza desideri propri è un’ottima schiava (dicono. Credo. Mi sono convinta). Ma in realtà è solo un modo orribile di stare, per me, perché si risolve in un labirinto senza uscita in cui mi dibatto: non una scelta ma un obbligo ontologico.

    Se fosse un kink vissuto consapevolmente, che avessi negoziato, andrebbe bene; se fosse una reale responsabilità che mi prendo e che propongo all’altro, perché possa assumerla con pieno e chiaro consenso, andrebbe bene. Ma è invece un istinto primordiale, un tracciato che è stato inciso in me da piccola, che percorro come se non ci fosse un’altra via. Che ho infilato subdolamente e inconsapevolmente nelle maglie delle mie relazioni, senza chiarezza, covando risentimento se l’altro non si prendeva quella maledetta responsabilità di soddisfarmi, di leggermi nella mente e fare quello che vorrei ma che non posso dire che vorrei. 

    Un poco alla volta questo labirinto è venuto alla luce. Ho alzato gli occhi e mi sono accorta di essere sia la scienziata che il topo. Ho capito che non c’era nessuna necessità superna che mi obbligasse a dibattermi in questo dilemma. Ho compreso anche, dolorosamente, che era una terribile red flag che sventolavo. 

    Nei momenti di fatica ancora ci ricado, il solco è così profondo. Ma il senso di liberazione, di sollievo, anche di gioia che provo quando infine riesco a divincolarmi da queste pastoie mentali e ad esprimermi, a dire: io desidero, io vorrei, io preferisco; ecco, in quel momento torno a respirare. Non è qualcosa che faccio per qualcun altro, né un’attesa di qualcun altro che venga a salvarmi.

    Mi salvo da sola, un faticoso ma fondamentale passo alla volta.

  • Quarantenne

    Leggo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto. 

    All’inizio del libro, il protagonista giovane, bello e criminale ha fatto un’arte di sedurre le quarantenni per approfittarsi del loro denaro, o meglio di quello del loro marito ignaro. 

    Mi rendo conto d’improvviso che parla delle “quarantenni” come di una specifica categoria di donne le cui peculiari caratteristiche non vengono esplicitate ma sono autoevidenti: già solo dire “quarantenni” le inquadra molto bene, le rende riconoscibili: annoiate, parcheggiate in un matrimonio di comodo, ma estremamente vogliose e desiderose di andare a letto con un ventenne aitante. 

    Leggo e realizzo: io sono una quarantenne. 

    Di colpo questa categoria di cui leggo mi appartiene: parlano di me. O meglio, non proprio di me: di una generalizzazione in cui rientro, a nessun altro titolo se non l’età. 

    Faccio parte davvero di questa categorizzazione? Non quella anagrafica cui per forza di cose appartengo, s’intende, ma quella implicita. Corrispondo a questo stereotipo? 

    (Spoiler: no)

    E’ sempre curioso accorgersi di rientrare in una categoria stereotipata. Si pensa sempre che i modelli siano applicabili agli altri, una cosa in cui incasellare le altre persone, non se stessi: noi siamo sempre unici e distinguibili, ai nostri propri occhi, poiché conosciamo tutte le infinite sfaccettature che ci caratterizzano e che impediscono le generalizzazioni. Eppure, per gli altri non abbiamo la medesima empatia. Così, trovo divertente accorgermi di rientrare, ad occhi altrui, in un modello, solo sulla base dell’età, che si porta dietro altre caratteristiche. E’ sempre interessante riuscire a guardarsi da fuori. 

  • Non importa

    È quello che dico quando qualcosa mi ferisce, o quando desidero qualcosa che non posso avere, o quando qualcosa che mi aspettavo (da qualcun altro o da me stessa) non avviene.

    Non importa.

    Quando me lo dico, è un segnale che quella cosa, invece, importa. Spesso importa molto. Ma accettare la ferita è talmente doloroso che preferisco chiudere me stessa ad ogni sensazione, diventare di sasso, insensibile (credere di riuscirci) e sostenere che non importa, non era importante, anzi, non me ne è mai importato nulla fin dall’inizio, figuriamoci.

    Sono così abituata a lasciare da parte cose cui tengo fingendo indifferenza che è diventato un automatismo; fatico a ridestarmi da quel torpore. Di contro, mi attivo su cose che non hanno valore per me (magari perché lo hanno per qualcun altro) e la confusione che ne deriva mi lascia attonita e arrabbiata senza capirne la causa.

    Mi piacerebbe imparare a capire cosa davvero non importa. Cosa posso serenamente lasciare andare, su cosa posso non preoccuparmi, a cosa posso dire di no con un’alzata di spalle. Capire cosa è importante ha questa preziosa controparte: capire cosa non lo è.

    Mi piacerebbe imparare a dire: mi importa.