subservientspace

for this is what I feel

Tag: consapevolezza

  • And then the world made sense

    Su FetLife seguo e leggo un’autrice molto brava, AncillaL. E’ una masochista piuttosto estrema, quindi spesso mi succede di trovare i suoi scritti un po’ eccessivi per i miei gusti. Ma ehi, your kink is not my kink but your kink is ok. Al di là delle pratiche, tuttavia, scrive molto bene (in inglese) ed esprime emozioni in cui mi rispecchio, o che mi fanno riflettere. 

    Ho letto di recente un suo testo intitolato “It always feels like the first time” dove dice che sa di avere sempre desiderato quelle cose, fin da piccola: la violenza, l’essere colpita, battuta, il sesso brutale; e che la cosa più sconvolgente, una volta provato, era stata che “it made the whole world make sense”: aveva dato un senso a tutto. 

    Anche per me è stato così: la prima volta che ho provato il BDSM ho pensato: non devo più stare a dieta. Che per me era rivoluzionario: non devo più inseguire un benessere: è qui. Non devo più cercare di andare bene: è già così. Mi è stato chiesto “Come ti senti?” Ed ho risposto – per la prima volta, allora, spontaneamente, perché sentivo che era quella la risposta giusta, e da lì in poi ho sempre risposto così a questa domanda in quel contesto – “Mi sento al mio posto”. 

    Ed era così. Improvvisamente il mondo aveva un senso. 

    Tutto era andato al suo posto, me compresa. Tutto andava bene, tutto sarebbe andato bene: ero pacificata, allineata con l’universo. 

    Nel tempo, sono cambiata io e sono cambiati i dominanti con cui sono entrata in relazione, e le cose non sono sempre state così lisce (mi sono anche rimessa a dieta), ma quella sensazione di senso non ha mai smesso di essere vera. Ho sempre ritrovato il senso di me stessa e del mondo nell’essere sottomessa, a terra, battuta, umiliata, costretta, aperta, denudata. 

    Quello che ricevo in quei momenti è molto di più di quello che appare: recupero la pienezza di me, la serenità del tutto, la pace di un universo colmo di significato.

  • Passiva

    Credevo che essere sottomessa significasse essere passiva, ma non è (necessariamente) così.

    Solo ora che ho acquisito maggiore consapevolezza capisco certi miei meccanismi – ed incidentalmente mi stupisco di quanto si possa sempre accrescere la propria consapevolezza! Ero sicura di essere una persona molto consapevole di sé: mi interrogo e mi esploro da sempre e mi sono messa in discussione innumerevoli volte, e in effetti ero e sono sempre stata una persona consapevole di me; eppure non c’è limite a questo tipo di crescita. Continuo a trovare nuovi lati, nuove sfaccettature, nuove verità, e quelle di prima non erano meno vere. E’ un costante ampliarsi dell’orizzonte: in ogni momento della mia vita ho la consapevolezza che riesco a gestire in quel momento.

    Ed ecco che ora vedo come il mio concetto di sottomissione rasentasse la totale passività: non avere desideri propri, non avere richieste, lasciarmi trascinare, accogliere mollemente qualunque richiesta, diventare l’immagine che l’Altro aveva di me. Salvo poi sentirmi inadeguata perché non riuscivo ad essere soddisfatta unicamente in quell’essere passiva.
    Penso che possa anche essere una modalità valida di sottomissione; purché se ne abbia (appunto) consapevolezza e corrisponda a ciò che entrambi desiderano. Per me, non era del tutto così: pensavo fosse ciò che “era giusto” fare.

    Nel tempo il mio spirito si è rivolto ad una sottomissione più… attiva, direi. Una in cui darmi voce, in cui desiderare; in cui non riversare tutta la mia realizzazione nelle braccia dell’Altro, ma prendendomene carico e responsabilità. Una sottomissione in cui esprimere attivamente, consapevolmente la mia passività, la mia ricettività.
    In questo modo sto scoprendo che i miei desideri si realizzano prima e meglio. Ma innanzitutto ho dovuto capire di averli, quei desideri, e poi permettermi di esternarli.

    Nessuno mai me lo ha impedito, se non me stessa.

  • Corde

    Faccio fatica a lasciare andare il controllo, in generale; facendo corde, all’inizio sono tesa, ho sempre paura che succeda qualcosa, che ci sia un incidente, che mi faccia male, o di restare bloccata.

    Poi però la scomodità, il dolore, la costrizione, l’umiliazione mi portano via, portano via i pensieri. Mi fido e mi affido a chi mi mette in predicament.

    Una volta le corde non erano nelle mie corde (ah ah): venire legata era un esercizio che non mi diceva niente, non mi dava niente. La mia esperienza si limitava ad essere insalamata e sospesa per brevi momenti a qualche play party, per l’estetica della cosa, o su invito, ma senza un reale interesse da parte mia.
    Invece, poi, ho scoperto che potevano essere dolorose, costrittive in un modo che non credevo. Pensavo che si trattasse solo di estetica, di un esercizio di bravura del rigger. O di non essere io adatta perché poco atletica.

    Invece no: comunicano. Riesco a sentire attraverso le corde; certo ho imparato ad ascoltarle, e ho incontrato chi ha saputo usarle per trasmettermi qualcosa di significativo. Sicuramente, ho imparato a chiederle: ora le approccio in modo consapevole e dunque io stessa riesco a trasmettere quello che sento, poiché ora lo sento, mentre prima restavo indifferente.

  • Significati

    Quello che viviamo anche se apparentemente è simile o uguale a ciò che fanno altri, in realtà è unico, perché ognuna di noi dà alle pratiche, ai gesti, ai toni, alle parole significati differenti. Ne dà un significato che appartiene al proprio sentire, a ciò che abbiamo dentro, al modo in cui quella pratica risuona dentro di noi. Ed essendo diverse, risuonano in modo diverso, hanno ritorni differenti, ci riempiono in modi specifici.

    Quello che si vede è solo la superficie delle cose. Come posso sapere, io, cosa richiama in te quel gesto, quello sguardo, quello schiaffo? Cosa fa risalire dal tuo profondo? So cosa fa risalire dal mio, e a volte nemmeno questo: intuisco, o lo so solo una volta che è risalito e che è qui. Ma le mie profondità sono differenti dalle tue, e non c’è gerarchia di merito: sono luoghi differenti, con le proprie ombre, i propri riflessi sommersi.

    Il gioco allora è così profondamente diverso anche se così apparentemente uguale, e una volta di più si conferma non essere semplicemente “un gioco”. Credere di stare facendo le stesse cose è un’illusione; proiettare sull’altra i propri significati è umano ma è anche folle. Fossimo anche gemelle non saremmo la stessa persona – e non lo siamo.

    Così come lei è “l’altra” per me, io lo sono per lei.
    Ciò che per lei è un highlight, per me magari non lo è.
    Magari io scrivo dando risalto a un aspetto e tralasciandone un altro che invece per lei sarebbe stato molto più importante. Vuol dire che sbaglio? che sono antipatica? nulla di tutto ciò: è solo che ciò che accade mi parla in un modo diverso rispetto a come parla a lei. O a chiunque.

    Troviamo significative cose diverse, o alla stessa cosa diamo significati differenti. E’ fondamentale per me restare empatica soprattutto per comprendere queste sfumature, per non farmi accecare dal MIO significato: restare aperta a comprendere che vi sono infiniti significati, nelle pratiche bdsm: perché ognuno le riempie della propria storia, della propria sensibilità, dei propri desideri. Pensare che il mio modo di vedere le cose sia assoluto, sempre condiviso, accessibile a tutti, è illusorio. Sono felice se quando scrivo le mie riflessioni vengono condivise; ma so che il mio sentire non sarà mai sovrapponibile al 100% a quello di qualcun altro. Allo stesso modo anche io leggo nelle cose altrui un mio significato, e magari le cose mi sembrano diverse rispetto a come sono per chi le sta vivendo. Perché a me dicono cose diverse.

    Penso a quelle sottomesse che non sono masochiste, e subiscono ugualmente i colpi del proprio Dominante sadico perché il piacere che ne traggono non è nel dolore, ma nella sottomissione stessa. Se le vedo subire sorrido e mi si increspa la pelle al pensiero di quel piacevole dolore. Ma è il mio significato che vedo: per loro è diverso – ed altrettanto valido e piacevole, ma in modo differente.

    In questa danza dei significati, amo immergermi nel mio e osservare e conoscere quello altri, per arricchirmi e mantenermi ricettiva a nuove possibilità, nuovi mondi, e, cosa più importante, all’altro da me.

  • Service top

    In nessun modo e in nessun caso mi identifico neanche lontanamente come Dominante. Non è nelle mie corde, non lo sento, non lo erotizzo, non sono io.
    Ho scoperto però che c’è un caso in cui posso stare sopra e in effetti mi va.
    Nel tempo ho imparato a comprendere meglio le sfumature tra sub, Dom, bottom, Top, e come queste non si escludano per forza a vicenda le une con le altre, né che vadano in coppie obbligatorie. Il mio primo Padrone era masochista ed ammetto che era una cosa che mi lasciava stupefatta: pensavo che un masochista per forza di cose (ma quali?) dovesse essere sottomesso, perché nella mia ottica subiva. Da quella visione sono cresciuta, ma potrei dire di avere davvero capito adesso che l’ho provato in prima persona.

    Sapendo che Gram ama il trampling, e desiderosa di ringraziarlo per l’esperienza col fuoco, mi dico disponibile a farlo. A me non lo aveva chiesto, in realtà: lo ha chiesto ad Achatina e ad altre; a posteriori rifletto che probabilmente sono troppo leggera per i suoi gusti. In ogni caso accetta, e dopo il fire play ci spostiamo in fondo al parco del Certe Notti, vicino alle tende. Andando, parliamo di cosa andremo a fare: gli spiego che ho le ossa fragili e dice che allora non mi solleverà (e scopro che quello che fa è molto più acrobatico ed intenso di quanto pensassi); mi dice che posso camminargli addosso come mi pare, ma che se gli metterò un piede sulle labbra lo bacerà. Mi piace la franchezza e la tranquillità con cui negoziamo.

    Sono divertita e leggermente inquieta: lo faccio perché piace a lui, non perché ne tragga piacere io, e per questo in qualche modo mi sento una traditrice, una falsa, una usurpatrice del ruolo di Domme, perché faccio una cosa che dovrebbe darmi piacere e invece no. Mi sembra di rubare qualcosa, e di ingannarlo. E’ una sensazione che non capisco bene; così la esploro.

    Mi aggrappo al supporto dato dalla balaustra di uno dei bungalow mentre lui si stende a terra lì accanto e gli salgo sopra, a piedi nudi. Mi bilancio. Provo. Cammino lentamente avanti e indietro, partendo dalla pancia giù fino ai piedi e poi indietro fino sulle mani. Ho paura di fargli male ma mi incoraggia, così gli salgo sulla faccia. Lui è abbandonato a terra, le braccia dietro la testa, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa. Lo guardo. Lo guardo per vedere dove metto i piedi e per non cadere, ma un poco alla volta inizio a guardarlo perché è bello vederlo così compreso. E’ nel suo. Forse sono leggera, ma quello che faccio gli piace, e lo sento anche sotto i piedi quando gli cammino sull’inguine. Sorrido e mi accorgo che quello che sto facendo mi piace, anche se non sono Dominante né niente del genere.

    Ed ecco che focalizzo la sensazione: non sto fingendo, non sto usurpando niente. Io resto sottomessa, e lui Dominante, anche se sono io sopra di lui a calpestarlo. In questo momento, sto facendo una delle cose che mi piacciono di più: servire. Sono perfettamente in ruolo, non sono disallineata come credevo. La sensazione di falsità svanisce. Sto servendo come top: una service top. Non traggo piacere dall’atto in sé, ma dal vedere che viene apprezzato.

    Mi godo la sensazione e l’esperienza; lo calpesto per un po’, non so bene per quanto tempo, poi scendo e ci abbracciamo e rientriamo. E’ rilassato e contento, e anche io. Ho compreso una sfaccettatura ulteriore di me e sono grata per questa scoperta.

  • Se non è assoluto non è abbastanza

    Ma quando è stato che sono stata convinta di questo? Come è successo, chi è stato, cosa è accaduto perché venissi convinta di questo? Da dove ho tratto questa profondissima, innestata convinzione che debba essere sempre o tutto o nulla, o bianco o nero, o perfetto o lo schifo? In ogni cosa, s’intende: dal bucato allo studio alla cucina al lavoro al BDSM.

    E com’è poi accaduto che, sulla base di questa convinzione e dell’assoluto terrore di sbagliare che mi incuteva, io non sia affatto divenuta una perfezionista nevrotica, ma un’evitante ansiosa? Come mi sono sviluppata con la fuga come primo istinto, tanto era il panico che mi saliva a dover sostenere una qualsivoglia performance, che fosse effettivamente tale o meno?

    Ho creduto di dover essere perfetta, ma ho anche fin da subito capito che era impossibile; così, ho spesso deciso di rinunciare in partenza, per evitare il dolore del fallimento. Oppure mi sono spesa oltre ciò che era sano per me, fuggendo e rientrando, dibattendomi tra l’angoscia di non fare abbastanza bene e la tensione a fare tutto perfetto.

    Ancora oggi se sento di non stare dando tutto mi sento cattiva, sbagliata, inadeguata, immeritevole. Poco conta che chi mi sta intorno mi rassicuri che non è affatto così, che ciò che dò non solo è abbastanza ma è molto e che soprattutto è apprezzato e accolto con gioia e gratitudine.

    Ma c’è anche un altro aspetto: quando mi lascio trascinare da questo senso di “fare tutto” e riesco in effetti a fare tanto, a volte volo in un senso di onnipotenza e invincibilità. Perché credere di stare riuscendo a dare tutto, a fare tutto, di essere perfetta, è una sensazione che dà alla testa e dà dipendenza. Per quanto abbia enormi bassi, i suoi alti mi drogano, mi esaltano e mi fanno ancora più convinta che sia giusto così, che sia come dovrebbe essere. La caduta è dietro l’angolo: non appena questa esaltazione e questa tirata di lavoro, impegno, tensione mentale diventano insostenibili – e lo diventano, perché non è uno stato sano né sostenibile sul lungo periodo. E in questa caduta mi sento ancora più sbagliata perché non riesco a sostenere questo fare tutto sempre.

    Ma poi: questo “tutto” che dovrei fare, chi decide cosa sia? Il mio giudice interiore non credo ne abbia un’idea oggettiva, in realtà. La sua definizione è: una spanna in più di quello che fai, a prescindere. Per questo non è mai abbastanza, e quel tutto rimane irraggiungibile.

    Una cosa importante che ho capito è che questo pensiero è ciò che più di ogni altra cosa mi rende difficoltoso impostare dei limiti, quei famosi boundaries che non sono solo cosa non voglio fare ma anche di cosa ho bisogno per stare bene. Perché se metto dei limiti vuol dire che non sono disposta in partenza a dare tutto: sto appunto dicendo che arrivo fino lì, che ho delle condizioni, delle necessità mie e che non sono disposta a calpestarle per le richieste altrui. Nella mia mente contorta, per quanto razionalmente sappia quanto sono importanti tali limiti, mi sento immediatamente inadeguata per il solo fatto di averli: colpevole, difettosa, pigra.

    Per questo è una lotta costante per proteggermi da me stessa e dalle mie stesse convinzioni interiorizzate, che mi rendono vulnerabile e insicura, ancora troppo pronta a cedere sul mio benessere pur di sentirmi brava, sentirmi accettata, sentirmi abbastanza.

  • Tutto quello

    Tutto quello che mi è stato dato
    tutte le cose che ho imparato
    tutto quello che porto con me 
    o che ho portato 
    non lo ho dimenticato 
    non lo ho perduto 
    Alcune cose ho capito che non facevano più parte di me e le ho lasciate 
    sono state utili quando le ho ricevute e le ho usate e mi ci sono aggrappata e talvolta mi hanno salvata 
    ma poi sono cresciuta e ho capito di poterle lasciare andare 
    a volte sono diventate limitazioni 
    a volte ho faticato a separarmene 
    ma quello che mi è stato dato 
    mi è stato dato come dono e non come fardello 

    Più di ogni altra cosa 
    tutto quello che ho ricevuto l’ho ricevuto con gratitudine 
    e con gratitudine, se anche non lo porto più con me, lo ricordo 
    e così continuo 
    con gratitudine 
    ad accogliere e portare ciò che mi viene donato in questo cammino

  • Ubbidire

    Se lo chiedi a me, ti dico che ubbidire è bello.

    Ma bisogna volere bene a chi ti dà gli ordini, volere il suo bene; altrimenti non funziona.

    E anche viceversa: è necessario che chi dà ordini ti voglia bene.

    E ancora di più: bisogna sapere che chi ti dà gli ordini ti vuole bene, esserne consapevoli sempre, e fargli sentire che nell’obbedienza gli vuoi bene.

  • Inner Domme

    Dentro di me, ad aiutarmi e guidarmi, ho una Mistress interiore. 

    Certo io non sono per niente dominante, non ho velleità di dominazione su nessuno, eccetera. Al contrario: mi piace affidarmi ad un Dominante, farmi guidare, farmi dare ordini, servire. Nel tempo però questo affidamento si è molto ritratto. Sono cambiata e in qualche modo, anche se mi attira, non mi va più; soprattutto non accetto più da me stessa di deresponsabilizzarmi mollando tutta la patata bollente della relazione al Dom (cosa non molto corretta, peraltro). Quindi, sono diventata refrattaria anche nell’accettare regole e indicazioni nella mia vita quotidiana. Mi piacerebbero, poi però storco il naso. Perché ho imparato che le regole imposte funzionano davvero solo se vengono anche interiorizzate: se restano solo un input esterno, perdono efficacia al variare della relazione, o ad un certo punto vengono vissute con insofferenza. 

    Però in qualche modo ho bisogno di una guida, e un metodo che ho trovato è visualizzare quella parte di me che è responsabile, forte, attenta, che prende decisioni sane e funzionali, che dirige la mia vita in una direzione stabile. E’ la mia Mistress interiore. 

    Sono sempre io. Però Domme. 

    E’ una Miss esigente ma comprensiva, forte ma compassionevole; vuole il mio bene e anche il mio miglioramento, come è giusto che sia in una relazione D/s. 

    Talvolta, quando mi sento stanca o se ho troppi pensieri intrusivi, ricorro a questa figura immaginaria. Prende corpo accanto a me e mi aiuta, mi sprona, mi accudisce. Mi insulta, anche, un po’. Ma con affetto.

    Secondo l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) anche i meccanismi disfunzionali appresi e le voci interiori critiche sono nati nella psiche per proteggere, per aiutare, con lo scopo di sopravvivere nel modo migliore possibile. Poi crescendo diventano spesso poco sani e tocca imparare a gestirsi diversamente. Ma in base al principio che tutto in me in realtà cerca di aiutarmi (anche ciò che mi fa male) ho deciso di dargli corpo, di visualizzarlo in questo modo. Non sento voci né penso che sia reale; è un modo di fare pace con me stessa, di rendermi mia alleata.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.