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Tag: crescita

  • The only way out is through

    Una cosa che ho imparato è che per affrontare e superare i momenti difficili, le sfide, le emozioni laceranti, l’unica via per uscirne è passarci attraverso.

    Più cerco di scansare o evitare il dolore, più questo mi divora le viscere e non mi lascia riposare. Macino stronzate sui social fino ad avere male al pollice per troppo scroll, mangio porcherie fino ad avere mal di pancia, ascolto podcast fino a non distinguere più una parola, eppure quel dolore è sempre lì. Allora l’unica via è immergermici: prendere un gran respiro e andare, buttarmi di sotto e sperare di uscire dall’altra parte. E poi, dopo avere saltato, quando ci sono in mezzo, tutto è molto più gestibile di quanto non avessi pensato prima.

    Perché il vero coraggio non è l’assenza di paura ma agire nonostante la paura. Agire alla faccia della paura, dell’ansia, del senso di non farcela.

    Sono molto più forte di quanto creda.

    E se qualcuno ha sperato che non lo fossi, mi ha quasi convinta, ma si è sbagliato.

  • Da capo

    Si riparte dalle basi e si torna sui propri passi, per ripercorrerli con occhi nuovi.

    Non posso e non voglio pensare di essere arrivata, di sapere già. L’esplorazione non ha confini, ciò che credo di sapere posso impararlo di nuovo in modo diverso, con significati ulteriori che adesso posso comprendere.

    Ora è il momento della riflessione e dello studio. Per una relazione ci sarà tempo, o forse no; ma riparto dall’unico posto possibile: da me.

  • Purpose

    Una relazione D/s mi dà scopo.

    Uno scopo immediato, potente, pervasivo. Fare le cose per lui, dedicare il mio tempo e la mia persona a lui, a soddisfare i suoi desideri, le sue richieste. Orientare i pensieri verso di lui, organizzarmi intorno alle sue necessità. Metterlo al centro.

    Andare ad un evento con il Padrone mi fa sentire tranquilla perché ho uno scopo preciso: stare con lui. Seguirlo, servirlo. Essere presente per lui. Venire riconosciuta per essere sua.

    Se sono sola, senza un D/s, mi sento un po’ persa; mi ritrovo senza quello scopo.

    E però è uno scopo estroflesso. Potente, pervasivo perché emotivamente carico, connesso con le mie viscere e il senso di appartenenza che sento così profondamente in me. Ma estroflesso. Per questo è facile: non mi richiede che l’impegno pratico di attualizzarlo. Non mi richiede decisione. Non mi richiede responsabilità. (O meglio: mi illudo che non mi richieda responsabilità.) Non una personale: la semplice responsabilità di portare a termine il compito al meglio è tranquilla, esterna. La decisione sul cosa resta a lui, a me attiene solo il come.

    Ma appena viene a mancare questo scopo esterno, resto come imbambolata. E adesso? Chi sono io, ora che non ho nulla da fare, nessuno per cui farla?

    Allora ecco: mi serve uno scopo introflesso. Uno scopo mio. Uno scopo mio che non sia solo trovare qualcuno che me ne dia uno.

    Questo è il mio scopo ora: capirmi.

  • Domande

    Adesso ho più domande che risposte. Più riflessioni che azioni.

    Ogni tanto (ogni volta che serve, e si capisce quando serve, se ci si ascolta) mi faccio delle domande: su chi sono, cosa faccio, perché desidero quello che desidero, cosa mi ha portato ad essere chi sono.

    Posso migliorare? Il miglioramento cui penso è qualcosa che mi appartiene, che desidero io, o che mi viene stimolato da fuori? Ma anche: questo stimolo esterno è motivato, sensato, fruttuoso, coerente? O è forzato, peloso, manipolatorio, inadatto? E’ un input che mi invia l’universo per sospingermi perlomeno a riflettere? Questo sicuro. Sta a me comprenderlo e farlo mio o lasciarlo andare.

    Leggo, studio, mi confronto con altre persone, provo a cercare punti di vista differenti, idee, suggerimenti, indicazioni, esperienze altrui da cui imparare. Cerco di uscire dalla mia bolla.

    In questa apertura succede che arrivi quella sensazione: un improvviso vuoto allo stomaco, il cuore che salta, la bocca si apre e gli occhi si spalancano: è il riconoscimento. Una cosa che ho visto, letto, sentito è arrivata. Ha colto nel segno dentro di me, l’ho riconosciuta per vera, è qualcosa che mi serve, che devo raccogliere e curare, approfondire: mi cambierà. E’ una chiave di lettura, un chiarimento su me stessa, sulle mie motivazioni, sui miei reconditi meccanismi, sulle mie emozioni.

    Di colpo torno attiva, mi smuovo se ero ferma, mi rassereno se ero cupa: ho ritrovato la via. E si va.

  • Covert contract

    In auto voglio stare io seduta dietro. E’ una cosa che mi piace, mi fa sentire “piccola”, inferiore, mi conferma e mi rassicura nel mio ruolo di sottomessa.

    Non me lo chiede nessuno: lei fila diritta al posto davanti, tu alla guida. Io mi siedo dietro con uno strano senso di straniamento: ho ottenuto quello che volevo, ma in qualche modo mi sento scontenta che non sia stato detto, che non mi sia stato chiesto. Mi sento a disagio soprattutto perché mi rendo conto che non ho nulla di cui lamentarmi.

    Il giorno dopo, ripensandoci, capisco: non c’è niente di negoziato, niente di esplicito. Quello che sto agendo è un covert contract. Ho deciso da sola che se A allora B, ma non è stato realmente negoziato ed esplicitato. In molti sensi, è ingiusto: proietto le mie aspettative, le mie fantasie, senza che l’altro ne sia al corrente, e mi risento persino se vengono disattese.

    Faccio la schiava, mi mortifico e mi sacrifico nel servizio, ma faccio tutto da sola: non me lo stai chiedendo, non ne abbiamo parlato. Faccio una cosa che spero abbia valore per te (la spesa, la lavatrice…) e me ne sei riconoscente, ma non ne ricevo il ritorno che vorrei; non solo: non ne ricavo il piacere che vorrei. Perché non è un tuo ordine, ma una mia iniziativa: l’intero presupposto del servizio crolla miseramente come il castello di carte che è.

    Tanto varrebbe masturbarmi. E’ un po’ così: il mio servizio è una masturbazione. Tu non hai nessuna richiesta, nessuna pretesa, niente ordini, niente protocolli, niente di niente. Il che non è sbagliato, di per sé, e sicuramente non mi hai mai illusa a riguardo. Ma se io mi aspetto il protocollo perché secondo me il rapporto D/s implica il protocollo, sto forzando su di te un covert contract. Sto inventando un patto che non c’è, perché non è negoziato, non è concordato. Per quanto labile, è una violazione del consenso.

    Tutto questo mi riporta alla mia incapacità di comunicare chiaramente desideri e necessità; mi aspetto ancora che il Padrone sia in grado di leggermi nella mente, che esista una regola condivisa per cui “le cose si fanno così”, che insomma io non sia costretta ad aprire la bocca e parlare, esprimermi, presentare me stessa e i miei bisogni.

    Mi pare di essere così egoista a chiedere, ma non sono forse più egoista a non chiedere ed aspettarmi comunque il risultato che voglio?

    Mi resta addosso la malinconia della consapevolezza che non è realistica la fantasia di un Padrone onnisciente, in grado di leggermi senza difficoltà, capace di colmare quei vuoti che io stessa non so comprendere e dedicato a realizzare ogni mio più recondito desiderio senza la vergogna di doverlo dire ad alta voce. E anche il dispiacere di avere proiettato tutto questo senza chiarezza.

  • Un’altra me

    Quante incarnazioni ho avuto finora? Innumerevoli.

    Eppure sono sempre me stessa e come tale mi riconosco. Ma non sono coerente con la me di tempo fa. Certo: nei valori, lo sono; ma nelle pratiche? nelle preferenze? nei gusti?

    Ricordo che da bambina mi faceva schifo la rucola. Che fino ai trent’anni non sopportavo una salsa tipica delle mie parti. Che ero decisamente ostile agli aghi. Che mai avrei accettato pratiche degradanti come il rimming.

    E invece.

    Quindi ora sono curiosa: chi sarò da oggi in poi? Quale altra incarnazione avrò? Cosa scoprirò che mi piace, cosa sperimenterò?

    Il mio timore di essere arrivata, di avere ormai capito o provato tutto, di non avere sorprese è stato sempre smentito. Non vedo l’ora che lo sia di nuovo.

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Munch

    La prima volta, ero stata ad un munch. Non si chiamava così, allora, ma veniva chiamato “aperello”, con una traduzione appropriata e milanese del termine inglese che poi è diventato comune anche qui.

    Un incontro informale, un modo per conoscersi e riconoscersi tra persone attratte dal BDSM o già praticanti. Era stato interessante allora, mi aveva portata sulla strada per realizzare le mie fantasie; ed è ancora interessante andare ad un munch, anche dopo tanti anni, perché è sempre fondamentale incontrare le persone dal vivo, insieme, al sicuro in un locale pubblico, con la serenità e la complicità della condivisione.

    Ai munch di solito il cibo è buono, la birra anche, ma è la compagnia che fa la differenza.

    Chiacchiere, risate, scambi di esperienze: così diversi gli uni dagli altri ma accomunati da uno stesso sentire. Un sentire che si declina in infinite sfaccettature e inclinazioni, ma che ci porta tutti insieme a raccontarci, ad avvicinarci per conoscere noi stessi e gli altri.

    Si impara sempre qualcosa, si scambia sempre qualcosa. Si esce sempre un poco cresciuti, o se non altro con una bella serata alle spalle, un senso di non essere soli, di partecipare di una comunità che per quanto frammentata esiste ed accoglie.

  • Brava

    Da sub orientata al servizio, amo fare le cose per sentirmi dire “brava”. Per ricevere una pacca sulla testa e il riconoscimento di avere servito bene.

    Parte della mia educazione, però, nel tempo, sì è rivolta ad insegnarmi ad essere autonoma, perché questo orientamento al servizio strabordava in ogni aspetto della mia vita; mi è stato allora insegnato a fare anche ciò che piace a me, non solo ciò che piace agli altri. È stato proprio il Padrone a volermi educare a questo, perché avessi maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità, e rispetto per i miei desideri e i miei limiti.

    Così è successo che ho imparato ad agire in modo libero, senza aspettare o ricercare l’approvazione altrui, a fare a meno di sentirmi dire “brava”… per potermi sentir dire “brava” perché so farne a meno.

    Un po’ contorto.

    Forse, vale quel detto per cui non puoi insegnare un nuovo trucco a un vecchio cane. Ma anche, mi serve quel momento di riposo, di validazione esterna: ce la faccio, tengo duro, sono autonoma, ma ogni tanto ho bisogno di sapere anche dall’esterno che vado bene; di uscire da me stessa e dal farmi forza da sola, per accoccolarmi ai piedi di un “brava”.

  • Propositi

    Diventare ancora più consapevole di me e dei miei desideri

    Desiderare di più

    Chiedere di più

    Immergermi ancora più in profondità in me stessa, nei miei torbidi abissi, e lì galleggiare a lungo tra piacere e dolore

    È un nuovo anno e sono pronta