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Tag: fatica

  • Da sola, ogni volta

    La fatica che faccio a chiedere aiuto, a chiedere supporto, a chiedere. Ogni volta il mio primo istinto è pensare di essere sola, di dovermerla cavare da sola, anche perché se non ce la faccio da sola vuol dire che sono incapace, indegna.

    A volte sono sola davvero.

    La sensazione allora è che tutto sia sulle mie spalle, l’intero peso del mondo, dalla cosa più piccola alla più grande. Mi sento schiacciare e vorrei solo fuggire, arrabbiata, con un senso tranciante di ingiustizia. È ingiusto che si pretenda questo da me: non sono in grado, non vedete?! lo fate apposta per deridermi, per vedermi fallire!

    Ma non c’è davvero nessuno a caricarmi di quel peso, sono solo sensazioni. Che con fatica imparo a scrollarmi di dosso, insieme a quel carico immaginario.
    Un poco lascio andare, un poco mi impegno e porto a termine. Se riesco da sola mi sento potente.

    Il punto allora è non lasciarmi trasportare dalle convinzioni della mia mente, dai suoi inganni: trovarmi da sola non è una conferma delle mie peggiori paure, è solo una circostanza; farcela non è la riprova della mia onnipotente autarchia, ma solo un effetto.

    Navigo a vista in queste acque profonde e imprevedibili che sono la mia mente; un poco alla volta cresco, sbaglio, imparo.

  • Il valore di quello che hai già

    Me lo spiega così il responsabile acquisti che ha bisogno di un’estrazione di dati del magazzino: se ha già in magazzino le quantità necessarie di quello che dovrà spedire ai clienti entro il mese, qual è il valore di quella merce? Quanto vale quello che hai già?

    Per un attimo mi sospendo. Un pensiero mi attraversa. Mentre mi riprendo e mi metto a spiegargli come estrarre quel dato nel programma, lascio che quel pensiero mi galleggi nel fondo della mente, aspetto che sedimenti.

    Qual è il valore di quello che ho già? Conosco davvero le mie giacenze? Sono consapevole di ciò che ho – e non dico solo le cose materiali, naturalmente, e nemmeno solo le relazioni che ho in essere. Ma le mie risorse, le mie capacità, i miei pregi (ma anche i difetti), le cose piccole ma buone, le nozioni che ho imparato, le memorie che conservo, i pensieri che penso. Tutte queste cose, che indubbiamente mi appartengono, hanno valore, anche se spesso non ci penso, o finisco per focalizzarmi invece su ciò che mi manca, su quello che dovrò acquisire o che penso mi sarebbe necessario.

    Ma io ho già delle cose. E per averle le ho pagate, con la fatica e il sudore e le lacrime, anche, talvolta. Qual è il valore di quello che ho già, per me? A questo voglio pensare. È questo un dato che desidero estrarre da me, perché mi è importante e utile conoscerlo.

    Perché quel valore esiste ed è più alto di quello che penso.

  • Vedere l’arcobaleno

    Anche nelle avversità, nello stress, nelle giornate di merda, nel casino, nel disagio, ho scoperto che è sempre possibile apprezzare le cose belle, i piccoli doni, le piccole gioie.

    È sempre possibile imparare ad alzare il viso nella pioggia per vedere l’arcobaleno durante il temporale.

    Il masochismo purtroppo non salva dal fastidio del quotidiano. Ma mi ha mostrato una via nascosta capace di tramutare il dolore, se non in piacere, in qualcos’altro. In una possibilità segreta.

    In un mondo in cui piove fin troppo spesso, la meraviglia dell’arcobaleno mi colma sempre di gioia.

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Se non è assoluto non è abbastanza

    Ma quando è stato che sono stata convinta di questo? Come è successo, chi è stato, cosa è accaduto perché venissi convinta di questo? Da dove ho tratto questa profondissima, innestata convinzione che debba essere sempre o tutto o nulla, o bianco o nero, o perfetto o lo schifo? In ogni cosa, s’intende: dal bucato allo studio alla cucina al lavoro al BDSM.

    E com’è poi accaduto che, sulla base di questa convinzione e dell’assoluto terrore di sbagliare che mi incuteva, io non sia affatto divenuta una perfezionista nevrotica, ma un’evitante ansiosa? Come mi sono sviluppata con la fuga come primo istinto, tanto era il panico che mi saliva a dover sostenere una qualsivoglia performance, che fosse effettivamente tale o meno?

    Ho creduto di dover essere perfetta, ma ho anche fin da subito capito che era impossibile; così, ho spesso deciso di rinunciare in partenza, per evitare il dolore del fallimento. Oppure mi sono spesa oltre ciò che era sano per me, fuggendo e rientrando, dibattendomi tra l’angoscia di non fare abbastanza bene e la tensione a fare tutto perfetto.

    Ancora oggi se sento di non stare dando tutto mi sento cattiva, sbagliata, inadeguata, immeritevole. Poco conta che chi mi sta intorno mi rassicuri che non è affatto così, che ciò che dò non solo è abbastanza ma è molto e che soprattutto è apprezzato e accolto con gioia e gratitudine.

    Ma c’è anche un altro aspetto: quando mi lascio trascinare da questo senso di “fare tutto” e riesco in effetti a fare tanto, a volte volo in un senso di onnipotenza e invincibilità. Perché credere di stare riuscendo a dare tutto, a fare tutto, di essere perfetta, è una sensazione che dà alla testa e dà dipendenza. Per quanto abbia enormi bassi, i suoi alti mi drogano, mi esaltano e mi fanno ancora più convinta che sia giusto così, che sia come dovrebbe essere. La caduta è dietro l’angolo: non appena questa esaltazione e questa tirata di lavoro, impegno, tensione mentale diventano insostenibili – e lo diventano, perché non è uno stato sano né sostenibile sul lungo periodo. E in questa caduta mi sento ancora più sbagliata perché non riesco a sostenere questo fare tutto sempre.

    Ma poi: questo “tutto” che dovrei fare, chi decide cosa sia? Il mio giudice interiore non credo ne abbia un’idea oggettiva, in realtà. La sua definizione è: una spanna in più di quello che fai, a prescindere. Per questo non è mai abbastanza, e quel tutto rimane irraggiungibile.

    Una cosa importante che ho capito è che questo pensiero è ciò che più di ogni altra cosa mi rende difficoltoso impostare dei limiti, quei famosi boundaries che non sono solo cosa non voglio fare ma anche di cosa ho bisogno per stare bene. Perché se metto dei limiti vuol dire che non sono disposta in partenza a dare tutto: sto appunto dicendo che arrivo fino lì, che ho delle condizioni, delle necessità mie e che non sono disposta a calpestarle per le richieste altrui. Nella mia mente contorta, per quanto razionalmente sappia quanto sono importanti tali limiti, mi sento immediatamente inadeguata per il solo fatto di averli: colpevole, difettosa, pigra.

    Per questo è una lotta costante per proteggermi da me stessa e dalle mie stesse convinzioni interiorizzate, che mi rendono vulnerabile e insicura, ancora troppo pronta a cedere sul mio benessere pur di sentirmi brava, sentirmi accettata, sentirmi abbastanza.

  • Più fatica

    Ho imparato tempo fa che quando ho paura è il momento di osare. E anche che quando faccio fatica la cosa migliore per superarla è fare più fatica.
    Ma continuo a impararlo. Ad applicarlo ad aspetti diversi.

    Quando sto male è uno star male che mi distrae da tutto il resto, mi è difficile lavorare, non sono concentrata, mi dà fastidio tutto, sono a disagio con me stessa.

    Il maggior star male però mi deriva dal non voler star male: dall’oppormi alle mie emozioni negative. In questa opposizione non accetto/ammetto/riconosco queste emozioni, vorrei non provarle – così immagino cose peggiori (forse per giustificarmi?) e finisco per stare peggissimo. Mi metto da sola in uno stato d’animo negativo.

    Per questo, per stare meglio, è fondamentale che io faccia fatica. Che affronti la fatica dello stare male, invece di cercare di evitarla.

    Ascoltare la fatica: tendere i muscoli, concentrarmi invece di distrarmi, immersa nel momento, nel predicament della vita, con il cuore che arranca sull’ostacolo e lo sguardo che si alza a guardare, se non la meta, l’orizzonte immenso che si spalanca a me come una promessa.

  • Inner Domme

    Dentro di me, ad aiutarmi e guidarmi, ho una Mistress interiore. 

    Certo io non sono per niente dominante, non ho velleità di dominazione su nessuno, eccetera. Al contrario: mi piace affidarmi ad un Dominante, farmi guidare, farmi dare ordini, servire. Nel tempo però questo affidamento si è molto ritratto. Sono cambiata e in qualche modo, anche se mi attira, non mi va più; soprattutto non accetto più da me stessa di deresponsabilizzarmi mollando tutta la patata bollente della relazione al Dom (cosa non molto corretta, peraltro). Quindi, sono diventata refrattaria anche nell’accettare regole e indicazioni nella mia vita quotidiana. Mi piacerebbero, poi però storco il naso. Perché ho imparato che le regole imposte funzionano davvero solo se vengono anche interiorizzate: se restano solo un input esterno, perdono efficacia al variare della relazione, o ad un certo punto vengono vissute con insofferenza. 

    Però in qualche modo ho bisogno di una guida, e un metodo che ho trovato è visualizzare quella parte di me che è responsabile, forte, attenta, che prende decisioni sane e funzionali, che dirige la mia vita in una direzione stabile. E’ la mia Mistress interiore. 

    Sono sempre io. Però Domme. 

    E’ una Miss esigente ma comprensiva, forte ma compassionevole; vuole il mio bene e anche il mio miglioramento, come è giusto che sia in una relazione D/s. 

    Talvolta, quando mi sento stanca o se ho troppi pensieri intrusivi, ricorro a questa figura immaginaria. Prende corpo accanto a me e mi aiuta, mi sprona, mi accudisce. Mi insulta, anche, un po’. Ma con affetto.

    Secondo l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) anche i meccanismi disfunzionali appresi e le voci interiori critiche sono nati nella psiche per proteggere, per aiutare, con lo scopo di sopravvivere nel modo migliore possibile. Poi crescendo diventano spesso poco sani e tocca imparare a gestirsi diversamente. Ma in base al principio che tutto in me in realtà cerca di aiutarmi (anche ciò che mi fa male) ho deciso di dargli corpo, di visualizzarlo in questo modo. Non sento voci né penso che sia reale; è un modo di fare pace con me stessa, di rendermi mia alleata.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.

  • Dimmi come posso essere brava per te

    Rendimi brava. Giustificami.
    Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
    Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

    Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

    Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

  • Assoluto vs completo

    Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

    Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

    E’ il fascino dell’Assoluto.

    Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
    L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

    Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
    Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

    Adesso, invece, prediligo la Completezza.
    Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

    Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.