Fidarsi

Stesa sul divano, bendata, ansimante, assaporo le sensazioni che ancora mi solcano la pelle.
“Aspetta”, mi dice. Lo sento spostarsi, armeggiare. Non vedo nulla, ma ascolto con attenzione i suoni, cercando di capire.
Rumore di un mazzo di chiavi.
Una cerniera che scorre.

“Cazzo, va via”, penso.
Resto a bocca aperta. Ha preso le chiavi, si è messo il giubbino e ha chiuso la cerniera. Adesso sentirò la porta che si apre e si richiude. Cazzo, se ne va. Mi lascia qui. Mi ha usata e se ne va. Sono incredula; una parte di me però la trova una cosa molto bdsm, umiliante. Addirittura mi piace. Eppure mi pare impossibile.
Boccheggio per una lunghissima manciata di secondi.

Un tonfo, come di qualcosa che viene aperto.
Allora ricordo: ha portato una borsa con la cerniera chiusa da un lucchetto.

Dentro di me rido per l’idea balorda avuta e sogghigno per averla considerata un gioco possibile, ma soprattutto sono felice perché non ho dubitato. Sono rimasta fiduciosa in Lui, in quello che stava facendo, per quanto assurdo potesse sembrarmi.

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Tornata

“Bentornata”

Due abbracci, la stessa parola.
Due momenti che infine penetrano la scorza dura che mi sono fatta, che mi sciolgono il cuore e le difese.
Due momenti uno più inaspettato dell’altro, e per questo tanto più significativi.
Adesso mi sento meglio. Certo, lo so che avrò altri momenti di insicurezza, di dubbio. Ma mi sento tornata, e mi sento bentornata.
Saprò restare a cuccia.

lassie

Vuoto d’aria

Sottomettersi vuol dire appartenere.
Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.

Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera. 
Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
Chiedo di andare in bagno e una volta lì,  senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone. 
Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo.

Adesso sono io

Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.

Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.

Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.