subservientspace

for this is what I feel

Tag: kinbaku

  • Nuovo livello

    Stringi la corda più forte della legatura precedente, che era infatti morbida e mi aveva lasciata rilassata, tranquilla. Adesso le braccia sono strette al petto e la corda rossa mi comprime, abbracciandomi a me stessa.

    Cambio respirazione, socchiudo gli occhi: ascolto le corde che girano, le tue mani che le fanno scorrere e passare esattamente dove vuoi che passino, dove devono.

    Mi stendi a terra e mi pieghi le gambe, prima una e poi l’altra: i due futomomo sono diversi, ma entrambi stretti e il dolore diventa parte di me e io del dolore. Premi, strizzi, graffi e mordi: la carne compressa e gonfia reagisce più forte. Strillo e il dolore mi porta dall’altra parte, dove il tempo smette di esistere.

    Mi giri sul fianco destro e colleghi la gamba sotto al torace, comprimendomi ancora di più.
    Mi manca il fiato, ansimo: mi sento segare lo stinco dove c’è meno carne tra la corda e l’osso, sono chiusa e costretta e mi attraversa la mente il pensiero che se dovessi stare male ci vorrebbe un sacco per disfare tutto: così tante corde, così interconnesse, così collegate, che mi stringono a me stessa e mi rendono un pupazzo immobilizzato a terra. Emetto brevi singulti insieme ai respiri; sono in uno stato intermedio tra l’abbandono e la coscienza. Ti chini su di me e riesco a mormorare: fatica! Tu sorridi, dici: e pensa che ora passiamo ad un nuovo livello.

    Ansimo e ho paura di non farcela, e insieme lo desidero. Leghi un’altra corda all’altra gamba, la tiri al bambù e mi sollevi da lì, aprendomi.

    In un istante tutto cambia.

    L’ondata di dolore mi travolge e mi sommerge, spazzando via tutto: pensieri, paure, ansimi, strilli. Respirare non è più un problema. Chiudo gli occhi e boccheggio, sospesa in un oceano buio e calmo. Allenti la corda della sospensione e mugolo, risollevando io stessa la gamba, alzando la testa. Non riesco ad articolare nulla ma intendo: no, non farmi scendere, non tirarmi a riva: lasciami immersa, affondami in questo dolore così dolce, così caldo; lascia che senta tutto, che questo sentire mi accolga e mi culli.

    Tiri ancora la corda in alto e mi tuffo di nuovo, più in profondità. Lampi di dolore mi accompagnano come correnti sommerse.

  • Wildties

    Proprio all’inizio, mentre lei ha addosso solo una corda ma già geme con gli occhi semichiusi, c’è un lungo momento in cui lui la guarda.

    Lei è a terra, le braccia strette dal gote. Lui la gira così che dia le spalle al pubblico, si siede di fronte a lei e la osserva, offrendo il proprio viso a noi. Io guardo il suo sguardo. Gli occhi grandi, sporgenti, aperti, attenti: penetranti. Non stanno guardando me eppure ne sento l’intensità. Cosa vede? Cosa guarda? Forse non è un modo di ricevere informazioni, ma di trasmettere sensazioni e di prenderne dal corpo legato di lei.

    Quello sguardo mi precipita nel mood della performance. Quel momento dilatato, apparentemente fermo, è così carico di emozione che capisco già che sarà un’esibizione potente.

    La stringe nelle corde, veloce e preciso, e si vede quanto siano davvero strette quelle corde. Nel tirarla su lungo la linea di sospensione lei si dimena nel dolore, si inarca, si sospinge in alto e fiorisce. Si sviluppa e si avviluppa come un fiore meraviglioso che cresce all’improvviso e sboccia. Gli occhi chiusi, le gambe legate insieme, il kimono bianco: si scuote come agitata dal vento.

    Lui le apre il kimono, la espone, si allontana e la guarda ancora, la spinge col piede; io sono rapita dal sottile incavo del suo inguine, dalla linea che si stacca dal perizoma e risale verso il ventre a suggerire, più che a mostrare. Mi pare di percepire l’aria appoggiarsi e solleticare quella pelle così liscia e il senso di vergogna e nudità che stimola.

    Anche nelle legature più (apparentemente) semplici, mi travolge il fatto che piange. Singhiozzi, singulti, grida che poi si placano, che rientrano dentro di lei come una marea.
    Io non so piangere nelle corde, nel dolore, e lo vorrei. Non so abbandonarmi a quel tipo di sofferenza: nel dolore ricerco il piacere. Eppure la potenza di quel pianto mi soverchia, mi fa desiderare di potermici immergere come lei fino ad annegare, per tornare di nuovo a prendere aria in un singulto.

    Mentre è appesa in sospensione per una sola gamba osservo le quattro gradazioni di magenta che ci mostra: il corto calzino giapponese, il perizoma, la cintura, i capelli; e infine la quinta: la sua stessa carne che si arrossa nella morsa delle legature, la coscia violacea, il petto paonazzo e il suo volto abbandonato, gli occhi pieni di lacrime, la bocca imbavagliata e i gemiti soffocati che faticano ad uscirne.

    A testa in giù, dondola leggermente; lui le passa accanto e lei inclina la testa nella direzione in cui lo percepisce, avvicina il viso al suo: cerca la vicinanza e il conforto del suo stesso torturatore e questo gesto mi commuove. Conosco quello struggimento, la gratitudine per le sensazioni, tanto più grande quanto queste sono intense e terribili.

    Dopo quasi un’ora la scioglie e lei si scioglie. L’accompagna a riprendersi mentre risuonano gli applausi.

    Io sono emozionata. Non sono particolarmente attratta dalle performance, ma questa ha travalicato ogni cosa. Non mi intendo di corde ed ogni cosa tecnica mi è sfuggita – sebbene mi sia chiaro che lui sia stato di una bravura eccezionale. Ciò che ho visto e sentito e che mi porto a casa, in questa sera di luna quasi piena, sono le emozioni trasmesse, la sofferenza donata – donata da lui a lei e da lei a lui e a tutti – e la commozione di vedere due persone profondamente connesse in un vortice di sensazioni profonde e potentissime.

  • Capovolta

    La legatura inizia come sempre, dal TK: mi prendi le braccia e me le porti dietro la schiena, fai scorrere la corda e mi immobilizzi. Hai le mani fredde e mi regali brividini. Mi appendi al bambù, senza sollevarmi, e inizi a stringere ancora più corde intorno al mio corpo. Mi blocchi le cosce, e poi i polpacci e i piedi; mi stringi una corda intorno al ventre.
    Sono totalmente costretta, in un equilibrio estremamente precario.

    Mi bendi gli occhi e mi abbandono del tutto alle tue corde. Mi fai girare su me stessa, appesa. Mi colpisci con le mani e col gatto a nove code, su tutto il corpo.

    Ansimo.

    In un momento preciso, sento il sesso che mi si contrae. Non l’avevo mai sentito così chiaramente. Ho sempre sentito l’eccitazione pervadermi come un calore diffuso e un bagnarmi fluido, continuo. Adesso invece sento la stretta dei muscoli che si contraggono, che desiderano: il sesso che si apre, che chiama. Apro gli occhi dietro la benda, per lo stupore e la sorpresa di quella contrazione improvvisa. E torno a chiuderli per restare immersa nelle sensazioni.

    Reclino la testa all’indietro per accogliere i colpi che mi doni sul seno. Perdo l’equilibrio e resto attaccata al bambù, giro, mi colpisci dovunque, non so dove sei. Mi metti una mano in bocca, la lecco.

    Dopo un tempo che non so definire mi sciogli e come tutte le volte mi dispiace: vorrei restare in quel luogo altro per sempre. Ma mi ritrovo stesa a terra, accompagnata dalle tue mani ora roventi, liberata, senza più la benda.

    Apro gli occhi lentamente e resto di stucco. Giro la testa: non sono dove pensavo di essere. Credevo di essere rivolta in un senso, mi ritrovo stesa nell’altro. Nella tua legatura, nelle sensazioni, ho perso l’orientamento; sono rimasta realmente alla tua mercé.

    Tu sorridi compiaciuto, io sorrido felice.

  • Cacofonia

    La sala è ampia e altissima. Le capriate con le travi di legno sovrastano il pavimento in parquet e tutta la varia, rumorosa umanità che è qui convenuta, stasera, per ritrovarsi insieme a fare corde. Bello rivedere persone, volti conosciuti, e vederne di nuovi; si raggruppano in capannelli e chiacchierano, si ritrovano, ridono. Una socialità (kinky) che ci è mancata per un bel po’ e che è ripresa più intensa che mai.

    Ci ritagliamo uno spazio che occupiamo con la nostra coperta mentre ancora gli organizzatori appendono i bambù alle travi: numerosi punti di sospensione cui tutti o quasi tendono con desiderio.

    Quello più vicino a noi, anche se sembrava già occupato, è improvvisamente libero e decidi di approfittarne. Lentamente, inizi ad avvolgermi nelle corde, fai salire la linea di sospensione, mi privi dell’equilibrio.

    C’è tantissimo rumore. La sala altissima ha un’acustica terribile, tutto rimbomba: le voci, le risate, anche la musica che pure è stupenda.
    Il TK stringe, mi richiude le braccia intorno al corpo; mi leghi le gambe insieme e mi spingi, resto appesa, le corde mi mordono la carne.

    Chiudo gli occhi ed ecco: tutti i rumori, il casino, le urla, la musica, la caciara: tutto scompare e va in fondo al mio range percettivo mentre sono nelle tue corde. A tratti risale e mi stupisco che ci siano ancora dei suoni fuori da me, da noi, da questo spazio legato. Fischietti il motivo di Lullaby dei Cure e mi accorgo della musica, che ci accompagna.

    Mi lascio appendere e trasportare dal dolore e dalla costrizione, come sempre, sospinta dal tuo sguardo.

  • Respiro mozzato

    Sono molto rilassata, anzi, già mezza addormentata. Il divano è incredibilmente accogliente e sento che mi sta inglobando, quando tu decidi: facciamo corde. Io sono contenta e obbedisco, ma temo di essere troppo stanca.

    Mi fai una legatura fuori standard: invece di iniziare immobilizzandomi le braccia, inizi dalla pancia. Uno, due giri di corda e stringi; mi avvolgi il torace, poi le cosce, singolarmente. Sembra una tutina di corda. È molto bella, ma sono perplessa perché sono ancora perfettamente libera di muovermi, non mi hai bloccato né le braccia né le gambe. E’ strano. Eppure, le corde stringono e non mi sento “perfettamente libera di muovermi”, anzi. Tengo gli occhi chiusi, la stanchezza mi ottenebra; cerco di ascoltare le corde.

    Le afferri e mi tiri giù, stesa. Afferri il nodo centrale sulla mia pancia e stringi. Mi si mozza il respiro. Di colpo la costrizione diventa evidente, potente. Ansimo e mugolo, piano: sono in un posto tutto mio ma diverso dal solito. Non sono scesa per la solita via, addirittura non mi sembrava di stare scendendo, da come ero stanca, mi pareva che le corde non stessero facendo effetto. Invece.
    Ho le braccia semi contratte, sono tesa, sento il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza sopra di me. Stringi le corde e mi sposti, mi controlli da questa gabbia che mi hai stretto addosso. Boccheggio.

    D’improvviso riesco a prendere fiato. Trovo il mio respiro nelle corde. Inspiro a fondo ed espirando mi abbandono. Le braccia scendono, ora rilassate, a stendersi sul pavimento. Sto benissimo in questa stretta dolorosa e scomoda.

    Mugolo come sempre di dispiacere quando sento che inizi a sciogliermi. Non vorrei mai venire liberata da questa libertà costretta che mi doni.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Ma

    “Ma” è un termine giapponese; significa “tra”: un intervallo, uno spazio vuoto tra due elementi strutturali. Rappresenta il momento di passaggio tra due momenti, l’attimo di sospensione.

    Nelle corde, è un momento che non va scavalcato o evitato, ma anzi ascoltato, sentito, vissuto: riempito di significato. Finito un passaggio, fissata una corda, prima di passare alla successiva quello è il momento di sentirsi.

    Questi due giorni sono stato questo: un MA, un passaggio tra il lavoro, la famiglia, gli impegni, i doveri. Un attimo di sospensione dalla quotidianità in cui abbiamo potuto sentirci. Una piccola vacanza. Tre ore di viaggio e una notte in hotel; mezz’ora di colazione a bordo piscina e quattro ore di lezione di corde; un’ora di pranzo in una piccola e strepitosa trattoria toscana e altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno nell’afa e nel traffico. E una serata regalata.

    Un giorno e mezzo che è durato un attimo e un mese. Un tempo così breve eppure amplificato, intenso e leggero, tirato e sereno.

  • In punta di piedi

    In punta di piedi

    La corda tira. 

    O meglio: tu tiri la corda, che è stretta attorno al mio corpo, ai miei capelli. Mi tiri su, verso l’alto, ma non tanto da sollevarmi da terra, no: la corda è appena abbastanza lunga per trattenermi in punta di piedi. 

    I polpacci urlano, insieme a tutto il resto. Il corpo compresso, le braccia serrate, le corda che taglia le braccia, il seno, il torace. Sento tutto e tutto si confonde in un indistinto dolore, una scomodità che diventa sofferenza. Non posso riposare nulla. 

    Tengo gli occhi chiusi e ascolto questa sofferenza, la assaporo; gemo e ansimo per la fatica e il dolore, ma non vuol dire che non sia esattamente dove sono felice di essere. 

    Sono qui, sono tutt’uno con il mio corpo, non ho pensieri, non ho ricordi. Sono nel presente, esattamente in questo istante in cui sento te, la corda, i muscoli, i capelli tirati e il mio sesso bagnato.

  • Peer rope

    A metà marzo vado a Roma una settimana per un corso di formazione.
    Sono contenta, adoro fare corsi e Roma è grande, solare, caotica e stupenda. La mattina vado al corso, mangio seduta al sole in cortile, e nel pomeriggio mi resta tempo per girare per la città eterna.
    E scopro che giovedì sera c’è il peer rope al MBDStudio, lo studio di MaestroBD. Lui non c’è, ma c’è Ishara Gabri, che ho conosciuto ad una serata del Decadence.
    Chiedo il permesso al Padrone di andarci, e di potermi fare legare. Il permesso viene accordato, così il giovedì affronto 45 minuti di autobus per raggiungere lo studio.
    La sera è tiepida, l’aria sa di nuovo, di inusuale. Cammino con un sorriso stampato in faccia, felice anche solo dell’essere in giro da sola; senso di libertà, di possibilità.
    Allo studio non ho nulla di adatto, come abbigliamento; così me ne resto in culottes e mi sento stranamente a mio agio. Inizio a farmi legare, mentre di fronte a me un’altra coppia vive una bellissima e complicata legatura. Un po’ li guardo, un po’ mi concentro sulle ‘mie’ corde, un po’ rido delle battute che vengono dette – c’è una bella musica ambient, ma l’atmosfera è davvero informale e si chiacchiera, si ride, si scherza.
    Mi lascio legare e la legatura viene fuori strana, un po’ storta, da una parte duole più che dall’altra, ma non è male. Ishara, che mi lega, mi aggancia alla struttura, pur senza sospendermi, cosa che non mi fido di farmi fare, con la mia schiena malandata. Sono comunque sempre un po’ sulle mie, un po’ timorosa.
    Poi, lei tira le corde e mi fa dondolare.
    Di colpo, tutto cambia.
    Chiudo gli occhi, sento le corde che segano la carne, il laccio che mi tiene appesa all’anello sopra di me. Posso lasciarmi andare e lo faccio, finalmente. Inizio a respirare, a sentire ad un livello più profondo.
    Lei mi passa accanto e mi sfiora, per caso o per controllo, non so; ma scopro di essere sensibilissima. La richiamo indietro: “Ehi, um, potresti, sai, le corde qui sul fianco sinistro mi hanno resa sensibile”.
    Lei accorre: “Certo, dove ti fa male? Allento?”, e armeggia per darmi sollievo.
    “No, no – dico io – In realtà… vorrei solo che mi toccassi. Che mi accarezzassi”. Mi vergogno quasi a chiederlo, ma la sensazione era così bella che non voglio lasciarmela sfuggire, voglio sentirla ancora, assaporarla.
    Lei sorride sorniona, ora che ha capito. Mi passa le mani sui fianchi, sulle costole, sulle braccia. Le corde hanno stretto, e sento il minimo tocco amplificato. Ho brividi di piacere. Sorrido.
    Infine mi scioglie e mi lascio andare alle coccole sul tappeto.
    Costretta tra quei legacci, per quindici minuti ho potuto spegnere me stessa e riposare, serena, sulla dolce culla della percezione fisica.

    peer rope Roma