Peer rope

A metà marzo vado a Roma una settimana per un corso di formazione.
Sono contenta, adoro fare corsi e Roma è grande, solare, caotica e stupenda. La mattina vado al corso, mangio seduta al sole in cortile, e nel pomeriggio mi resta tempo per girare per la città eterna.
E scopro che giovedì sera c’è il peer rope al MBDStudio, lo studio di MaestroBD. Lui non c’è, ma c’è Ishara Gabri, che ho conosciuto ad una serata del Decadence.
Chiedo il permesso al Padrone di andarci, e di potermi fare legare. Il permesso viene accordato, così il giovedì affronto 45 minuti di autobus per raggiungere lo studio.
La sera è tiepida, l’aria sa di nuovo, di inusuale. Cammino con un sorriso stampato in faccia, felice anche solo dell’essere in giro da sola; senso di libertà, di possibilità.
Allo studio non ho nulla di adatto, come abbigliamento; così me ne resto in culottes e mi sento stranamente a mio agio. Inizio a farmi legare, mentre di fronte a me un’altra coppia vive una bellissima e complicata legatura. Un po’ li guardo, un po’ mi concentro sulle ‘mie’ corde, un po’ rido delle battute che vengono dette – c’è una bella musica ambient, ma l’atmosfera è davvero informale e si chiacchiera, si ride, si scherza.
Mi lascio legare e la legatura viene fuori strana, un po’ storta, da una parte duole più che dall’altra, ma non è male. Ishara, che mi lega, mi aggancia alla struttura, pur senza sospendermi, cosa che non mi fido di farmi fare, con la mia schiena malandata. Sono comunque sempre un po’ sulle mie, un po’ timorosa.
Poi, lei tira le corde e mi fa dondolare.
Di colpo, tutto cambia.
Chiudo gli occhi, sento le corde che segano la carne, il laccio che mi tiene appesa all’anello sopra di me. Posso lasciarmi andare e lo faccio, finalmente. Inizio a respirare, a sentire ad un livello più profondo.
Lei mi passa accanto e mi sfiora, per caso o per controllo, non so; ma scopro di essere sensibilissima. La richiamo indietro: “Ehi, um, potresti, sai, le corde qui sul fianco sinistro mi hanno resa sensibile”.
Lei accorre: “Certo, dove ti fa male? Allento?”, e armeggia per darmi sollievo.
“No, no – dico io – In realtà… vorrei solo che mi toccassi. Che mi accarezzassi”. Mi vergogno quasi a chiederlo, ma la sensazione era così bella che non voglio lasciarmela sfuggire, voglio sentirla ancora, assaporarla.
Lei sorride sorniona, ora che ha capito. Mi passa le mani sui fianchi, sulle costole, sulle braccia. Le corde hanno stretto, e sento il minimo tocco amplificato. Ho brividi di piacere. Sorrido.
Infine mi scioglie e mi lascio andare alle coccole sul tappeto.
Costretta tra quei legacci, per quindici minuti ho potuto spegnere me stessa e riposare, serena, sulla dolce culla della percezione fisica.

peer rope Roma

Giocare da brat

“Perché lo scopo del legare è tenere fermo… se tu già stai ferma, il mio lavoro diventa pleonastico!” Ride.
Rido anch’io. Non so se mi colpisce di più il ragionamento (giustissimo) o il fatto che abbia usato davvero la parola ‘pleonastico’ in una conversazione.
Ogre, il rigger con cui sto parlando prima dell’inizio della festa, trova più interessante legare davvero per tenere ferma la persona, piuttosto che per uno scopo meramente artistico, di legatura, o di ropespace. Ed è esattamente quello che sto cercando: un’esperienza di gioco nuova: provare a fare resistenza, a dire di no, a lottare, che è una cosa che mi intriga e mi eccita – ma che alla fine non faccio mai, o, se la faccio, è troppo simulata per sembrare vera. Fare la brat, la peste, quella che risponde, che si sottrae. A lui si illuminano gli occhi.
Sono al Regina Nera, a Venezia, e ho voglia di divertirmi, di giocare, di farlo con un rigger esperto, di cui mi possa fidare. Stasera, sarà Ogre.

Il tempo scivola via come fosse di burro, in una serata estiva ma fresca (fuori: dentro fa caldo). Si fanno le tre del mattino, mentre i rigger si alternano alla struttura. Infine, lui mi fa un cenno e io vado a prepararmi lì accanto: mi tolgo le scarpe, i bracciali, tutto ciò che può intrigare. Concordiamo una safeword e una comunicazione utile al check-in, al controllo che tutto stia andando bene al di là della simulata mancanza di consenso.
Mi siedo a terra davanti a lui, ridacchiando come faccio sempre quando non so cosa fare, piena di aspettativa ma senza sapere cosa aspettarmi.
Inizia all’improvviso, prima che me lo aspetti, senza un segnale. Cosa mi aspettavo, una sigla di apertura? Non so.
Mi afferra e mi gira, e io subito contraggo la faccia in una smorfia. In un attimo sono calata nel gioco.
Non devo fingere nulla. Tiro, strattono e sbuffo e lui mi trattiene, mi lega, mi sfotte. Mi tocca. Non faccio finta di lottare: è vero. Lui sembra non fare nessuna fatica. Provo a ricordare cosa ho imparato quando facevo lotta, ma non mi viene in mente nulla, nessuna tecnica, niente.
Faccio una fatica della madonna. Sono senza fiato dopo cinque minuti, mentre lui, placido, mi prende in giro e mi lega. Sento le corde stringere e tirare e graffiare. Adoro quella sensazione, ma è quasi soffocata dalla fatica della lotta.
Sento la testa che mi gira; ansimo, più per lo sforzo che per altro. Da una parte vorrei essere più forte, potermi liberare. Dall’altra voglio proprio soccombere, lasciarmi andare e basta.
Resto ferma un po’ a riprendere fiato. Lui lega. Mi dice, con tono irritante: “Oh, ti sei già arresa?”
Di colpo scatto in piedi e scappo via.
Lui mi tiene per il capo della corda, mi fa cadere e mi riporta a terra, da lui.
L’ho fatto a sorpresa. Volevo davvero scappare? Se ci fossi riuscita, cosa avrei pensato? Ci sarei rimasta male, credo. Volevo vedere se mi riprendeva. C’è riuscito.
Non riesco più a lottare. Mi lega i seni – una legatura che, quando la vedo in foto, su tumblr, mi angoscia: questi seni a palloncino, viola, mi inquietano. Ma non dico nulla, mi lascio legare: i miei seni diventano ipersensibili. Li schiaffeggia e inizia a giocare con le mollette.
Mi dice: “Guardami negli occhi”, con un tono basso, caldo, rassicurante. Alzo lo sguardo piena di fiducia. Quando le nostre pupille si incrociano, strappa una molletta. Il dolore è lacerante tanto quanto il tradimento. Il piacere sadico che glie ne deriva è talmente intenso da risultare palpabile, lo riesco a sentire e ne apprezzo l’altra estremità, quella masochista.
Poi, il dolore delle corde si fa faticoso da sopportare. Mi pare di spegnermi. Non sento più. Balbetto. Ho la testa piena di rumore bianco. Non so più chi sono, cosa voglio, se mi sta piacendo o meno. Mi attacca due mollette e sono dolorosissime; mi dice di nuovo ‘guardami negli occhi’, ed io non riesco ad alzare la testa: ho troppa paura del dolore, adesso.
Mugugno che è ora di basta, sono al limite. Ma lui l’ha già capito e sta iniziando a liberarmi.
Mi viene da scusarmi per non aver saputo resistere di più, ma non ha senso. Gioco nuovo, e io sono, per dire così, fuori allenamento. Sia di fiato che di forze che di masochismo.
Dopo, me ne resto a leccarmi le ferite e a riprendermi accucciata lì vicino, riprendendo a poco a poco contatto con me stessa. Le altre ragazze mi sorridono, mi dicono brava che ho lottato tanto, se era la prima volta. Era la prima volta. Sono stremata. Bevo acqua e ascolto Ogre che mi spiega, che mi racconta, che si rammarica di avermi lasciato un segno, sotto la spalla destra, che non aveva intenzione di lasciare. Controlla che stia bene ed io sorrido: sto bene.
Nei giorni successivi, mi alzo le maniche della maglietta per guardare i segni e sorrido.

Ruvido

La corda di canapa mi morde, ruvida; stringe.
E’ un tocco diverso rispetto a quanto provato finora con il bondage. Diverso rispetto allo scorrere veloce, tecnico, preciso, persino gentile delle esperienze di sospensione. Allora, quando le corde venivano strette, era uno strattone cortese, fatto per la mia sicurezza.
Ora, invece. Non c’è scortesia ma una studiata crudezza. Una forza, un trattenere.
Mi agito un po’, provo a fare resistenza per sentirmi costretta, per sentire che le corde stringono e scavano nella carne. Lui tira, comprime.
Sento dolore e questo dolore mi piace.
Ad un certo punto, non so perché, smetto di lottare. Tutti i muscoli del mio corpo si rilassano all’unisono. Non sento più la musica, né il chiacchiericcio delle persone attorno, né il freddo che penetra dalla porta lasciata aperta, in fondo.
Mi lascio andare, la mente vuota. Penso: è subspace?
Le corde tirano, grattano, scorrono; avverto costante addosso la presenza mai invasiva di lui. E’ una vicinanza che mi trasmette calore, dominanza; mi dice: sono qui. Non puoi scappare. Ma anche: non ti abbandono.
E’ kinbaku, mi ha spiegato prima. Non dev’essere estetico, ma duro. Corda non ha mai significato dolore, per me; ora invece la canapa che gratta, che scava con intenzione, con intento di fare male, mi trascina da un’altra parte.

Il giorno dopo mi passo la mano sul braccio e lo sento dolere nel punto dove erano passate le corde. Mi guardo ed osservo affascinata i segni rossi, scuri, doloranti rimasti.

Ringrazio il mio Padrone Sadicamente Master che mi ha concesso questa esperienza, ed il rigger che l’ha condotta: Giuseppe Bombelli (Magister Animus).