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for this is what I feel

Tag: orgoglio

  • Flashback: DeSade

    E’ ormai già metà febbraio ed è un pezzo che non vado a nessun evento e che non faccio BDSM. Forse addirittura dal Regina Nera di Natale. Sono concentrata su altro, ad allineare altri aspetti di me e della mia vita. Ma sono contenta di uscire, stasera, ritornare nell’ambiente.

    Per la serata decido all’ultimo momento di mettermi in tenuta da cane, con la maschera e le moppine che mi chiudono le mani.

    In questa tenuta, dal momento che indosso il cappuccio, che divento altro da me, che divento cane, mi sento invincibile.

    Non ho più paure, non ho più ansie; smetto di sentirmi grassa, o brutta, o inadeguata, o qualsiasi altra cosa negativa che possa essermi detta nei momenti più faticosi della mia vita quotidiana. Niente più responsabilità, niente più doveri: sono solo un cane. In questo ristretto orizzonte, dietro la mia maschera, in questo locale, non ho più nulla di cui preoccuparmi. Sono potente e bellissima.

    Succede di nuovo che le persone che conosco mi salutano perplesse, presentandosi come se non mi avessero mai vista, e rido. Mi diverte molto non essere riconosciuta, essere così tanto diversa. La maschera oblitera la mia identità ed è solo divertente, non c’è umiliazione, non c’è disumanizzazione: è un gioco. Sono felice e mi diverto. Quando mi rivelo tutti si divertono con me.

    Il locale è bello, ben attrezzato, i kinksters numerosi, gioiosi, amichevoli; è un luogo accogliente. C’è un ragazzo che ha anche lui una maschera da cane e ci salutiamo come se ci conscessimo.

    Giochiamo e l’impact è forte e avvolgente come solo il dolore donato sa essere. Mi tengo la maschera e resto nuda a ricevere i colpi. Il cappuccio di gomma ovatta i suoni, mi tiene dentro di me e al contempo mi fa uscire, espone quella parte di me che vive qui, in questo luogo segreto.

    Cammino a terra a quattro zampe per il locale e sono così orgogliosa di essere chi sono.

  • Un anno

    Senza che me ne accorgessi è passato un anno da che ho deciso di scrivere due post a settimana, tutti i lunedì e venerdì, qui sul blog. Avevo deciso e iniziato a gennaio 2021, qui. E ce l’ho fatta.

    All’inizio pubblicavo alle 20, poi con il lavoro nuovo è diventato troppo presto, e sono passata alle 21. Qualche volta ho fatto tardi e ho pubblicato dopo l’orario consueto. Qualche sera mi sono dimenticata ed ho recuperato il giorno dopo. Qualche giorno (ma pochi) ho saltato perché ero in ferie. Ma l’ho fatto. Ho mantenuto la parola che avevo dato a me stessa.

    E’ un altro, piccolo, lavoro. Un impegno che ho scelto, ma al quale non è stato banale essere fedele. Non è neanche un lavoro così piccolo, a pensarci bene, poiché parla di me, di cose mie, che mi coinvolgono e mi toccano da vicino. Mi chiede di metterci me stessa.

    In questo anno i follower e i lettori del blog sono cresciuti e il cuore mi si colma di gratitudine per ogni singola persona che mi legge. Non faccio grandi numeri ma sono contenta.

    Scrivere di me, delle mie cose, è anche metterle in ordine dentro di me. Dopotutto questo blog era nato come un diario online, privato ma pubblico, personale ma visibile.

    Sono contenta di esserci riuscita. E di continuare a riuscirci.

  • Soddisfazione

    Quando mi dici che ti piace darmi le botte, e che per di più ho un bel culo e quindi è ancora più bello, sorrido e mi illumino. Mi sento d’improvviso bellissima e meritevole e brillo di soddisfazione: la tua, ma anche la mia.

    Ed è orgoglio quello che provo quando carichi foto di me su FetLife: orgoglio ed imbarazzo perché le foto sono, beh, piuttosto esplicite. Poi vedo scorrere le notifiche che tizio e caio, che conosciamo, hanno fatto mipiace a questa o quella foto e brucio di vergogna e di gioia.

    Sapere di essere vista in questo modo, attraverso il tuo sguardo, nelle foto che tu mi hai fatto mentre mi facevi quelle cose, ed in quel momento io sono così tanto io, una me stessa profonda e intima che non si vede spesso, che tu sai tirare in superficie ed esporre, nuda, spogliata, arrossata, tremante – essere vista così mi mette in imbarazzo ma l’imbarazzo (che erotizzo) amplifica tutte le altre emozioni: la gioia, l’orgoglio, la soddisfazione, il senso di identità ed appartenenza.

  • Goodbye my old self

    Aprii questo blog nel lontano 2007 su Splinder (chi si ricorda Splinder?). Quando questo chiuse, offrì la possibilità di trasferire il blog su altre piattaforme, e scelsi WordPress, che nel tempo ho imparato ad amare in tutti i suoi aspetti.

    Quello che non ho mai fatto, però, è stato aggiornare la grafica. Ho tenuto il vecchissimo tema primi-duemila fino adesso. Timore di rovinare qualcosa, di sbagliare, attaccamento al conosciuto, tante cose. Lasciare andare è la cosa che mi viene più difficile (e quindi anche quella cui anelo di più).

    Quindi… ciao, vecchio layout. Grazie per avermi accompagnata per tutto questo tempo. Cambio per restare simile: dopotutto, sono sempre io.

  • Sapere cosa si vuole

    Forse quello che vorrei è solo sentirmi più desiderata. Più al centro dell’attenzione.
    Oppure non lo so. In realtà non lo so bene, cosa vorrei davvero. E se non lo so, come faccio a chiederlo? Ma il fatto è che, anche quando so cosa voglio (raro), non so come chiederlo. Spero sempre che le persone sappiano leggermi nella mente, che capiscano cosa vorrei e che me lo spieghino (e che me lo diano).
    Ovviamente non funziona.
    Quello che dovrei fare è autoeducarmi ad essere più sincera, soprattutto con me stessa, e più comunicativa. So quanto è importante la comunicazione, il parlarsi… ma saperlo non mi aiuta ad applicarlo. Troppo spesso, senza volerlo razionalmente, taccio desideri, aspettative, pensieri. Preferisco omettere, per evitare confronti e difficoltà. Se lo capisci da solo, bene, se no farò finta di non averlo mai voluto.
    In questo modo però la mia frustrazione cresce fino a diventare un blob incontrollabile di risentimento e malessere.
    Ho letto chilometri di pagine che ripetono quanto sia fondamentale dirsi le cose, tra persone alla pari ma anche in un rapporto D/s. Prendersi dello spazio, un tempo definito, per confrontarsi apertamente. Ma come si fa a farlo davvero? Come faccio a dire che vorrei questo o quello, o di più di questo o di meno di quello, senza diventare top from the bottom? Senza dirigere coloro i quali dovrebbero essere quelli che dirigono?
    Temo sempre ci sia qualcosa che non devo dire. Qualcosa che ferirà qualcuno, o che rischia di venire travisato, o che detto in un certo modo potrebbe forse andare bene, ma aspetta, forse è meglio non usare proprio questa parola ma un sinonimo, o forse meglio fare un giro di parole… anzi magari non lo dico. E poi invece sarebbe bastato dirlo.

    Talvolta ho la sensazione di camminare su uova che vedo solo io.

  • Fluo

    fluo

    Essere così stanca da sopportare a fatica quei soli otto aghi.
    Inspirare ed espirare per poter essere la sua tela, finalmente sotto le sue mani.
    Sorridere perché sono le cinque del mattino e lui è orgoglioso di ciò che ha voluto e saputo creare.
    Sentirsi creazione, oggetto, proprietà.

    Pimp my slave.

  • Meat puppet

    Aggrappata alla cavallina, gli occhi semichiusi. Mi sembra perfino sbagliato tenerli aperti e guardare, spiare cosa fa, cosa potrebbe stare per farmi: come se barassi, rubassi un’informazione. Così li tengo chiusi e mi lascio andare alle sensazioni. Respiro a fondo.
    Il dolore dei colpi mi culla, quasi.
    Ad un certo punto, durante una pausa, mentre Lui cammina altrove (forse a cercare uno strumento? a pensare a cosa farmi? forse sta solo controllando il cellulare, o accendendosi una sigaretta. Ssst, non pensare, non guardare, respira, aspetta), ad un certo punto quasi mi addormento.
    Non so come succede. Le endorfine si mescolano con la stanchezza del poco sonno accumulato, forse, o la sensazione di essere al mio posto, l’abbandono, la luce soffusa: non so, ma chiudo gli occhi e non penso più, e quasi mi addormento. Certo, poi il dolore improvviso mi risveglia di scatto, ed il trauma è quasi piacevole.
    Le palpebre pesanti, un vago sorriso che mi aleggia sulle labbra. Le mani afferrano la cavallina, si stringono, si tendono, allungo le braccia o le chiudo vicino al corpo: movimenti senza controllo, dettati dagli stimoli dolorosi, guidati dai nervi come una marionetta dai fili.
    Mi sento un pupazzo di carne, un Suo giocattolo che può usare per fare del male. Per godere dell’imporre il dolore.
    Quello che fa a me potrebbe starlo facendo alla cavallina stessa, ma Gli serve che il pupazzo soffra e sanguini per potersi divertire davvero. Per questo Gli serve non un oggetto inanimato, ma uno vivo.
    Io sono – e voglio essere – il Suo pupazzo di carne.

  • Letargo

    Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
    E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
    Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
    Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

    Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
    E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

  • Online

    Torno ancora una volta a chiudermi. Non mi interessa nulla, non voglio, lasciami stare; ho altro cui pensare.
    Un tarlo sempre nel retro del cervello, un pensiero insistente, fastidioso ma mai veramente formulato. Non ci voglio pensare.
    Ci sto male e per non stare male chiudo. Chiudo le comunicazioni, i canali, i rubinetti, tutto. Faccio come se non fosse più qualcosa che mi riguarda.
    Se poi mi capita di pensarci provo a scaricare il tutto con un’alzata di spalle, un dirmi che tanto non conta, non c’è problema, faccio bene anche senza, figurati. Mi metto a riordinare casa, a fare lavatrici. Fisso il vuoto e non so più nemmeno io perché non sto bene, da tanto brava sono nell’auto-inganno.
    E poi per un intero minuto mi imbambolo a guardare lo schermo del cellulare; fisso quello status, “online”, e quasi mi commuovo. Mi rendo conto che è patetico, ma è la massima vicinanza che sento e mi consola. A distanza, ma siamo collegati.
    Come sempre, quando cerco di chiudere fuori qualcosa, poi mi irrompe dentro con tutta la potenza accumulata, tutta la quantità a stento trattenuta dagli argini.

  • Coinvolgente vs pervasivo

    Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
    Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
    Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
    Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
    Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.