Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi.
Tag: Padrone
-
Ombre
-
Azzurro
I suoi occhi sono azzurri ma bordati di nero.
Non come quegli occhi di un turchese così chiaro, così labile, che si disperde nella sclera come una pozza d’acqua bassa, limpida e tranquilla, che non riserva sorprese.
I suoi somigliano più a un lago di alta montagna: circondato da alte rupi che gli si riflettono dentro e lo scuriscono, dandogli una profondità cupa, fatta del riflesso di altitudini ostili. Quelle vette così ripide, così ardue da scalare, divengono abissi inconoscibili. Appena sotto la superficie piatta si nasconde il gorgo pronto a inghiottire.
Così i suoi occhi mi divorano, conficcano in me i loro ghiacciai. -
Preda
Sono preda delle mie sensazioni.
Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
…i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.
-
Bandierine
A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
E poi.
E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.Tiro un sospiro di sollievo.
-
Limes
Che rumore fa un limite che si infrange?
È il suono della depressurizzazione della camera stagna del cuore, che perde quota e precipita nello stomaco.Ci sono limiti come matasse di filo spinato, che al solo tentare di passare ti straziano le carni.
Ci sono poi limiti come fitti cespugli di rovi, attraverso i quali puoi riuscire a trovare, con fatica, un sentiero per passare; graffiandoti e scorticandoti, certo, ma spesso anche trovando succose more da gustare.
E ci sono limiti come teche di vetro. Attraverso la superficie trasparente puoi vedere quale tesoro vi sia conservato, che anela ad essere recuperato, che ti tenta e ti implora da dentro la sua lucida soffocante prigione. Si può allora sicuramente trovare la chiave o il meccanismo per aprire la teca, con tempo e pazienza; ma si può anche talvolta dare retta al cartello che dice che in caso di emergenza – ovvero nell’occasione giusta – si può rompere il vetro. E quando l’occasione è giusta, è criminale e folle non coglierla per spezzare quel limite. Ecco, allora può essere che ti taglierai col vetro rotto, e che magari parta un allarme; ma avrai tra le mani ciò che era conservato nascosto in piena vista, dietro una barriera tanto dura quanto fragile.
Potrai allora scoprire che era proprio quella la cosa che volevi, e che era stata messa sotto vetro solo per paura che si rovinasse, o per una falsa superstizione che potesse far male – e lì restava a prendere polvere: un desiderio inespresso, una voglia negata, un bisogno sedato. -
Stasi
Guardo le lancette dell’orologio; fuori, le campane della chiesa vicina iniziano a suonare. In qualunque posto, in Italia, c’è una chiesa vicina. Guardo le lancette ma non le vedo, persa nei miei pensieri. Sento lo scampanio.
Sono le sette. È presto. Ma in realtà ho poco tempo per prepararmi e uscire.
Nei momenti di fretta, di ansia, di tensione, anche di intensa emozione, faccio così: mi fermo.
La mia mente si congela, come attivando un campo di stasi, e resto sospesa tra sensazioni e pensieri mentre il tempo prosegue la sua lenta e costante corsa come un qualcosa di esterno a me, di estraneo.
Mi ripeto che dovrei muovermi, sbrigarmi. Una voce preoccupata, nella mia testa, mi fa la lista delle cose che mi servono e mi incalza: hai preso questo? e questo? stiamo dimenticando qualcosa, lo so! La ascolto con un orecchio solo, come immersa nella gelatina.
Metto a fuoco. Sono le sette e dieci. Quando sono passati dieci minuti? Dove sono andati? I muscoli mi tremano, smaniosi di correre, di andare; ma sono ancora ferma.
Forse questa tensione immobile è simile a ciò che sente uno scattista ai blocchi di partenza. Sa che tra poco, anzi tra pochissimo, dovrà andare e dare il meglio di sé. Si è preparato e inspira per lo scatto. Ormai è lì, quello che poteva fare l’ha fatto, forse non tutto, forse non bene come avrebbe potuto; ci starà pensando o, come per me ora, ha in testa solo interferenze, come una vecchia tv sintonizzata male? Comunque ormai è lì: è il momento, anzi lo sarà tra poco.
Le sette e venti. Mi alzo, e che questa corsa abbia inizio. Mi lascerò sferzare dal vento che creerò io stessa col mio movimento: siano tre giorni 24/7, si svuoti la mia mente di ogni altra cosa. -
La prima volta
Il frustino si appoggia sulla chiappa destra; tap tap tap, piccoli deboli colpetti e poi, WHACK! un colpo forte. Soffoco un urlo.
Si poggia sull’altra chiappa: tap tap tap, WHACK! Gemo, ma più piano di prima, perché ho capito il giochetto.
Si poggia sull’esterno coscia destro; attendo: tap tap tap. WHACK – nell’interno coscia sinistro.
Salto e strillo, uno strillo acuto che mi si strozza in gola.
E per la prima volta, penso: bastardo.
Non lo dico, oh certo che no, anche se sono tentata. Ma lo penso. Rimango stupita di averlo pensato. Non sono il genere di masochista che insulta, per niente.
C’è una prima volta per tutto, immagino. Anche per dare del bastardo al proprio Padrone, sia pure solo pensandolo.Forse, ne sarebbe persino compiaciuto, a saperlo: come un complimento al suo sadismo.
-
Vicinanza
Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.
-
Festa
24 ore di veglia e una festa dopo, sto crollando dalla stanchezza e scrivo. Sono accadute delle cose stasera (stanotte? stamattina?), alcune frivole, altre importanti: ancora non ho la lucidità per raccoglierle e comprenderle, ma già sono felice.
Mi lascio andare tra le braccia di Morfeo con lo stesso abbandono con cui mi affido al mio Padrone; emozionata per le sensazioni che verranno, per i sogni, per la sua presenza. Non pretendo di capire ora. Lascio che tutto si sedimenti, che la confusione si plachi e ogni cosa vada al suo posto nel lento cadere del riposo.
Domani sarà un buon giorno. Anzi, è già oggi.
