Aggrappata alla cavallina, gli occhi semichiusi. Mi sembra perfino sbagliato tenerli aperti e guardare, spiare cosa fa, cosa potrebbe stare per farmi: come se barassi, rubassi un’informazione. Così li tengo chiusi e mi lascio andare alle sensazioni. Respiro a fondo.
Il dolore dei colpi mi culla, quasi.
Ad un certo punto, durante una pausa, mentre Lui cammina altrove (forse a cercare uno strumento? a pensare a cosa farmi? forse sta solo controllando il cellulare, o accendendosi una sigaretta. Ssst, non pensare, non guardare, respira, aspetta), ad un certo punto quasi mi addormento.
Non so come succede. Le endorfine si mescolano con la stanchezza del poco sonno accumulato, forse, o la sensazione di essere al mio posto, l’abbandono, la luce soffusa: non so, ma chiudo gli occhi e non penso più, e quasi mi addormento. Certo, poi il dolore improvviso mi risveglia di scatto, ed il trauma è quasi piacevole.
Le palpebre pesanti, un vago sorriso che mi aleggia sulle labbra. Le mani afferrano la cavallina, si stringono, si tendono, allungo le braccia o le chiudo vicino al corpo: movimenti senza controllo, dettati dagli stimoli dolorosi, guidati dai nervi come una marionetta dai fili.
Mi sento un pupazzo di carne, un Suo giocattolo che può usare per fare del male. Per godere dell’imporre il dolore.
Quello che fa a me potrebbe starlo facendo alla cavallina stessa, ma Gli serve che il pupazzo soffra e sanguini per potersi divertire davvero. Per questo Gli serve non un oggetto inanimato, ma uno vivo.
Io sono – e voglio essere – il Suo pupazzo di carne.
Tag: Padrone
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Meat puppet
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Tornata
“Bentornata”
Due abbracci, la stessa parola.
Due momenti che infine penetrano la scorza dura che mi sono fatta, che mi sciolgono il cuore e le difese.
Due momenti uno più inaspettato dell’altro, e per questo tanto più significativi.
Adesso mi sento meglio. Certo, lo so che avrò altri momenti di insicurezza, di dubbio. Ma mi sento tornata, e mi sento bentornata.
Saprò restare a cuccia. -
Graffi
Mentre mi riga la schiena con le unghie, penso: non voglio far finta di dire di no, né arzigogolare richieste ossequiose; voglio dire davvero che ne voglio di più. Voglio ammetterlo, anche a me stessa. Più graffi, più profondi. Contatto con un corpo caldo, non con un freddo strumento; sentire che il calibrare della forza con cui mi viene inflitto dolore è totalmente alla volontà del Padrone. Non c’è errore, mira sbagliata, errata valutazione di traiettoria o carico. Non c’è puntura, impatto, sorpresa. C’è il brivido del solco, il lento avanzare del dolore nella mia carne, il crescendo.
Sono nelle Sue mani.Dico: di più. Per favore. Di più.
Affonda.
Divento un fascio di carne e sensazione; esisto solo per essere graffiata, segnata, scavata, dilaniata.Per fortuna ha Lui il controllo; perché in questo istante, se fosse solo per me, mi lascerei distruggere. Mi farei fare a brani: mi consegno a occhi chiusi al mio carnefice e spero solo che mi faccia sanguinare – tutto il resto scompare. Ma, per fortuna, il controllo lo ha Lui.
Mi lascia con la carne rossa e gonfia e la testa leggera, gli occhi socchiusi ed un mezzo sorriso incagliato sulle labbra.
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Allo scatto della mezzanotte
La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
Pensa in ruolo.
Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare. -
The day after
Sentire il culo duro, dolorante, indolenzito, presente, è come vivere in una realtà aumentata, amplificata.
Sento una vibrazione aggiuntiva di fondo che mi accompagna e mi illanguidisce. Mi toglie quella odiosa fame nervosa; mi fa sentire in ordine e a posto col mondo.
Ogni momento in cui mi siedo, in cui prendo una botta involontaria, in cui i lividi si svegliano e dolgono, ognuno di quei momenti mi fa sorridere in mezzo ad una smorfia di dolore che devo dissimulare. Sorrido tra me del segreto che celo, guardando colleghi ed amici ignari di quale altra persona io sia, di quali cose strane e meravigliose sia partecipe. -
Ruvido
La corda di canapa mi morde, ruvida; stringe.
E’ un tocco diverso rispetto a quanto provato finora con il bondage. Diverso rispetto allo scorrere veloce, tecnico, preciso, persino gentile delle esperienze di sospensione. Allora, quando le corde venivano strette, era uno strattone cortese, fatto per la mia sicurezza.
Ora, invece. Non c’è scortesia ma una studiata crudezza. Una forza, un trattenere.
Mi agito un po’, provo a fare resistenza per sentirmi costretta, per sentire che le corde stringono e scavano nella carne. Lui tira, comprime.
Sento dolore e questo dolore mi piace.
Ad un certo punto, non so perché, smetto di lottare. Tutti i muscoli del mio corpo si rilassano all’unisono. Non sento più la musica, né il chiacchiericcio delle persone attorno, né il freddo che penetra dalla porta lasciata aperta, in fondo.
Mi lascio andare, la mente vuota. Penso: è subspace?
Le corde tirano, grattano, scorrono; avverto costante addosso la presenza mai invasiva di lui. E’ una vicinanza che mi trasmette calore, dominanza; mi dice: sono qui. Non puoi scappare. Ma anche: non ti abbandono.
E’ kinbaku, mi ha spiegato prima. Non dev’essere estetico, ma duro. Corda non ha mai significato dolore, per me; ora invece la canapa che gratta, che scava con intenzione, con intento di fare male, mi trascina da un’altra parte.Il giorno dopo mi passo la mano sul braccio e lo sento dolere nel punto dove erano passate le corde. Mi guardo ed osservo affascinata i segni rossi, scuri, doloranti rimasti.
Ringrazio il mio Padrone Sadicamente Master che mi ha concesso questa esperienza, ed il rigger che l’ha condotta: Giuseppe Bombelli (Magister Animus).
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Divertimento
“Tu sei un mio divertimento, kat”
Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.
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Io/non io
Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
Fa male.
Non sono io.
Non sono io.
Non sono io.
Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
Non sono io.
Non sono io.
Non sono io.
Non devo essere io.
Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
Mi sottometto.
Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione. -
Insolente
Sono diventata, col tempo, insolente – è questa la parola giusta. Rispondere, essere sarcastica, sicura di me fino alla presunzione; sentirmi superiore senza rendermene conto appieno, e sentirmi a disagio in un qualche modo oscuro, non chiaro. Un malessere interiore indefinito.
Un singolo colpo.
L’ho provocato, oh sì. Nel tempo, ho iniziato a provocarlo, sperando che reagisse; e poi, l’ho provocato perché avevo perso fiducia che avrebbe mai reagito. Sono stata insolente perché non Gli davo credito; e ci soffrivo.
Un singolo colpo.
Un singolo colpo, un urlo e un bagno rovente di umiltà.
Adesso se ci penso non ricordo nemmeno cosa Gli ho detto, che battuta ho fatto, quale risposta insolente ho dato. Ricordo solo di aver fatto la smart-ass, la furbastra, la linguacciuta. Ho voluto fare il mio commento smargiasso.
Ho urlato, ho urlato e mi sono piegata. Mi sono salite tutte le mie lacrime agli occhi e un groppo in gola. Un dolore feroce. Un passo vitale verso il recupero della mia educazione.Ero arrivata che non sapevo cosa provare, né cosa volevo aspettarmi.
Sono andata via con agli occhi le lacrime della gioia, un violento segno rosso su una coscia e la felicità di aver ritrovato il mio Padrone.
O meglio: di aver ritrovato la me stessa slave. Perché Lui era sempre stato lì.
Con il mio comportamento irrispettoso, disobbediente, ho mancato di rispetto alla mia scelta di AppartenerGli, di essere Sua slave – ed è questa la cosa preziosissima che Lui mi ha fatto capire. Mi ha obbligato ad essere onesta e responsabile con me stessa: è per questo che è così difficile obbedire, ma so che è l’unica cosa che davvero conta, che davvero funziona.Io sono Sua perché ho scelto di esserlo.


