Consapevolezza

A giochi finiti, con le luci accese e la normalità che sta riprendendo piano piano possesso di me, Lui copre in due passi la distanza che ci separa e con un ghigno feroce viene col viso a un centimetro dal mio, incombendo su di me che mi sento ancora più piccola.
Dice: “Perché sei…?”
Sobbalzo, arrossisco, abbasso la testa e chiudo gli occhi. Il cuore mi salta in gola e vorrei che la terra mi inghiottisse. Boccheggio, ma raccolgo la voce per rispondere:
“…cagna”.
Lui si rialza, mi dà una brusca carezza sulla testa, sorride e si allontana soddisfatto.
E nonostante sia umiliante e mi vergogni da morire, non riesco a fare a meno di sorridere e di pensare che adoro essere chiamata (e trattata) così.

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“…ffnd…”, mugugno.
Li sento spostarsi verso di me all’unisono per un “EH?” che mi suona detto in un sorriso.
“…Affonda”, ripeto a voce più alta, scandendo.
“Cosa?”, chiede lei.
“Le unghie”, sorrido io.
Poi è come immergersi in una vasca di acqua bollente dopo una giornata terribile. Brucia ed è meraviglioso e liberatorio e azzera finalmente tutti quegli stupidi pensieri che mi ronzano in testa. Mi lascio sommergere dai graffi, unghie appuntite che affondano e mi rigano la pelle; i miei strilli si strozzano in singulti e mi appendo ai lacci, in punta di piedi, avanti e indietro per sfuggire e per sentire.

Non riesco a non dare loro del lei.
Non riesco a guardarli negli occhi, che tengo bassi quando non sono bendata.

Mi lascio andare alle sensazioni, serena; so di poter dire sì, no, più piano, più forte, e lo faccio. Mi permettono di scegliere gli strumenti e poi giocano, scambiandioli: il limite diventa solo un pretesto per la creatività.
Mi era mancato tutto questo: il dolore, la sorpresa, il flusso di sensazioni; il colpo improvviso che mi sospinge nel subspace, il colpo crudele che mi riporta giù. La carne che riceve, che si apre, che si bagna; il senso di abbandono, di arrendersi. Resto nuda in ogni senso possibile e mi sento al sicuro coi miei torturatori; al di là della benda che mi chiude gli occhi, sono due e sono uno: si muovono insieme, uniti sopra di me, complementari e armonici ed io gioisco della loro gioia, specchio di carne da martoriare.
Ad un certo punto penso di non farcela oltre, che non ci sia più margine per fare altro. Invece mi stendono e scopro di poter sentire ancora di più: la cera calda mi investe come un torrente in piena e mi trascina via con sé, sciogliendo anche la mia coscienza.

Rimane di me una polpetta di carne segnata e felice, scondinzolante di gratitudine.

Addio e grazie per tutto il dubstep

Tre anni non sono un giorno e non verranno dimenticati mai.
Sono cresciuta, cambiata. Ho vissuto esperienze che non avrei creduto possibili, superato limiti che credevo invalicabili. Poi, come sempre, la vita capita.
Non è davvero un addio, in ogni caso.

Promesse

Una volta, ho promesso che non avrei più avuto aspettative. Che non mi sarei più presentata sperando di ricevere una cosa o un’altra: qualunque cosa fosse successa, ne avrei preso il bello. Ma non ci riesco. Non riesco a non sperare che accada qualcosa – eppure resto legata a quella promessa, e non riesco a dire che mi sto aspettando qualcosa.

Fluo

fluo

Essere così stanca da sopportare a fatica quei soli otto aghi.
Inspirare ed espirare per poter essere la sua tela, finalmente sotto le sue mani.
Sorridere perché sono le cinque del mattino e lui è orgoglioso di ciò che ha voluto e saputo creare.
Sentirsi creazione, oggetto, proprietà.

Pimp my slave.

Needles

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Non ho mai provato prima gli aghi; anzi, erano un limite, fino a che non ho visto il mio Padrone farli ad un’altra sub ad un play party.
L’attenzione, l’intensità del suo sguardo, la decisione e precisione del gesto; la punta d’acciaio che scivola nella pelle con estrema facilità; l’aria concentrata eppure rilassata della ragazza stesa sul lettino. Il senso di abbandono, di connessione che si crea si espande nell’aria come una nube densa che mi avvolge e mi fa desiderare di provarlo.

Seduta sulla sedia, abbraccio lo schienale; non so se ho freddo, ma tremo. Il primo ago entra che quasi non lo sento; il secondo invece duole; il terzo non so. E via così.
In pochi attimi la mia mente si scioglie e scende a riempirmi il corpo. Gli aghi entrano ed espandono la mia percezione finché non c’è più testa, ma solo corpo. Accade in silenzio, per espansione, senza strappi, senza colpi. E’ tutto molto lento e tranquillo – non come una sculacciata, o l’impact play in genere. Quello, letteralmente, colpisce. Qui invece è un progresso lento, il dolore è diffuso, denso; è un lento salire della marea, invece che un’ondata che si frange sul riff. Mi riempie e me ne lascio riempire.
In alcuni momenti mi sembra che non sia nemmeno doloroso; in altri mi sembra di non poter sopportare nemmeno un altro ago. Inspiro; espiro. Mi viene offerto un bicchiere d’acqua; non ho sete, ma lo accetto per autoconservazione. So, sento che le mie percezioni ora sono falsate, amplificate, ridotte, distorte. Non sento certi stimoli, esisto solo in alcune sensazioni.
Non è solo il pungere e lacerare dell’ago che penetra nella carne; è sentire gli aghi conficcati, presenti. Non mi permettono di dimenticarli, anche se non li vedo. Ogni ago che entra mi distrae per un secondo, e poi sale a sommarsi agli altri, a colmare un vaso che sono io. Mi obbligano ad essere presente ed insieme ad abbandonarmi in una dolce assenza: vivo sospesa in un dolore diffuso, sordo, persistente che mi culla e mi obnubila.
Le ali che mi trovo conficcate nella schiena mi fanno volare in alto, vicino al sole, ma non si sciolgono perché sono d’acciaio.

Io, loro… lui

Uno dei miei limiti è il giocare insieme ad altre sottomesse. Sono consapevole che, purtroppo, in una tale occasione mi partirebbe un incontrollabile embolo di competizione. Preferirei di gran lunga che non accadesse e ci sto lavorando, ma finché non è risolto è e resta un limite: perché rovinare il gioco a me, ai Padroni e pure ad una terza persona? Meglio evitare.
Per questo nei giorni scorsi mi ha colpita con grande stupore un pensiero vagante: e se fosse un lui?
Pensando di giocare con un altro sottomesso maschio non mi parte alcuna gelosia, né senso di competizione. Non so perché. Non ci avevo nemmeno mai pensato, ma nel momento stesso in cui quell’idea mi ha attraversato la mente ho iniziato a fantasticare (dannata immaginazione).

Attraverso la porta ed entro nel dungeon: il dubstep che fa da colonna sonora batte dalle casse, le luci sono soffuse, rosse, smorzate dal soffitto nero; i miei occhi ci mettono qualche attimo ad adattarsi, ma lo vedo subito. E’ in ginocchio al centro della stanza, ha addosso solo un paio di slip neri – esattamente come me. Tiene le mani dietro la schiena e la sua bocca si apre in un atto spontaneo di stupore quando mi vede, e lo stesso fa la mia. Mi blocco e ci osserviamo.
E’ moro, coi capelli corti, sbarbato e depilato; un corpo solido, né grasso né scolpito. E’ un bel ragazzo.
Lady Rheja, dietro di lui, sorride. Il Padrone mi passa dietro la schiena e va a sedersi sul trono: anche lui sorride, sornione. “Sorpresa”, dice, non so se a me o a lui – forse ad entrambi.
Il cuore mi batte nel petto, è strano che ci sia anche un altro sottomesso.
Ci portano alla struttura e ci mettono uno accanto all’altra. Lui è, naturalmente, più alto di me. Ci osserviamo di sguincio, non riusciamo a dirci nulla: siamo pur sempre in presenza dei Padroni e non ci è permesso chiacchierare, siamo in gioco.
Il Padrone lega me e Lady Rheja lui: ci legano alla stessa maniera, le corde che ci passano intorno al torace, i polsi uniti dietro la schiena e poi sollevati in alto, assicurati alla struttura: lo strappado ci forza a chinarci in avanti, esponendoci. Barcolliamo per gli strattoni alle corde, per la posizione, ed ogni volta che per caso ci tocchiamo o ci sfioriamo sobbalziamo, come avessimo fatto qualcosa di sconcio. Lo guardo e vedo che anche lui arrossisce come me. Sorrido, e lui mi sorride in risposta.
Uno schiaffone fortissimo mi cala improvviso sul culo e mi strappa un grido; grida anche lui, colpito all’unisono. Il Padrone e Lady Rheja ci passano davanti portandosi alla nostra vista. Ridacchiano: “Allora, avete già iniziato a fare comunella?”, dicono; “Fate poco i furbi, occhi bassi e non toccatevi; ora ci divertiamo”, e tornano alle nostre spalle. Io e lui tremoliamo e ci mordiamo le labbra; abbassiamo gli occhi a terra senza più osare guardarci.
Il gioco inizia sommesso per farsi via via più intenso; i Padroni ci girano attorno, ci colpiscono, ci toccano, ci strizzano, ci spingono una contro l’altro e ridono del nostro imbarazzo, dello sforzo spasmodico ed inane di non guardarci né toccarci, appesi come siamo e tempestati dai flogger, dalle mani, dai frustini, da strumenti che non capiamo cosa siano ma fanno male, male, e ci gettano le menti in un deliquio liquido e sbavante.
Infine i Padroni ci sciolgono e ci spostano, ci mettono in ginocchio sul tappeto con le mani dietro la schiena; ci abbassano gli slip e si prendono gioco della nostra rispettiva eccitazione. Non riesco ad impedirmi di girare gli occhi a guardarlo ed è lì, evidente, dritto, duro, lucido e umido. Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo che risale dal lungo filo traslucido che collega il mio sesso alle mutande.
“Cosa stai guardando, eh?”, esclama il Padrone.
“La stai guardando in mezzo alle gambe, vero?”, rincara Lady Rheja.
Sia io che lui saltiamo, colti in flagrante, e giriamo subito la testa dall’altra parte. I Padroni ridono. La vergogna mi fa avvampare, ma sono bloccata dove sono, in ginocchio in mezzo alla stanza, nuda, bagnata, la pelle che sfoga il calore dei colpi subiti. Ho il respiro pesante.
“Bè – dice Lady Rheja – sembra che tutti e due abbiano una voglia disperata di venire!”
“Dici? Non si capiva”, commenta con pesante sarcasmo il Padrone.
“Dai – intercede lei – sono stati bravi. Glie lo lasciamo fare?”
Mi tendo come una corda. Oso guardare di sottecchi in direzione del trono, dove sono seduti, lei sulle ginocchia di lui, nella speranza che sia vero, che lui acconsenta; di colpo divento pienamente consapevole di quanto il sesso mi bruci e scotti, di quanto sia gonfio di voglia. Oh, per favore, per favore, penso.
“Mmm – fa lui, lasciando che il silenzio addensi il nostro desiderio – in effetti sono stati bravini, hai ragione”.
La tensione si fa palpabile. Sento anche quella di lui, accanto a me; un altro fugace sguardo – è più forte di me – e lo vedo che salta e si contrae, già sull’orlo dell’orgasmo. Vederlo mi carica ulteriore voglia.
“Allora li lasciamo venire?”, chiede lei con intenzione. In quel momento lo vedo arrivare, e capisco che c’è sotto qualcosa, che lo hanno già concordato, che quello scambio di battute non è affatto spontaneo, ma costruito per farci salire un’aspettativa da distruggere con calcolato sadismo.
“Bè – chiosa il Padrone con un ghigno – ne lasciamo venire uno dei due“.
Ci cala addosso un macigno. Il mio sguardo e quello del ragazzo si calamitano l’uno all’altra e poi si inchiodano a terra. Gli sguardi dei Padroni sono taglienti come lame, riesco a percepire quasi fisicamente il piacere che stanno traendo dall’osservare la nostra lotta interiore, il desiderio che ci dilania, la tensione che ci rende naufraghi nella stessa barca.
I Padroni si alzano e vengono ad incombere sopra di noi.
“Come decidiamo?” chiede lei.
“Tiriamo a sorte – risponde lui – Lui è tuo, e lei è mia. Cosa scegli: testa o croce?”
“Testa!”
Sento il tintinnio della moneta che salta dalla mano del Padrone, ed un attimo dopo la vedo atterrare ai loro piedi, davanti a noi. Io ed il ragazzo tiriamo il collo per guardare.
“Cosa è uscito, kat?”, chiede il Padrone.
Apro la bocca per rispondere, ma la scopro impastata. Mugugno qualcosa, deglutisco e rispondo: “Testa”.
“Non ho sentito”, fa lui.
Inspiro, chiudo gli occhi, deglutisco ancora e dichiaro ad alta voce: “Testa, Padrone”.
Il cuore mi batte all’impazzata, non so se di rabbia, delusione, voglia, tristezza, invidia, umiliazione o cosa. Sento il ragazzo sorridere di gioia, impaziente di poter accedere a questo inaspettato privilegio. Maledetto, penso, ma non ce l’ho davvero con lui.
“Fico, ho vinto!”, esclama Lady Rheja battendo le mani.
“Brava – sorride il Padrone – allora decidi come fare”.
Lei ci guarda. “kat, stenditi”, ordina. Io eseguo, stendendomi a terra a pancia in su. Da questa posizione vedo Lady Rheja girare intorno al ragazzo, bendarlo e girarlo verso di me. “Ora masturbati – gli ordina – kat, guardalo”.
Apro la bocca come per protestare, ma la richiudo senza emettere un suono. Alzo gli occhi a guardarlo prendersi in mano il pene e toccarsi; è paonazzo di vergogna in volto, ma è duro e lo capisco: la voglia supera l’imbarazzo, e l’imbarazzo aumenta la voglia. Io stessa sento le guance rosse e calde, stringo le cosce senza accorgermene mentre lo osservo tremare e contrarsi.
Il Padrone spegne la musica da sessione e l’unico suono che riempie la stanza è lo sciaguattare umido e ritmico del ragazzo, che rallenta nell’udirsi così chiaramente nel silenzio, ma riprende con maggior foga sotto sollecitazione di Lady Rheja.
Lei lo ha rivolto proprio a mio favore, quindi lo vedo perfettamente bene, e sento il getto caldo sul seno e la pancia. Mi si contraggono i muscoli e quasi sento il mio sesso urlare per la voglia insoddisfatta e feroce che ha. Lui ansima. I Padroni applaudono.

Mi risveglio da questa fantasia con gli occhi sgranati, il respiro grosso, un mezzo sorriso che mi tira le labbra e un forte calore nel basso ventre. Mi rigiro la sensazione tra le labbra e penso che stasera chiederò un permesso per masturbarmi.