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for this is what I feel

Tag: Padrone

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • Prendersi cura della proprietà del Padrone

    Quando devo fare qualcosa per me stessa non sono in grado di farla.

    Una volta, il mio precedente Padrone si era esasperato con me perché ponevo una spaventosa resistenza passiva a fare delle cose che mi facevano stare bene. Semplicemente non le facevo; persistevo in comportamenti abitudinari che mi danneggiavano. In una serata di confronto lui mi si pose davanti, allo stremo, cercando di farmi capire che era una cosa importante, che era per me stessa che dovevo farlo.
    Io scoppiai a piangere e urlai: ma per me farlo per me stessa non è una motivazione abbastanza forte! Ti prego Padrone, dammi un ordine!
    Allora lui si rialzò (era chino su di me) con una luce di comprensione negli occhi – sebbene fosse di certo allibito e perplesso. Ma si prese carico di quella mia incapacità di prendermi cura di me e mi ordinò di farlo.
    Ricordo con chiarezza il senso di sollievo che mi diede il ricevere un ordine.

    Il tempo è passato ma non sono cresciuta, in questo. Ancora, io per me stessa vengo sempre per ultima. Per me stessa non faccio mai nulla. Riempio il mio tempo di impegni per gli altri e quando è il momento di fare attenzione a me un incomprensibile disagio mi soverchia e tergiverso; trovo altri impegni per qualcun altro e rimando ad un tempo che non verrà mai ciò che avrei dovuto fare per me – leggere, scrivere, mettermi la crema, mangiare cibo sano, qualsiasi cosa.

    Ora la sfida più grande che mi pone il mio Padrone è dimostrargli di sapercela fare da me.
    Non mi resta che appigliarmi alla consapevolezza che ciò che faccio per prendermi cura di me in effetti è una cosa che faccio per Lui: mi prendo cura della Sua proprietà – cioè io.
    E chissà che infine non impari a fare le cose per me e basta.
    Quello di cui ho paura e’ che, una volta che sarò forte ed autonoma, in grado di prendermi cura di me, allora non avrò più bisogno di un Padrone, perché sarò Padrona di me stessa.
    E non voglio.

  • Catetere

    Accetto perché conosco com’è. Mi è toccato metterlo per ragioni mediche e non di gioco, quindi so che non è così terribile. Sono felice di poter soddisfare quella luce sadica accesa negli occhi della mia Lady.
    Quando mi stendo, comunque, tremo.
    Tengo le braccia piegate, le mani chiuse vicino al viso, in una posizione che per me è di protezione; tengo le gambe larghe sul lettino da clinical, e tremo.
    Non ho propriamente paura, o forse sì. Non temo il catetere in sé; temo gli sguardi. Si raccoglie intorno molta gente e io sono lì: esposta, allargata.
    Chi lavora su di me è molto bravo e professionale, molto attento, cosa di cui sono grata: non è passato molto tempo da quando ero molto ipocondriaca, terrorizzata da contagi inesistenti. Una volta non avrei mai accettato di fare clinical, di nessun tipo. Li osservo armeggiarmi addosso coi guanti, aprire le confezioni sterili, usare disinfettante e lubrificante.
    Il mio Padrone, ai piedi del lettino, schiocca le dita e mi riporta da Lui, accertandosi che stia bene. Confermo.
    Io sono …non so come sono. Mi tremano le gambe, mi batte forte il cuore. Non sto male, non sto nemmeno bene. La pratica è disagevole in sé.
    Il fastidio fisico di quando il catetere viene inserito è trascurabile, lo sento all’inizio ma mi adatto quasi subito; non è doloroso. E’ solo umiliante. Solo.
    Di colpo realizzo cosa mi terrorizza.
    Non ho scelta: piscerò davanti a tutti. Non ho alcuna possibilità di oppormi: il catetere bypassa ogni tipo di difesa o volontà. Potrei stringere i muscoli, chiudere le gambe o urlare che non voglio; ma non ho il controllo.

    Non.
    Ho.
    Il.
    Controllo.

    Inghiotto aria a vuoto, il cuore in gola. Vibro fino nelle profondità del mio essere. Questo degrado; questa umiliazione: mentre mi distruggono mi risuonano dentro.
    Sono strana.

  • Il mio posto

    Il mio posto

    C’è un posto per me, ed io so qual è.
    E’ un posto in basso, un posto in cui non ho il permesso di alzare lo sguardo. E’ un posto che mi fa sentire bene, pacificata, al sicuro.
    Ogni tanto lo dimentico: mi siedo sulle sedie, rispondo in modo sfacciato, o spero di ottenere più di quanto mi è dato. Dimentico dove è giusto che stia, dove sto davvero bene.
    Il mio posto mi viene ricordato con facilità; basta uno sguardo, una parola, un gesto; un silenzio, anche. Oppure me ne rendo conto da sola, e torno a cuccia con le orecchie basse e la coda tra le gambe. Mi accoccolo e torno tranquilla, rinchiusa e racchiusa.

    Ora sono qui: mortificata, dispiaciuta.
    Non voglio andarmene dal mio posto; desidero solo che mi sia concesso restarci.

  • Brat

    In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
    “Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
    Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
    “Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
    Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
    Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
    Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
    Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

    In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
    Mi batte ancora forte il cuore.

  • Impegni

    Due settimane frenetiche; sveglia presto, lavoro al pc, pulizie, preparativi, viaggi, lavoro in cantiere, serate con parenti, giri da amici, emozioni, cibo sbocconcellato in macchina mentre mi sposto da un luogo ad un altro.
    La mente finalmente libera di stare zitta, soverchiata dal lavoro fisico, dall’avere molto da fare e poco tempo per elucubrare.
    In questi giorni il cellulare arriva sempre a sera scarico. E anch’io: mi infilo a letto tardi sempre cotta di stanchezza, ma una stanchezza bella, appagante. Consapevole di aver fatto qualcosa di utile, calda del calore delle belle parole ricevute.
    Giornate vissute lontano dal Padrone, separati dalla fatidica vita reale.

    Ma in un posto speciale nella mia mente, io non smetto mai di essere la Sua slave.
    Anche se sto facendo tutt’altro, se mi dolgono i muscoli sotto sforzo o se strizzo gli occhi nel sole al tramonto, di ritorno a casa; anche lontana mille miglia, mi basta un pensiero fugace, un ricordo, l’immagine del Suo sogghigno.
    Allora vibro; mi contraggo come se avessi ricevuto la scossa. Apro la bocca in un singulto e sono di colpo là, nella mia cuccia. Sono l’altra me stessa, quella che in realtà non smetto mai di essere; perché essere slave è parte di me e mi dà forza.

    Sono sempre ai Suoi piedi, Padrone.

  • Sospesa

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    Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
    Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
    Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
    Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
    Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
    Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura.

  • Pavlov

    Una volta il Dubstep proprio non mi piaceva. Anzi, prima ancora di averlo mai ascoltato, lo conoscevo di fama attraverso i meme di internet come una musica per adolescenti che se la tiravano o una cosa del genere; ero quindi molto prevenuta.
    La prima volta che ho sentito un pezzo di Skrillex ho pensato che fosse un po’ troppo pesante; tuttavia, Aphex Twin mi è invece sempre piaciuto, e non è che sia molto più leggero.
    Adesso, in ogni caso, ho cambiato completamente punto di vista.
    Essendo il Dubstep la musica preferita del mio Padrone, l’ho ascoltata mille volte da Lui. Così ora non solo mi piace, ma mi provoca una reazione pavloviana.
    Quando la sento, mi immergo nella Sua presenza; mi eccito, mi emoziono e comincio a tremare. Lo vedo battere il tempo, inclinare la testa. Inizio a sognare, a sentire quasi le fruste che mi danzano sul corpo, che si abbattono e mi segnano. Sento addosso il Suo sguardo, il Suo tocco brusco, forte, potente. Mi lascio avvolgere da questi suoni bassi, martellanti, dalle sensazioni viscerali che mi scuotono dentro, di desiderio e sottomissione.
    Alzo il volume, dischiudo le labbra e ansimo.

  • Bolla

    Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
    Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
    Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
    Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
    Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

  • Il sapore dolce del dolore

    Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
    Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
    Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
    Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
    Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
    Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
    Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.