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for this is what I feel

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  • Need/Want

    Giocando a World of Warcraft si possono fare delle incursioni in gruppo in sotto-ambienti dedicati che si ricaricano da zero per ogni gruppo che ci entra, detti instance (mentre il resto del gioco è in tempo reale per tutti). Nelle instance si combattono dei mostri speciali che, morendo, lasciano un loot (un bottino) speciale. Siccome si è in gruppo, il bottino è offerto a tutti i membri del gruppo, e quando appare ognuno può cliccare “want” se lo vuole o “need” per accaparrarselo. Se tutti scelgono “want” il gioco seleziona un vincitore a caso, che ottiene l’oggetto; se uno sceglie “need” l’oggetto va a lui.

    Per me il BDSM è un “need”.

    Non è solo una cosa che desidero, che vorrei ma così, senza impegno, cui partecipo e se la ottengo bene, se no bene lo stesso, l’importante è partecipare e divertirsi. No. Entro in questa instance apposta per averlo, ne ho bisogno.

    Non solo: il BDSM per me è sia l’instance stessa sia il loot da ottenere. Un’esperienza unica, che si ricrea per me ogni volta che ci entro, anche se può sembrare uguale a se stessa. Un dono che mi porto indietro, speciale e prezioso, che mi servirà poi nel resto della mia vita, per stare bene, per affrontare tutto il resto.

  • La voglia e l’attesa

    Dopo avermi tolto il cappuccio e il morso, dopo avere finito di frustarmi, dopo un tempo infinito e dilatato in cui la mia coscienza si è espansa e disciolta, mi fai stendere a terra. 

    Mi metti sotto i tuoi piedi, davanti al divano. E resto lì. 

    Non succede niente. 

    Sento la pressione dei tuoi piedi nudi sul mio corpo nudo, sul seno e sulla pancia che hai appena segnato con la quirt. Sento i tuoi movimenti, seduto lassù, fuori dal mio campo visivo. Sento la pelle fremere, il desiderio scorrere, le sensazioni che ho provato sciogliersi e riempirmi. 

    Non succede niente. 

    Sto solo lì, sotto i tuoi piedi. E inizio ad impazzire. 

    Mi agito, striscio a terra le braccia e i piedi, tremo e mi muovo come se stessi subendo la peggio tortura. Ed in un certo senso è così. Non riesco a star ferma. La pressione dei tuoi piedi aumenta. E anche la mia agitazione. 

    Non ne posso più. 

    “Padrone, posso toccarmi?”, oso. 

    “No”. Senza appello. 

    Resto ancora lì, a smaniare sotto di te, a terra, bruciante, a sentire la tua presenza, senza poter fare niente, a soffrire della sola immobilità, umiliata dalla mia stessa voglia disperata, aspettando e sperando e anelando per un tuo ordine.

  • And then the world made sense

    Su FetLife seguo e leggo un’autrice molto brava, AncillaL. E’ una masochista piuttosto estrema, quindi spesso mi succede di trovare i suoi scritti un po’ eccessivi per i miei gusti. Ma ehi, your kink is not my kink but your kink is ok. Al di là delle pratiche, tuttavia, scrive molto bene (in inglese) ed esprime emozioni in cui mi rispecchio, o che mi fanno riflettere. 

    Ho letto di recente un suo testo intitolato “It always feels like the first time” dove dice che sa di avere sempre desiderato quelle cose, fin da piccola: la violenza, l’essere colpita, battuta, il sesso brutale; e che la cosa più sconvolgente, una volta provato, era stata che “it made the whole world make sense”: aveva dato un senso a tutto. 

    Anche per me è stato così: la prima volta che ho provato il BDSM ho pensato: non devo più stare a dieta. Che per me era rivoluzionario: non devo più inseguire un benessere: è qui. Non devo più cercare di andare bene: è già così. Mi è stato chiesto “Come ti senti?” Ed ho risposto – per la prima volta, allora, spontaneamente, perché sentivo che era quella la risposta giusta, e da lì in poi ho sempre risposto così a questa domanda in quel contesto – “Mi sento al mio posto”. 

    Ed era così. Improvvisamente il mondo aveva un senso. 

    Tutto era andato al suo posto, me compresa. Tutto andava bene, tutto sarebbe andato bene: ero pacificata, allineata con l’universo. 

    Nel tempo, sono cambiata io e sono cambiati i dominanti con cui sono entrata in relazione, e le cose non sono sempre state così lisce (mi sono anche rimessa a dieta), ma quella sensazione di senso non ha mai smesso di essere vera. Ho sempre ritrovato il senso di me stessa e del mondo nell’essere sottomessa, a terra, battuta, umiliata, costretta, aperta, denudata. 

    Quello che ricevo in quei momenti è molto di più di quello che appare: recupero la pienezza di me, la serenità del tutto, la pace di un universo colmo di significato.

  • BDSM test

    Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

    == (12/03/2021) ==
    100% Submissive
    98% Degradee
    97% Non-monogamist  
    95% Masochist
    94% Voyeur
    92% Pet
    91% Rope bunny
    86% Exhibitionist
    83% Slave
    68% Experimentalist  
    58% Brat
    51% Primal (Prey)
    13% Vanilla
    0% Ageplayer
    0% Boy/Girl
    0% Switch

    == (10/10/2017) ==
    100% Submissive
    100% Degradee
    98% Non-monogamist
    100% Masochist
    50% Voyeur
    90% Pet
    100% Rope bunny
    65% Exhibitionist
    98% Slave
    58% Experimentalist
    97% Brat
    94% Primal (Prey)
    18% Vanilla
    80% Ageplayer
    95% Boy/Girl
    0% Switch

    Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

    Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
    Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
    Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
    Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
    Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
    Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
    Sono un pochetto più pet (bau).
    Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
    Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
    Un 20% più esibizionista (vero…). 

    Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

    Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

    E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

    Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.

  • Per il tuo divertimento

    Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

    Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

    Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

    Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

    Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

  • Sadomasochismo emotivo

    A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

    Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

    Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

    Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

    Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

    Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

    Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

  • Collare

    Collare

    Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

    C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

    Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

    Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
    Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
    Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


    Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

    E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

    Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

  • Sguardo rubato

    Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

    Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

    Invece, ad un certo punto, oso.

    Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

    Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

    Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

  • Un passo più in là

    Sono tredici anni che vivo il BDSM.
    Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

    Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
    O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

    E poi.

    E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

    E mi travolge.

    Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

  • I nove punti

    Oggi è un anno che ho ricevuto il collare.
    Trovo ironico che oggi sia il giorno in cui la mia relazione viene limitata.

    Sono terrorizzata. Sapevo che dovevamo parlare (“dobbiamo parlare”, a chi non fa paura? a me sì), e anche che Lui, per la Sua relazione con la Sua compagna, aveva ritenuto corretto mettere dei limiti alla nostra, dei confini. Per proteggere la Sua relazione primaria. Una relazione sentimentale e BDSM. Oggi avrei saputo quali.

    Sono gelosa?
    Sono stata gelosa?
    Sì, tanto. Invidiosa, anche. Ero stata vigliacca, paurosa. Trattenuta. Lei invece è un fiume in piena.
    Ma io so che la gelosia è un problema personale, privato, che appartiene in tutto solo alla persona che la prova. Un problema mio. Non ho fatto ricatti, richieste, capricci. Almeno, spero di non avere fatto scenate. Chissà: si perde lucidità. Ma ho lavorato su me stessa, riflettuto; mi sono centrata come schiava. Sottomettermi, accettare. Questo è il volere del Padrone. Fare mio il desiderio del Padrone, per rendere la Sua soddisfazione l’unica cosa davvero importante: non è così, forse?

    E poi, parlare con il Padrone è fantastico.
    E’ successo in passato che gelosie e limitazioni avessero danneggiato il mio rapporto D/s. Ma erano cose non dette, non esplicitate, che sentivo ma che non capivo, nessuno ne parlava, nessuno comunicava. Adesso, invece, è tutto alla luce del sole. Ed è sinceramente stupendo.
    Ci parliamo. Mi spiega. Ci confrontiamo. Mi spiega i nove limiti che vengono imposti. Capisco, accetto, la comunicazione fluisce, c’è sincerità, onestà, trasparenza. E’ un vero rapporto.

    E infine decido: decido di restare, di essere ancora la Sua cagna.

    Mi colpisce, mi usa la bocca, mi tiene a terra con una mano sulla testa.
    “E’ questo il mio posto, Padrone”, gli dico.
    “E ci stai proprio bene”, mi dice.

    Nei giorni seguenti, mi limita ancora. Mette sotto il Suo completo controllo il mio piacere.
    Io pulso, perché sono schiava, e venire controllata mi fa sentire bene. Ogni regola, ogni divieto, ogni imposizione sono parti di me che si sottomettono.

    Nel mio cuore regna la pace.