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  • Decidere

    “Tu cosa vuoi?”

    Messaggi, elucubrazioni, il mio post, i commenti sotto (grazie, mie lettrici), lui che sottoscrive, che mi scrive, parliamo, ci confrontiamo. Quindi?

    “Tu cosa vuoi?”, mi scrive.

    Io fisso la domanda, vado in panico, inizio a scrivere. Scrivo, scrivo: ecco, forse, ma, però, perché in realtà, talvolta invece, verde ma rosso, lungo ma corto, vorrei questo però non proprio, non sono sicura, non credo, ma anche sì.
    Mi fermo.
    Guardo il text wall che ho prodotto. Occupa tutta la schermata, e devo scorrere su e giù per leggerlo tutto. E’ arzigogolato, complicato, lo rileggo e nemmeno io ci capisco un tubo. C’è qualcosa che vorrei dire, che ho dentro ma non riesco a tirare fuori, non riesco ad esprimere quello che vorrei, la complessità di quello che sento, il vorticare di sensazioni e pensieri…
    Penso: mavaffanculo.
    Cancello tutto.

    “Quello che voglio è sentire”

    Basta così. Ho deciso.
    Avevo già deciso? Ho deciso adesso? Avevo già deciso ma però tuttavia? Non importa. Silenzio: tacciano tutte le paranoie, le insicurezze, i ma, i però.
    Sentire, questo è tutto.

  • Doppia natura

    Entra e abbasso lo sguardo. Vorrei guardarlo, ridacchio, non so come muovermi. Alzo gli occhi, li riabbasso subito. Sposto il peso da un piede all’altro, ridacchio ancora. Richiudo la porta, prendo la sua giacca e la appendo.
    Lui mi si avvicina, io guardo per terra, mi mordo un dito, non so bene cosa fare, cosa dire; devo fare o dire qualcosa? Ma cosa? Inizio a sentire una specie di panico: ho paura di sbagliare, di essere stupida, o sbagliata, o deludente.
    Alza le mani e mi tocca, mi carezza la testa, una carezza decisa; mi prende per i capelli, mi fa abbassare. Piego le ginocchia e vado giù. I pensieri iniziano a dipanarsi, il rumore lascia spazio al silenzio. Le sue mani sanno cosa fare e me lo fanno fare. Mi si appoggia addosso, sopra: resto incastrata tra le sue gambe, sento il suo calore, la sua presenza, le sue mani che ancora mi toccano i capelli.
    Mi spinge più giù. Mi prostro tra le sue gambe. Respiro dalla bocca semichiusa, ascolto la sua voce, sento il suo tocco; la mente si svuota, la tensione inizia a sciogliersi.
    Mi alza la gonna e mi passa le mani sul culo.
    Ed ecco che la tensione che avevo scompare e viene sostituita da un’altra tensione, diversa. Tutti i miei sensi vanno all’erta: sono qui, sono adesso, lui mi è addosso: sono per lui.
    Il suo tocco trasmette possesso.
    Mi tocca come si fa con una cosa che si apprezza con le mani: divento consistenza, carne, gioco, bimba, cagna.

    Mi accarezza, mi colpisce.
    Mi blandisce, mi insulta.
    Mi consola, mi schiaffeggia.
    Mi coccola, mi umilia.
    Mi protegge, mi abusa.
    Mi considera, mi usa.

    Mi spinge via e rotolo sul divano, fradicia, il suo sapore in bocca, gli occhi chiusi per non guardarlo, usata, felice, tremante.
    Sono una piccola cosa timorosa e indifesa, e sono una cagna masochista e vogliosa.
    Mi vergogno e anelo.
    Chiedo pietà e ne voglio ancora.
    Dico no ed esprimo sì.

    Non posso decidere. Non posso scegliere. Sono entrambe.

  • 100 giorni

    Mi sembra passato moltissimo tempo. Oppure pochissimo.

    Cento giorni.

    Cento giorni dalla prima volta che ho letto un suo messaggio, da che gli ho risposto perché il messaggio era cortese, educato e mirato. Nessun “ciao” buttato a caso, nessuna pesca a strascico con un testo copiaincollato.

    Cento giorni in cui ci siamo conosciuti, in cui il dialogo è fluito quasi da solo, in cui ci siamo confrontati su gusti, interessi, punti di vista. Cento giorni in cui siamo passati dal tu al lei, dal nome al titolo, dalla conoscenza all’appartenenza.

    Cento giorni di ottovolante. Salite cariche di tensione, discese improvvise, respiro mozzato; cuore in gola, stomaco contratto, gambe strette e nocche bianche per quanto mi aggrappo: per la paura di farmi male, di cadere, della velocità e per l’emozione violenta che mi travolge.

    Cento giorni di parole, di dialogo, di comunicazione; di comprensione anche dei momenti incompresibili. Cento giorni di esplorazione, di termini, di dinamiche; di infilarsi sottopelle e di trovare nuovi modi per farlo, nuove parole, nuove immagini.

    Cento giorni di messaggi che mi fanno sorridere, contrarre, stringere, ansimare, riflettere.
    Cento giorni di corpo, pressione, presenza, vicinanza estrema addosso, sopra, dentro.

    E’ tanto?
    E’ poco?
    E’.

    E’ intenso, potente, destabilizzante, diverso, feroce, intimo.
    E continua…

  • Descrivere

    Altre volte, durante il gioco assaporavo una sensazione e immediatamente la descrivevo. Nella mia mente si formavano da sole le parole per descrivere poi, in un post, quello che stavo provando. 

    Stavolta, no. 

    Ci ho anche provato, per un attimo; ma subito l’intensità del gioco mi ha trascinato via. Non ho potuto pensarlo, solo sentirlo. 

    Ed ora non ho le parole per descriverlo. Ma solo una calda sensazione che mi culla, e il dolore residuo che mi accompagna palpitante. 

  • Promesse

    Una volta, ho promesso che non avrei più avuto aspettative. Che non mi sarei più presentata sperando di ricevere una cosa o un’altra: qualunque cosa fosse successa, ne avrei preso il bello. Ma non ci riesco. Non riesco a non sperare che accada qualcosa – eppure resto legata a quella promessa, e non riesco a dire che mi sto aspettando qualcosa.

  • Ricevimento

    In mezzo ad un ricevimento di matrimonio di amici, tra cibo che non finisce mai, chiacchiere noiose e sorrisi, mi trovo a guardare come le cameriere girano tra i tavoli portando piatti e pietanze; quasi senza accorgermene inizio a fantasticare di servire a tavola ad un grande ricevimento privato organizzato dai Padroni, con tante persone: loro, loro amiche ed amici, gente sconosciuta che invento: mere figure di sfondo, fittizie, solo perché più gente c’è più mi sento esibita – ed anche una Miss che stimo ed ammiro.
    Immagino.
    Essere la serva, nuda o quasi nuda, con i costrittivi ed i tacchi; servire a tavola in modo perfetto e preciso, con le signore che mi fanno i dispetti ed io che giro e brigo per servire tutti al meglio, sotto lo sguardo vigile e severo del Padrone e di Lady Rheja – tesa e concentrata per essere all’altezza, per far loro fare bella figura, perché tutti possano complimentarsi con loro per il mio operato.
    Lui mi dà comandi gestuali che eseguo silenziosa. Lei mi sbriga avanti e indietro dalla cucina.
    Quando passo accanto ai tavoli portando da bere e da mangiare le persone mi afferrano, mi pizzicano; mi attaccano mollette. I Padroni mi bloccano e mi piegano sul tavolo – oppongo una blanda resistenza, solo perché mi eccita di più – e mi inseriscono in vagina l’ovetto vibrante comandato a distanza. Mentre torno a girare per servire si divertono ad azionarlo a sorpresa e a ridere delle mie reazioni, dei salti, degli inciampi e dei gridolini che mi sfuggono, mentre sento la faccia che avvampa.
    A fine cena quella Miss è molto compiaciuta ed ammirata, ed i Padroni di conseguenza. Lei gli chiede: posso farle del male?, con un sorriso cattivo che le illumina il viso. E’ bellissima ed io tremo di desiderio. Ed il Padrone sorride, scambia un’occhiata d’intesa con Lady Rheja e risponde: certo!, e mi guarda di sottecchi per spiare la mia reazione – ed io non vedo l’ora. Rabbrividisco non so se di paura o di gioia, o di entrambe, e mi avvicino ad un suo cenno.
    Così mi mettono in mezzo e mi lasciano massacrare da lei, osservando, intervenendo, umiliandomi. Mi sento addosso gli sguardi di tutti, i colpi mi fanno girare la testa. Vedo i Padroni, abbracciati, applaudire allo spettacolo; la Miss mi gira intorno ed è una presenza densa che danza nella mia carne.

    Torno malvolentieri alla realtà per il brindisi, ancora umida e morbida di questa fantasia inaspettata che mi ha reso lo sguardo languido e le gambe molli.

  • Bianconiglio

    Socchiudo appena gli occhi e trovo il Suo viso accanto al mio. Si è chinato per guardarmi in faccia. Sogghigna.
    “Ci sei?”, chiede.
    “Mmmsiiii Padrone…”, mugugno io.
    Ride. “Sei nella tana del bianconiglio, eh?”
    Sorrido. L’immagine è perfetta. “M-mm”, concordo. E’ proprio così, sono scivolata giù e cado, cado. Incoerente, penso: certo che questa tana è piena di cose, radici, e prendo un sacco di pacche cadendo. Ridacchio tra me.
    Lui si alza e si allontana; giro la testa per seguirLo con lo sguardo e Lo vedo avvicinarsi alla valigia coi giochi. Richiudo gli occhi.
    E poi sento il sibilare del cane mentre lo prova nell’aria.
    Spalanco gli occhi di colpo.
    E’ di nuovo dietro di me e sento che mi picchietta il cane, rapido e leggero, sulla coscia destra, poi sulla sinistra, poi sul culo, come a saggiare dove colpire.
    Mi sveglio completamente e mi irrigidisco: ho paura. Ho paura, aiuto, quello fa male, non sono pronta, non mi sento pronta. Eppure non voglio sottrarmi, e quindi mi aggrappo alla cavallina con tutte le mie forze, stringo gli occhi e aspetto ansimante il colpo duro, il colpo forte, il dolore bruciante e persistente.
    Che però non arriva.
    Lo vedo posare il cane e tornare ridendo da me: “Credo che ora tu sia tornata completamente tra noi, non è così?”
    “Sì, Padrone”, esclamo a voce alta, ed è proprio come ha detto. La paura ha spazzato via il dolce dondolio del sub-space, la testa vuota, la non-presenza; mi ha afferrata nella mia caduta e riportata su, fuori dalla tana del bianconiglio.
    Sono di nuovo del tutto lucida e Lo detesto e e Lo stimo per la volontà e capacità che ha di non lasciarmi in pace nel mio spazio mentale privato, nel volermi con Sé sempre, pronta a subire come vuole Lui, non permettendomi di escluderLo o di usarLo come mezzo per il mio intontimento.

  • Allo scatto della mezzanotte

    La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
    Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
    Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
    Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
    Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
    Pensa in ruolo.
    Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
    Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
    Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

  • The day after

    Sentire il culo duro, dolorante, indolenzito, presente, è come vivere in una realtà aumentata, amplificata.
    Sento una vibrazione aggiuntiva di fondo che mi accompagna e mi illanguidisce. Mi toglie quella odiosa fame nervosa; mi fa sentire in ordine e a posto col mondo.
    Ogni momento in cui mi siedo, in cui prendo una botta involontaria, in cui i lividi si svegliano e dolgono, ognuno di quei momenti mi fa sorridere in mezzo ad una smorfia di dolore che devo dissimulare. Sorrido tra me del segreto che celo, guardando colleghi ed amici ignari di quale altra persona io sia, di quali cose strane e meravigliose sia partecipe.

  • Divertimento

    “Tu sei un mio divertimento, kat”

    Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
    E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
    Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
    Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.

    Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.