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for this is what I feel

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  • Io/non io

    Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
    Fa male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
    Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non devo essere io.
    Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
    Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
    Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
    Mi sottometto.
    Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
    Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
    Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.

  • Insolente

    Sono diventata, col tempo, insolente – è questa la parola giusta. Rispondere, essere sarcastica, sicura di me fino alla presunzione; sentirmi superiore senza rendermene conto appieno, e sentirmi a disagio in un qualche modo oscuro, non chiaro. Un malessere interiore indefinito.
    Un singolo colpo.
    L’ho provocato, oh sì. Nel tempo, ho iniziato a provocarlo, sperando che reagisse; e poi, l’ho provocato perché avevo perso fiducia che avrebbe mai reagito. Sono stata insolente perché non Gli davo credito; e ci soffrivo.
    Un singolo colpo.
    Un singolo colpo, un urlo e un bagno rovente di umiltà.
    Adesso se ci penso non ricordo nemmeno cosa Gli ho detto, che battuta ho fatto, quale risposta insolente ho dato. Ricordo solo di aver fatto la smart-ass, la furbastra, la linguacciuta. Ho voluto fare il mio commento smargiasso.
    Ho urlato, ho urlato e mi sono piegata. Mi sono salite tutte le mie lacrime agli occhi e un groppo in gola. Un dolore feroce. Un passo vitale verso il recupero della mia educazione.

    Ero arrivata che non sapevo cosa provare, né cosa volevo aspettarmi.
    Sono andata via con agli occhi le lacrime della gioia, un violento segno rosso su una coscia e la felicità di aver ritrovato il mio Padrone.
    O meglio: di aver ritrovato la me stessa slave. Perché Lui era sempre stato lì.
    Con il mio comportamento irrispettoso, disobbediente, ho mancato di rispetto alla mia scelta di AppartenerGli, di essere Sua slave – ed è questa la cosa preziosissima che Lui mi ha fatto capire. Mi ha obbligato ad essere onesta e responsabile con me stessa: è per questo che è così difficile obbedire, ma so che è l’unica cosa che davvero conta, che davvero funziona.

    Io sono Sua perché ho scelto di esserlo.

  • Intorno al collo

    Quando sento richiudersi intorno al collo la Sua collana, il mio cuore fa come un sospiro di sollievo.
    Mi guarda e mi dice: questa è mia, personale.
    Mi si dilatano le pupille.
    Forse non c’è tutto questo grande significato, dietro; forse non vuol dire nulla di particolare. Ma per me sì. Ha significato ed è importante. Mi sento di nuovo Sua.
    Poi certo: il tempo tiranno, gli impegni, le telefonate urgenti.
    Mentre vado via, da sola, mastico il sapore amaro della Sua sigaretta, che mi impasta la bocca. Mi tengo per un po’ di tempo la mia malinconia, la mia nostalgia – mi ci cullo dentro, come quando al mattino non si ha voglia di alzarsi e ci si rigira sotto le coperte, avvolgendosi nel piumino. Ma una buona volta mi devo alzare – devo, voglio lasciare questa sensazione grigia e tornare a sentire, a lasciarmi trasportare dall’appartenenza.
    Sentire il Suo collare sempre.
    E più lo sento più mi sento bene.

    Una cosa alla volta, tutto sta tornando al suo posto. Ritorno a sentirmi completa, ad avere un tempo per vivere tutte le infinite sfaccettature di me stessa: dall’amica alla professionista alla moglie alla slave.

  • Letargo

    Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
    E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
    Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
    Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

    Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
    E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

  • Espansione

    Non sapevo come fare a non aspettarmi nulla, ad essere semplicemente e totalmente aperta ad ogni cosa che sarebbe arrivata. Si fa presto a dirlo, ma non avevo idea di come farlo. Come sentirsi ordinare “sii spontaneo” – una contraddizione, un paradosso.
    Invece, è bastato farlo.
    Svuotare la mente, levarsi di dosso pregiudizi. Non pensare né in positivo, proiettandomi in avanti con fame ed ingordigia; né in negativo, tentando di fingere che in realtà non m’interessa, con un atteggiamento da ‘la volpe e l’uva’. Un vaso vuoto, da riempire.
    E’ stato strano; l’incredulità che stesse accadendo davvero ciò che avevo desiderato tanto e tanto a lungo, senza che in quel momento né lo aspettassi né lo desiderassi, mi ha scombussolata. Ma una volta aperto il canale e divenuta ricettiva, tutto il resto è stato obliterato.
    A distanza di giorni, mi restano addosso i segni del cane e della bull, e la sensazione di avere fatto in qualche modo un passo in avanti. Con un modo molto zen, o mistico, o giapponese: nel momento in cui non ho voluto a tutti i costi avanzare, ho compiuto un passo che non avrei potuto fare.
    Ho scalato la montagna che non può essere scalata perché non ho pensato a scalarla.

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Il “vero sub”

    truesub

    Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

    Buongiorno cari amici nella Community!

    Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
    Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
    Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

    ‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

    Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

    Non potrei essere più d’accordo.
    Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
    La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
    Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

  • Onomastico

    Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
    Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
    Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
    Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
    Cionondimeno la intrapresi.
    Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
    Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
    Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
    Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo.

  • Intensità – 24

    Quando sono così di corsa la tentazione di disobbedire è forte.
    Penso: va be’, dai, sto facendo mille cose, un sacco di fatica; se anche indulgo un po’ nell’autogratificazione che sarà mai?! E la mia mano si allunga verso la birra, verso il mio sesso.
    Eppure non riesco ad andare fino in fondo. Non mi va, mi si rivolta qualcosa dentro.
    Assaggio, tocchiccio, ma poi mi fermo.
    È un piacere sporco, rovinato dal senso di colpa, dalla consapevolezza della disobbedienza; mi lascia l’amaro in bocca.
    Piuttosto, se il desiderio è intollerabile o giustificato, preferisco provare a chiederne il permesso.
    Se anche arriva un no, l’attenzione ricevuta almeno un po’ mi placa.

  • Empowerment

    Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
    In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
    Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

    Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.