subservientspace

for this is what I feel

Tag: stanchezza

  • Buon Natale

    E buona fine e buon inizio.

    Ci vediamo l’anno prossimo, con calma. Riposo un po’, mi è necessario.

  • Serena

    Come tre settimane fa ero sfinita, adesso mi sento rasserenata. Sempre stanca, ma in un certo senso ho accettato la fatica.

    Davvero non c’è nessuna prescrizione, nessuna necessità in senso filosofico; nessun giudice che decide del mio diritto ad esistere in una forma o in un’altra, nessuna Legge o Verità che mi obblighi ad essere in un determinato modo per poter essere degna.

    Posso vivermi quello che mi sento, e se non me lo sento posso sempre ripensarci.

    Certo ho ancora così tante cose da fare, così tanti pensieri; ma ho deciso di conviverci. Un po’ alla volta faccio, penso, risolvo; intanto vivo. Magari non sono ancora del tutto a mio agio, ma ho scoperto che sono più a mio agio se accetto il disagio che se cerco di evitarlo: ciò che rifuggo mi controlla, ciò che accetto mi accompagna.

    Il mio riposo non è più una fuga.

  • Sfinita

    No, non lo voglio un altro caffè. Non voglio svegliarmi, attivarmi. Voglio dormire.

    Voglio potermi stendere e riposare, non pensare a niente, non guardare i social network, non controllare se mi è arrivato un messaggio, non rispondere ai clienti né alla mamma.

    Ho bisogno di poter chiudere gli occhi e basta, lasciarmi andare, rilassarmi. Sciogliere la tensione nelle spalle, allungare il collo, inspirare ed espirare; soprattutto: mettere da parte i pensieri, l’ansia, le cose da fare. Smettere di sentirmi in colpa perché non ho fatto tutto quello che c’era da fare nell’universo.

  • Andare avanti

    È qui che mi gioco tutto: nell’andare avanti. Anche se è la cosa che appare meno epica, in realtà è la più potente.

    Supplement di Mari Okazaki
  • Invece, eppure

    Leggo sui social post con descrizioni accorate ed emotive di esperienze di sessione che hanno cambiato l’anima di chi le ha vissute. Emozioni così forti da trasformare chi le ha ricevute, da rovesciare ogni cosa dentro di sé. È sempre la parte sottomessa che ne parla, che esprime quanto ciò che le è stato donato l’abbia toccata nel profondo al di là di ogni possibile immaginazione, e la riconoscenza che prova verso il Padrone.

    È un tipo di racconto che dovrebbe piacermi moltissimo.

    Invece non mi piace.

    Una volta queste narrazioni mi coinvolgevano moltissimo, mi emozionavano, mi facevano desiderare di vivere anche io quelle sensazioni. Anzi, poi io stessa ho scritto di quelle esperienze, quando le ho vissute, e ne ho scritto con gli stessi toni di profonda commozione.

    Adesso mi sale un senso di opposizione. Mi sembra tutto falso, una truffa. Peggio ancora, mi pare che la persona che ne racconta sia un’illusa.

    La verità è che sono arrabbiata: vorrei crederci ancora; credere in quelle emozioni così devastanti, nell’Appartenenza con la a maiuscola, nella capacità quasi onnisciente del Padrone di saper guidare e condurre in luoghi nascosti dell’anima, nella possibilità di vivere sensazioni così potenti da cambiare per sempre il modo di percepire il mondo e se stesse.

    Invece non ci credo più.

    Sono arrabbiata e sono invidiosa: invidiosa di chi ancora riesce a crederci, di chi ancora riesce a sentire quelle emozioni, di chi ancora è capace di chiudere gli occhi e affidarsi.

    Era così bello crederci. Era così bello essere illusa.

    Eppure, nonostante tutto dentro di me spero che tornerò a crederci ancora; forse in un modo diverso: senza quella cecità abbacinata, senza quella fiducia incondizionata, senza quell’abbandono totale. Ma, in qualche modo che ancora non conosco, crederci.

  • La mezza misura

    Sono abbastanza competente da sapere che non sono abbastanza competente.
    Conosco a sufficienza per sapere che non so tutto quello che dovrei sapere.
    Sono dimagrita ma i vestiti non mi stanno ancora come vorrei.
    Sono sufficientemente consapevole di me per comprendere che in alcuni aspetti mi manca ancora consapevolezza.

    E’ come quando cercavo di farmi crescere i capelli: la maledetta mezza misura. Finché li avevo a spazzola erano comodi e stavano a posto; ora che li ho lunghi posso legarli, acconciarli, in un modo o nell’altro stanno a posto. Ma mentre crescevano avevo ciuffi scomposti, troppo corti per legarli ma troppo lunghi perché stessero giù, e per quante forcine, cerchietti e gel comprassi e usassi non c’era verso di trovare loro un aspetto decente.

    Anche con la competenza, la consapevolezza e qualsiasi altra fase di passaggio è così: la mezza misura è la parte più difficile da gestire. Non è che non veda i progressi già fatti, ma paradossalmente mi fanno sembrare l’obiettivo ancora più distante da raggiungere. Nella mezza misura si tratta di resistere e passare oltre, sopportarla per attraversarla, senza cedere alla frustrazione (quante volte sono sbottata e mi sono tagliata di nuovo i capelli a spazzola perché non sopportavo più la mezza misura, e ho dovuto ricominciare dall’inizio?).

    Ad un certo punto si scollina, lo so: poi tutto è in discesa, almeno fino alla prossima salita. Si tratta di tenere duro in un momento in cui la fatica sembra inutile.

  • Voglia di avere voglia

    Sono così stanca.

    Arrivo a sera stravolta, accartocciata. La necessità persistente di mantenermi attiva, attenta, concentrata durante il giorno, di destreggiarmi tra le innumerevoli richieste al lavoro (e anche extra lavoro), mi nutre e mi distrugge. Mi piace riuscire a fare tutto, ma quando finisce la giornata sono finita anche io.

    In questo affaticamento la mia libido si abbassa a livelli di sussistenza. Non ho le energie per avere voglia, così mi iberno.

    C’è però una voglia che non smetto mai di sentire, ed è la voglia di avere voglia.

    Mi manca sentire il desiderio, la spinta che da dentro mi scioglie e mi contrae; ho voglia di struggermi, agognare, stringere le cosce, inarcarmi e sospirare. Ho voglia di sentire quella voglia pervadermi e rendermi calda, attraversarmi ad ondate alterne di piacere negato e soddisfatto, riempirmi fino a traboccare e aprirmi come un frutto maturo.

    Mi infilo sotto le coperte e, mentre mi abbandono ad un sonno ristoratore, mi cullo in questa strana voglia traslata, dolce e malinconica come la nostalgia.

  • Stanca

    Gli impegni mi inseguono, la fatica mi affossa. So di avere preso l’impegno più importante: quello con me stessa. Scrivere.

    E però lunedì sono stata male, e la settimana è stata terrificante. Sono, anche io, umana.

    Mi è stato detto: datti il permesso di fallire.

    Terribile: solo la prospettiva di fallire mi angoscia. Ma cos’è il fallimento, per me? Cosa significa? È deludere gli altri, sentirmi immeritevole, inadeguata. Allora, forse, ogni tanto, magari, posso lasciare andare questo senso di opprimente aspettativa che da sola mi carico sulla schiena e che mi piega in una sofferente stanchezza che non erotizzo in alcun modo.

    Ho fallito di scrivere; continuo a scrivere oltre il fallimento, attraverso il fallimento. Immersa in una fatica che è un pantano e mi rallenta ma non mi ferma.

    Non voglio che mi fermi.

  • Braci sotto la cenere

    La stanchezza mi spegne: mi pare di non avere nessuna voglia di nulla. Non mi va nemmeno di masturbarmi. In questa condizione il denial non funziona: se mi viene tolto qualcosa di cui non ho voglia non è interessante.

    Mi rendo conto che è una strategia di sopravvivenza, la mia. Perché se non ho la possibilità di fare BDSM – per mille motivi, gli impegni, il lavoro, altre priorità, adesso pure la pandemia, eccetera – vado in letargo. Sopisco anche la speranza di poterlo fare. Se non spero, non posso restare delusa; se non ho aspettative, non potranno venire disattese. E comunque, apparentemente non ho più voglia, quindi vado bene così.

    In realtà non vado per niente bene. Sono sempre di malumore, malmostosa. Vorrei avere voglia e non ce l’ho.

    Ma io lo so che ce l’ho, in verità: è solo che non si vede. Il mio corpo la conserva al caldo, in un luogo nascosto dentro di me, pronta ad essere smossa, svegliata. Come braci sotto la cenere. Ravvivare quel fuoco è semplice, ed ogni volta mi stupisco di quanto sia facile riaccendermi, con gli stimoli giusti.

    La parte difficile, forse, è restare aperta al pensiero di riceverli; imparare a non credere a quella falsa mancanza di voglia.

  • Tedio

    Il numero dei contagi 

    Il numero dei ricoverati 

    Sempre le stesse notizie 

    Contatto di un positivo 

    Contatto stretto di un positivo 

    Faccio un tampone 

    Fai un tampone 

    Ripensaci: ho tenuto la mascherina però poi l’ho tolta però in quel momento l’avevo 

    Ho sanificato le superfici 

    Ho sanificato le mani 

    Ho scarnificato le mani a forza di gel 

    Qualcuno mette ancora i guanti 

    La quarantena

    L’autosorveglianza

    La mascherina FFP2 sempre

    In tutto questo la mia voglia va in isolamento anche lei 

    Tanto non ci possiamo vedere e i giorni passano e le settimane passano 

    In una sola parola: 

    tedio