subservientspace

for this is what I feel

Tag: sub-drop

  • Anedonia

    Ancora una volta nella mia vita, come sempre quando ci sono tensioni emotive, stress e decisioni, torno a pensare che l’unica cosa buona da fare sia chiudere tutti i rubinetti: della comunicazione, delle emozioni, della mia capacità di dare, dell’empatia, di tutto. Chiudo tutto, e lo chiudo in ogni aspetto della mia vita – perché a quanto pare non sono fatta a compartimenti stagni, ed il rubinetto è uno solo.
    Vegeto in divano, apatica; scelgo l’anedonia.
    Con gli altri affetto tranquilla serenità, normalità; è facile fingere di stare bene da dietro il piccolo monitor di un cellulare. :) :) :)
    E proprio quando ho quasi deciso di chiudere del tutto – ed in realtà mi dibatto per liberarmi da queste pastoie che mi imprigionano in un’inazione odiosa e appiccicosa – capisco che invece l’unica cosa davvero sensata da fare è aprirmi completamente. Accettare la totale vulnerabilità come vera armatura invincibile, arrendersi per continuare a combattere. Accettare di soffrire per poter sentire.
    E’ una cosa che continuo a scoprire, nella mia vita, perché continuo a dimenticarla: quando hai paura apri, non chiudere.
    Questo non fa passare la paura, ma placa il cuore in tumulto nella consapevolezza di avere, almeno, dato tutto quello che potevo dare. Quando sto male, è perché non ho dato abbastanza, non perché (come talvolta mi convinco) non ho ricevuto abbastanza.

  • Pilates

    Lunedì mattina; sonno, doccia, caffè e vado a pilates. Non mi esalta, ma mi è necessario per placare il mal di schiena. Una lezione individuale a settimana.
    Una lezione, due, tre. Inizio a familiarizzare con gli esercizi, con le macchine. L’istruttore è un ragazzo alto e simpatico; anche lui ha un’aria sonnolenta il lunedì mattina, ma è molto bravo e mi segue passo passo negli esercizi, spiegando e puntualizzando i movimenti perché li esegua al meglio, affinché siano efficaci.
    “Fletti i piedi; giù quelle spalle; tieni il bacino attaccato alla macchina; dentro quella pancia; apri, spingi, richiudi con controllo; rilassa le spalle; premi forte a terra con le mani; scava dentro la pancia; di più; tieni giù il bacino; chiudi le costole; lavora qui dietro, tieni giù le spalle; scava di più la pancia; dai, bene; di più”.
    Mi tocca dove devo tirare, flettere, spingere, rilassare. Ha il tocco professionale di chi lavora coi corpi delle persone: un tocco forte e preciso ma impersonale, mai intimo. Non mi sento molestata, affatto. Mi tocca per aiutarmi, e mi tocca i deltoidi, i trapezi, gli addominali: mi tocca i muscoli, non tocca me. La sua voce è forte e perentoria. Cerco di eseguire gli esercizi al meglio. Lo sforzo, oltre che fisico, è mentale nel cercare di isolare i gruppi muscolari.
    Poi, una mattina.
    “Appoggia qui i piedi; afferrati con le mani; raddrizza la schiena e cresci; cresci qui, tra le costole ed il bacino; no, tieni giù le spalle; allunga il collo; cresci, allunga; allontana le spalle dal collo, forza”.
    La sua mano mi scorre sul collo, da sotto in su, e mi afferra per i capelli. Mi tira la testa verso l’alto, tenendomi per i capelli piano, senza farmi male, ma con decisione. “Allunga il collo, cresci”, dirige.
    Io sento la pelle del collo incresparsi. Un brivido silenzioso mi percorre. Stringo le labbra e cerco di concentrarmi sull’esercizio, finché non mi lascia andare e passiamo ad altro.
    Dopo, cammino un po’ di traverso, lentamente. Malinconica.
    Mi manca così tanto, che pure questo tocco così professionale, così tecnico, mi ha trascinato con sé nel momento in cui mi ha presa per i capelli. Un desiderio di dominazione, di essere presa e strattonata; un desiderio forzatamente sedato, obbligatoriamente rimandato per gli impegni di lavoro. Un desiderio che c’è, che ho, che mi appartiene. Anche se a volte faccio finta che non ci sia.

  • Online

    Torno ancora una volta a chiudermi. Non mi interessa nulla, non voglio, lasciami stare; ho altro cui pensare.
    Un tarlo sempre nel retro del cervello, un pensiero insistente, fastidioso ma mai veramente formulato. Non ci voglio pensare.
    Ci sto male e per non stare male chiudo. Chiudo le comunicazioni, i canali, i rubinetti, tutto. Faccio come se non fosse più qualcosa che mi riguarda.
    Se poi mi capita di pensarci provo a scaricare il tutto con un’alzata di spalle, un dirmi che tanto non conta, non c’è problema, faccio bene anche senza, figurati. Mi metto a riordinare casa, a fare lavatrici. Fisso il vuoto e non so più nemmeno io perché non sto bene, da tanto brava sono nell’auto-inganno.
    E poi per un intero minuto mi imbambolo a guardare lo schermo del cellulare; fisso quello status, “online”, e quasi mi commuovo. Mi rendo conto che è patetico, ma è la massima vicinanza che sento e mi consola. A distanza, ma siamo collegati.
    Come sempre, quando cerco di chiudere fuori qualcosa, poi mi irrompe dentro con tutta la potenza accumulata, tutta la quantità a stento trattenuta dagli argini.

  • Ritorno

    Una forcina alla volta, mi sciolgo i capelli. Sfilo l’elastico e smuovo i lunghi ricci, ravvivandoli dopo la lunga costrizione nello chignon. In questo momento ritorno del tutto dallo spazio di slave. E’ segno che non sono più presso il Padrone, sto tornando a casa.
    A volte compio questo gesto trasognata. A volte dimentico di farlo. A volte lo faccio in modo goffo, già mezza addormentata, e solo perché appoggiando la testa le forcine mi si sono conficcate nel cranio, facendomi male. A volte, invece, lo faccio con un forte senso di malinconia, di lontananza e nostalgia. Forse, delusione. Capisco che preparo la strada al sub drop, ai profondi sospiri che mi accompagneranno fino al prossimo incontro; ai pensieri convoluti.
    Lascio che i capelli mi cadano davanti al viso, che si arrotolino intorno al collo mentre mi sollevo il cappuccio della giacca sopra la testa. Mi avvolgo in me stessa usando i capelli come un bozzolo; mi richiudo e mi raccolgo, per conservare il calore, per farmi piccola. Mollo le cime della mia coscienza e mi lascio andare alla deriva; confido nel mare che mi culli, che col suo dondolìo mi dia quiete.
    Bene o male approdo sempre, di nuovo, sulle sponde del mondo reale, di una nuova quotidianità da affrontare. Con lo sguardo un po’ più offuscato, o un po’ più perso in lontananza: rivolto a qualcosa che è dentro di me. In uno stato transitorio che so passerà, riportandomi in lidi più dolci ed accoglienti.

  • Drop

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    Chissà cosa passa per la testa agli Space Marine mentre vengono scaricati col drop pod.
    Nelle navi imperiali questi immensi soldati, l’elite dell’Imperium, selezionati e migliorati geneticamente e inseriti nelle loro gigantesche armature potenziate, salgono nelle capsule che li scaricheranno violentemente sul pianeta designato, dove di sicuro dovranno combattere contro mostri ed abominii. Di certo durante la ripidissima discesa non pensano a nulla, o pregano il Dio Imperatore, o si caricano per l’imminente battaglia.

    Io invece, quando discendo dal subspace, quando torno indietro dal mio spazio di slave, non riesco mai ad arrivare a terra altrettanto carica.
    Precipito con violenza sulla superficie della quotidianità, mi schianto e a fatica sono in grado di uscire dal sub drop. Arranco sul suolo cercando di ritrovare la potenza della mia armatura di slave.
    Sono giorni affannosi in cui tutto mi si carica sulle spalle e non mi sento in grado di fare nulla, o di farlo bene; anche il sole mi deprime ed il compito più semplice diventa insormontabile.
    In questo stato, tutto mi pare confermare che sono una creatura indegna.

    Datemi un Requiem…

    [©Games Workshop. Vogliate scusare questa intromissione di nerditudine…]

  • Sub drop

    Si definisce “sub drop” (con la controparte “Dom drop”) uno stato di depressione ed apatia in cui può cadere il sub dopo una sessione particolarmente intensa, anche il giorno dopo o i giorni successivi. A livello biochimico è un calo fisico di tutte le endorfine e le altre sostanze rilasciate durante la sessione.

    Sono in sub drop da due settimane.
    Pur con alti e bassi, dall’ultima sessione ho avuto un calo di umore pauroso. Mi sento incapace, brutta, inadeguata eccetera, e ho pochissima voglia di fare alcunché. Poi per fortuna mi ripiglio e ciò che devo fare lo faccio, ma sono costantemente sull’orlo dell’umor nero. Basta pochissimo per imparanoiarmi o sentirmi una cacca.
    Aver trovato in rete la definizione di sub drop mi ha almeno dato una risposta al perché sto così.

    Sono in pensiero sia perché non vedo l’ora di poter stare ancora col Padrone e non so quando potrò (per motivi prettamente logistico-organizzativi), sia perché ho paura di questo mio desiderio. Non è possibile, non voglio che questo abbia un’influenza così forte su di me. Eppure, è anche il suo bello: se non mi lascio andare a questo, all’appartenere, al dipendere… che senso ha un rapporto D/s?