subservientspace

for this is what I feel

Tag: subspace

  • Flashback: Regina Nera

    Il Regina Nera del 23 dicembre è una discoteca gigante piena di gente in un tiro fetish strepitoso che balla, chiacchiera, osserva e fa BDSM. La musica è alta e intensa, ad ogni divanetto c’è qualcuno steso sotto i tacchi di chi è seduta, tuttə sorridono e urlano per farsi sentire – o perché ricevono qualche colpo.

    Io e te ci appartiamo nel dungeon sotterraneo che è più tranquillo, più raccolto, lontano dalla folla. Io non mi sento di stare al centro dell’attenzione.

    Non sto bene, in realtà: sono stressata dal lavoro, senza ferie, e ho la cistite. Ma lo sai, te ne ho parlato. Prendo un buscopan per sicurezza per sostenere la serata. Sono qui lo stesso perché non volevo tirarmi indietro ancora: è vero che sono stanca ma ho bisogno di staccare, di uscire. Non so se riesco a giocare, però: ti avviso e tu sei accogliente e tranquillo, nessuna pressione. Mi rilasso.

    Mi proponi: potremmo provare quella sessione di solo cane di cui avevamo parlato. Io tentenno un attimo e poi accetto. E’ una vita che vorrei farla (in passato, quando lo chiesi, mi venne negato, non ritenendomi in grado di reggerla – e forse era vero, perché quella mano era molto più feroce e segni come quelli non li ho avuti più, ed erano pochi colpi) e così, nel piccolo dungeon in penombra, mi piego sulla struttura e mi offro ai numerosi cane che possiedi: più spessi, più sottili, più rigidi, più flessibili.

    Ed ecco che piango.

    E’ un pianto liberatorio, felice: mi svuoto finalmente di tutta la tensione accumulata. Il dolore abbatte le mie barriere e mi accompagna in me, i pensieri scorrono insieme alle sensazioni e alle emozioni.

    Sono bella, penso; non è vero che sia sbagliata: sono preziosa ed empatica e sono stata desiderata per questo, per ciò che sono in grado di dare. Si sono abbeverati di me e mi sono lasciata prosciugare.

    Piango nella compassione di me. Piango nella liberazione dal peso della colpa di tutto ciò che non è andato bene nelle relazioni passate. So che è una catarsi temporanea, che poi la fatica tornerà a piegarmi le spalle, domani. Ma adesso, stasera, posso lasciare andare.

  • In salita

    Questa volta è diverso. Non vado giù. Salgo. Anzi: mi inerpico. Faccio tutta la strada è quella strada è in salita.

    Ho stranamente freddo, anche se in casa fa caldo. Mi bendi gli occhi e resto con tutti gli altri sensi all’erta. Mi leghi i polsi e me li appendi al bambù, in alto: non posso più trattenere le braccia davanti al corpo, a scaldarmi, a proteggermi. Resto in piedi, nuda, esposta. Sto tremando.

    Mi prendi per i capelli e parto.

    Mi frusti davanti e dietro, sul sedere, sui seni, sulle cosce; non so perché ma fa molto più male di quanto mi aspettassi: fa così male che sembra una punizione. Sei così silenzioso, sento solo il tuo respiro pesante. Soffro e mi pare che mi detesti. Quasi piango. Non so cosa sto sentendo, è tutto confuso e troppo intenso. Non capisco perché reagisco così, è diverso dal solito.

    Sono masochista e di solito il dolore mi fa andare in uno stato altro di coscienza, mi piace molto, godo addirittura. Ma questa volta vado in un posto diverso.

    (Ho così tanti luoghi nascosti dentro di me, è incredibile a pensarci)

    Vado in un posto diverso, non nelle profondità ma in cima: mi devo inerpicare, sento tutti i colpi e ogni colpo è un gradino. Non perdo coscienza, non come le altre volte; non vado in subspace, ma non sono nemmeno del tutto qui; sento tutto ed è doloroso. Eppure lo stesso ci voglio stare. Non voglio fermare niente, anche se ho freddo, ho i brividi, e fa male. Ad un certo punto smetto di urlare anche se fa ancora male. Mi accorgo dopo di avere smesso di strillare. Forse è solo un diverso subspace.
    Vorrei piangere. Sento le lacrime negli occhi, singhiozzo, ma non riesco a piangere. Di solito piangere è un segnale negativo per me, facendo BDSM: vado in safeword e poi non capisco più nulla, non so più come sto e non so come spiegare cos’è successo, sto solo male di un male brutto. Invece stavolta vorrei arrivare al punto di piangere e restarci, sentirlo, viverlo, capirlo, superarlo. E’ un dolore che ho bisogno di sentire.

    Tu mi afferri, mi stringi, mi tiri ancora i capelli, soprattutto mi frusti.
    Per la prima volta non capisco cosa stai usando per colpirmi: sento solo il dolore, la frusta che mi gira intorno e morde in punti inaspettati; mi mordo il braccio per soffocare un urlo quando mi colpisci in pieno un capezzolo e il dolore è lancinante.

    Eppure ci voglio stare. L’ho aspettato così tanto, mi è mancato così tanto. Forse non sono più abituata. Prima di salire in casa tua mi aveva attraversato il pensiero: e se mi frustasse e non riuscissi a tollerarlo? e mi ero spaventata. Forse è il residuo di quella paura che mi fa tremare e soffrire.

    Ti sento sadico, continui a colpirmi dappertutto, anche sulla pancia. E’ doloroso e faticoso e sto assaporando ogni momento, ogni attimo di questo dolore. Lo sto leccando come lecco la tua mano quando me la metti davanti al viso.

    Sto soffrendo ed è esattamente quello che voglio sentire, la sensazione in cui ho bisogno di abbandonarmi.

    Poi mi sciogli e il pensiero che mi attraversa è che ne vorrei ancora. Mi spingi a terra, a riposare. A leccarti i piedi. Mi sputi. Mi gira la testa, non riesco a tenere gli occhi aperti anche se mi hai tolto la benda. Mi tieni a terra, ai tuoi piedi, finché non mi fai salire sul divano e mi copri con la coperta, e lì, accanto a te, mi addormento.

  • Serenità

    Il giorno dopo cammino leggera, con la testa ancora vuota. Non ho pensieri intrusivi, non mi sento stanca, né mancante, né triste. Mi muovo tra le incombenze quotidiane con un sorriso beato stampato in faccia. Il pizzicore al sedere mi ricorda tutti i colpi ricevuti, il rumore bianco che mi ha invaso la testa, la bava che mi scendeva dalle labbra senza che nemmeno me ne rendessi conto.

    Galleggio in una nuvola di gratitudine e serenità.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Davanti

    Gettata sullo sgabello reclinato, strillo mentre mi batti con uno strumento che non capisco, duro, feroce. Non ti fermi, non mi dai respiro. Urlo e mi agito, cerco di prendere fiato, di inghiottire, di scavalcare il dolore per arrivare di là. Sento il sedere farsi rosso e bruciare, la testa avvolta nel cappuccio, gli occhi chiusi. 

    Poi, vado. 

    E’ un improvviso zoom indietro, discendo dentro di me. I muscoli si rilassano mentre i colpi diventano più sottili, taglienti, mi attraversano come lame di luce. Non emetto più un suono. 

    E poi mi dici di girarmi. 

    Non vorrei. Vorrei restare stesa così, bocconi, e che tu mi colpissi di più. Non mi va di spostarmi ed uscire dal subspace. Ma non intendo nemmeno disobbedire od oppormi. Così, lentamente, mi sollevo e mi giro, gli occhi semichiusi, ostinata a restare nella mia bolla. Mi fai stendere sulla schiena, reclinata all’indietro. Temo mi farà male la schiena ma sono nel mio mondo, nel tuo regno, mi fido e vado giù. 

    Mi colpisci davanti. 

    La quirt scende e mi spazza, danza sul mio ventre e sul seno, accarezzando e tagliando. Quasi non riesco a crederci. Sono anni che non vengo colpita davanti, e mi è mancato così tanto. 

    Non so bene se e quando esco dal subspace. Forse non ne esco, in realtà; torno a emettere singulti, ma non di dolore stavolta, o non del tutto: sono versi di quel luogo intermedio, segreto, sommerso, che sta tra il dolore e il piacere, un mondo di endorfine e sensazioni confuse e bellissime. 

    Mi fai alzare in piedi, le mani dietro la nuca, e mi frusti ancora e ancora e ancora. Barcollo; ad un certo punto quasi cado da tanto ho la testa leggera. Sto godendo con tutto il corpo, attraverso la ferocia della frusta e il vorticare tumultuoso delle sensazioni che mi percorrono, che mi stai donando. 

    Dopo, mi dirai che è stata la prima volta che colpivi sul davanti. Mi commuovo di gratitudine per questo onore immenso.

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • Io vado, ciao

    Questa volta, ho deciso di andarci. 

    La quirt mi aveva già fatto strillare, molto. Ti sei fermato, mi hai strizzato il culo dolorante e hai preso una pausa. Ho ascoltato il mio culo caldo e il bruciore dei colpi di frusta si è diffuso dentro di me. Quando hai ricominciato ho preso un profondo respiro, ho rilassato i muscoli e mi sono immersa nel subspace. 

    Le altre volte era solo successo, non so bene come. Ma stavolta mi sono sentita pronta, ho sentito che era lì, a portata di mano, ero sulla soglia e ho deciso di andare. Ho inspirato e mi sono lasciata riempire da quella sensazione. Ho accolto il dolore e le frustate e ci ho danzato insieme. Mi sono immersa a fondo, tranquilla, sicura. 

    Ho ricevuto i colpi in silenzio e ho ansimato con la mia voce gutturale a quelli più forti – la voce che risale quando sono nelle mie profondità. 

    Sarei rimasta là per sempre, cullata dalle acque torbide e calde del masochismo. 

  • Tutto sotto controllo

    Le mie regole, non quelle comuni.

    Il mio controllo, non uno esterno.

    Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
    Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

    Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

    Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
    Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

  • Profondità

    Dentro di me si nascondono profondità. Nella mente, nel cuore, nelle viscere: un intero mondo nascosto dalla luce del sole, freddo eppure caldo, ostile eppure accogliente.

    Quelle profondità non lasciano andare via facilmente: ci si innamora del buio, dei riflessi delle acque torbide, dei coralli e di tutto ciò che vive in quegli abissi. Creature oscuramente familiari, che si nascondono negli anfratti e si desidera invece scovare, fare uscire, far respirare; così simili eppure così diverse dal sé che si conosce in superficie.

    Sento sempre il richiamo di quelle profondità. Il desiderio di immergermi dentro me stessa, di scendere giù, cambiare prospettiva, percezione. I suoni diventano ovattati, le sensazioni pervasive, scorrono su tutto il corpo come immersi in un liquido denso. Tutto diventa meravigliosamente, curiosamente distorto.

    Sono profondità in cui ci si può perdere; luoghi da cui si può non volere o non riuscire a tornare.

    Risalire da certe profondità in modo repentino e brusco provoca embolia e dolore. Bisogna risalire lentamente, dolcemente. Lasciare scorrere le acque perché tornino placide nell’abisso, pronte ad accoglierti di nuovo, la prossima volta: un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

  • Aftercare

    Mi dici: si chiama aftercare.
    Rispondo: non l’ho mai fatto.

    Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
    Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

    Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

    Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

    Distacco, distanziamento, verticalità.
    Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

    Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

    Deprivazione.
    Depravazione.

    Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.