subservientspace

for this is what I feel

Tag: viaggio

  • Un incontro

    La mente vuota.
    Il cuore che si tuffa nel dirupo al vibrare del telefono.
    Lo stomaco che si contrae se sotto il Suo nome appare la scritta “online”: un incontro a distanza, un convergere in uno stesso luogo virtuale. Sapere che Lui è anche se questo non esiste nel mondo fisico. Solo per questo, consolarmi della Sua presenza.

    Adesso non penso a niente, non ho fame.
    Sento solo la pelle che fatica a contenermi, ogni centimetro di epidermide teso, bruciante; sono dolorosamente cosciente della mia presenza qui, e che il mio qui si sta avvicinando al Suo qui.

    Cosa sarà non lo so, non so cosa aspettarmi; e probabilmente è giusto così, è così che deve essere. Nessuna aspettativa, solo l’attesa.
    Entro in una nube di nebbia calda che mi avvolge, che congela i miei pensieri vorticosi, placa il tumulto del mio cuore, ferma lo scorrere del tempo; esisto.

  • La percezione della punizione I

    Ci sono purtroppo quei giorni tremendi, incalzanti, in cui ti piove sempre sopra e tutto va storto, quando tutta una serie di circostanze, di impegni improvvisi, di idee balzane dei capi al lavoro, di qualsiasi cosa, ti fanno saltare i progetti che avevi.
    Quando quel progetto era passare il pomeriggio dai Padroni, la catena scende così veloce che brucia come la corda di una tapparella che sfugge di mano.
    Seduta da sola in macchina, in un paesino in mezzo al niente, con il completo intimo bello e gli stivali coi tacchi, rimugino.
    Mi pesa un peso sul cuore e mi viene da piangere un pianto di rabbia, di capriccio, di bambina che pesta i piedi e grida: non è giusto, non è giusto! Mi sento punita, beffata. Con tutta la fatica che faccio, l’impegno che ci metto, non solo non ottengo ricompensa ma mi viene tolto ciò che mi spetta – il mio tempo col Padrone. Percepisco di stare subendo una punizione ingiusta che mi brucia dentro come fuoco.
    Poi respiro, leggo il messaggio del Padrone, mangio qualcosa ché sono in calo di zuccheri da morire. Inspiro a fondo l’aria tiepida di questo autunno così mite e bello, un’aria di foglie secche e vento; le nubi un po’ si aprono e lasciano sfogare il sole.
    Non è una punizione. Nessuno mi sta punendo. E’ solo sfiga; capita. Ma nessuno ce l’ha con me. Non c’è nessuna ingiustizia.
    Rasserenata, riprendo il mio lavoro; mi rimbocco le maniche e attingo alla mia riserva di grinta, che ne ho bisogno.
    Domani, domani sarà un altro giorno, ed il mio Padrone so che mi attende.

  • Avatar

    C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
    Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
    Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
    Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
    Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
    Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
    E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.

  • Bosco

    bosco

    Se anche mi avete coltivata, io sono cresciuta rigogliosa.

    Come questo pioppeto lasciato a se stesso, che ha sviluppato il proprio sottobosco, anche io sono stata impostata, all’inizio; mi hanno piantata in filari per coltivarmi, perché crescessi come volevano loro, per i loro scopi. Invece, ne sono cresciuta fuori, oltre; la mia natura ha prevalso – anche se è ancora possibile vedere lo schema, gli alberi in file ordinate, sì, ma coperte del vitale disordine della crescita spontanea. Sono e resto rigogliosa e forte oltre le aspettative di chi mi ha cresciuta, potente, ombrosa, mi innalzo al cielo forte delle mie radici che nessuno ora può divellere.

    Non sono più un campo; sono un bosco.

  • Nessuno va sulla prima corsia

    Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
    Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
    Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
    In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
    Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità.

  • Preda

    Sono preda delle mie sensazioni.

    Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
    …i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
    Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.

    Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.

  • Sole e tempesta

    Viaggio veloce lungo l’autostrada. Alla mia sinistra nuvoloni neri e minacciosi si addensano, all’orizzonte già si allungano a terra in strascichi grigi di pioggia. Alla mia destra un cielo azzurro, placido, di un tardo pomeriggio che non vuole diventare sera.
    Viaggio così, veloce, lungo il limitare tra il sole e la tempesta; il confine frastagliato delle nuvole mi sovrasta e sembra seguire il percorso dell’autostrada, o forse sono io a seguire quel tracciato aereo. 
    Baciata dal sole e bagnata dalla pioggia; scrosci violenti si abbattono sulla mia auto, mentre alle mie spalle squarci tra nubi lasciano filtrare raggi di sole come segni di grazia divina.

    Allo stesso modo, nella mia anima il tumulto delle emozioni si contende spazio con la serenità.

    Viaggio veloce verso i Padroni, con il sole nel cuore e il diluvio tra le gambe.