subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • A volte

    A volte non tutto va come vorremmo.

    Succede così che mentre mi fai scorrere la corda sul petto, facendola passare sotto un passaggio precedente, le code coi nodi saltino d’improvviso in un un modo inaspettato e mi colpiscano in un occhio.

    “AH!”

    Sobbalzo, colpita in un modo che è evidente che non era previsto né voluto. Il mio corpo riconosce quando il dolore è un atto donato e quando invece è un incidente.

    Il dolore improvviso mi innervosisce, mi irrita. Mi porto le mani al viso e tu mi abbracci subito, dispiaciuto di questo dolore sbagliato; mi consoli e ti dai del maldestro. Io mugugno: adesso ho male, sono di traverso, non ho (ancora) lo spirito per consolarti e dirti che no, non lo sei, va tutto bene, ora mi passa. Adesso ho bisogno io di consolazione. Mi stai vicino e la tua premura mi scalda.

    Il dolore improvviso mi vibra dentro e attiva sensazioni a catena; così come quello donato mi riallinea con l’universo, quest’altro tipo di dolore risuona immediatamente come una punizione divina per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che sono. Mi salgono le lacrime agli occhi e un nodo alla gola, tanto sono potenti questi pensieri sopiti.

    Ma stasera sono qui, sono con te; sono stanca, è vero, ma stiamo facendo corde e io voglio sentire te e le corde. Mi oppongo ai miei pensieri intrusivi: non è questa la sera dello sfogo nervoso, e poi davvero, mi sta già passando. L’occhio brucia un poco ma non è successo niente di che.

    Mi chiedi se voglio fermarmi e dico no, continuiamo. Tu borbotti ancora un poco ma riprendi a fare scorrere le corde, a stringermele addosso, e tutti e due ci lasciamo portare da questo fluire di canapa e juta verso quel posto dove stiamo bene.

  • Respiro mozzato

    Sono molto rilassata, anzi, già mezza addormentata. Il divano è incredibilmente accogliente e sento che mi sta inglobando, quando tu decidi: facciamo corde. Io sono contenta e obbedisco, ma temo di essere troppo stanca.

    Mi fai una legatura fuori standard: invece di iniziare immobilizzandomi le braccia, inizi dalla pancia. Uno, due giri di corda e stringi; mi avvolgi il torace, poi le cosce, singolarmente. Sembra una tutina di corda. È molto bella, ma sono perplessa perché sono ancora perfettamente libera di muovermi, non mi hai bloccato né le braccia né le gambe. E’ strano. Eppure, le corde stringono e non mi sento “perfettamente libera di muovermi”, anzi. Tengo gli occhi chiusi, la stanchezza mi ottenebra; cerco di ascoltare le corde.

    Le afferri e mi tiri giù, stesa. Afferri il nodo centrale sulla mia pancia e stringi. Mi si mozza il respiro. Di colpo la costrizione diventa evidente, potente. Ansimo e mugolo, piano: sono in un posto tutto mio ma diverso dal solito. Non sono scesa per la solita via, addirittura non mi sembrava di stare scendendo, da come ero stanca, mi pareva che le corde non stessero facendo effetto. Invece.
    Ho le braccia semi contratte, sono tesa, sento il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza sopra di me. Stringi le corde e mi sposti, mi controlli da questa gabbia che mi hai stretto addosso. Boccheggio.

    D’improvviso riesco a prendere fiato. Trovo il mio respiro nelle corde. Inspiro a fondo ed espirando mi abbandono. Le braccia scendono, ora rilassate, a stendersi sul pavimento. Sto benissimo in questa stretta dolorosa e scomoda.

    Mugolo come sempre di dispiacere quando sento che inizi a sciogliermi. Non vorrei mai venire liberata da questa libertà costretta che mi doni.

  • Non è vero biddì

    Il lavoro nuovo è davvero impegnativo; arrivo da te che sono felice di essere venuta ma nondimeno sono stanchissima e stressata. Mi guardi e mi dici: bene, ora facciamo il bagno. Rido: ahah, certo, sarebbe una bella idea. Poi sento che apri l’acqua per riempire la vasca. Sgrano gli occhi: ma sul serio? Resto ancora incredula. Tu sorridi. Decido di accogliere questa realtà e mi spoglio, mi raccolgo bene i capelli ed entro nella vasca: come spesso mi succede con te mi immergo, ma stavolta in senso letterale, fisico.

    Poco dopo, mentre l’acqua continua a scorrere sempre più calda, mi raggiungi ed entri anche tu. Ci incastriamo, stesi, rivolti l’uno verso l’altra, le gambe attorno al corpo dell’altro, immersi fino al mento. Accendo l’idromassaggio e veniamo avvolti dalle bolle e dal calore.
    Quasi non me ne rendo conto ma ho un sorriso beato che mi aleggia sulle labbra. Osservo sul tuo viso la stessa espressione. Chiacchieriamo.

    Ad un certo punto ti dico: ma non è vero biddì.

    Non si è mai visto che il Padrone faccia il bagno con la sua schiava, nella stessa vasca, con l’idromassaggio, immersi allo stesso modo, rilassandosi insieme! Dove sono la verticalità, la sottomissione, il servizio, la distanza, l’inavvicinabile Dominanza?!

    Tu sogghigni beffardo alla faccia del vero biddì.

    Io torno a socchiudere gli occhi, a sorridere e a rilassarmi nell’acqua calda, il tuo piede adesso sulla mia faccia, felice di tutto quello che tra noi è D/s e non verobiddì.

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    (Si ringrazia Chris della pagina SSC per la definizione “verobiddì”)

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Leccare

    Non credevo mai che avrei fatto certe cose con la mia lingua. Che mi sarebbe piaciuto.
    Piaciuto non rende il senso di quello che sento in quei momenti.

    Quando sento la tua saliva colarmi sulla lingua, quando la passo sui tuoi piedi, quando la infilo in altri anfratti e sento quel sapore umido e amaro, rabbrividisco e chiudo gli occhi e mi sento scossa fino nelle profondità delle viscere.

    La mia mente è travolta da un rumore bianco indistinguibile, non sono più in grado di pensare: sono animale, cagna, ridotta ad un grumo di carne da usare, tutta corpo, solo corpo, sensazione fisica, dolore, tensione, umiliazione. Travolta da una corrente impetuosa ed inarrestabile di emozioni fisiche, mi lascio trascinare via, grata di questo assoluto e completo abbandono, distrutta in tutto quello che sono di giorno, libera.

    Tiro fuori la lingua e mi annullo.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Troppe cose da fare

    In alcuni momenti penso di non farcela, di non starci più dietro, di non riuscire più a seguire tutto. Mi sento affaticata, anzi: sono proprio stanca. Vorrei solo buttarmi in un angolo, magari con una coperta, chiudere gli occhi e riposare. Non sentire la pressione, la costante presenza sul fondo della testa che mi dice: c’è da fare questo e quello, sei in ritardo, hai dimenticato quella cosa. Riposare.

    Ma il mio riposo è quello del guerriero: solo al termine della lotta. Non conta quanto possa essere ferita o contusa o distrutta: se c’è ancora da fare, da combattere, allora non è ancora il momento di fermarmi.

    Nel turbinare degli impegni la fatica annebbia quasi tutto. Sembra di osservare il mondo da dietro una coltre di fumo. Le sensazioni sono offuscate, le voglie ottenebrate: come faccio a volere qualcosa, quando non ho fiato nemmeno per respirare?! Con quali forze potrei seguire un qualsiasi desiderio? Risparmio energie e viaggio sul minimo.

    E poi ogni tanto, a caso, la stanchezza è tale che non riesco più nemmeno a tenere su i filtri per escludere ciò che non credo di poter sentire perché troppo stanca.

    E la voglia è sempre lì.

  • Graticola

    Patisco sempre un po’ l’assenza, anche se mi riempio di cose da fare per non pensarci, per non dare retta alle voci che mi dicono che non sono abbastanza brava (perché dovrei essere più disponibile per te).

    Quando arrivo sono colma di aspettativa, anche se sono talmente colma da non rendermene conto: mi sento tranquilla, senza necessità. Ma in verità ho voglia.

    Passa una serata molto tranquilla. Poi, quando già è tardi, mi attivi: mi provochi, mi sculacci, mi spingi e mi fai salire a galla quella voglia che avevo, che trabocca e mi inonda. Mugolo e ti imploro con gli occhi.

    E tu ti neghi.

    Mi metti a quattro zampe sul divano, il culo per aria, e ti siedi ad osservarmi smaniare e scondinzolare, sperando in un orgasmo che non arriverà mai. Ridi godendo della mia smania, della voglia insoddisfatta che mi agita.

    Il giorno dopo, per tutto il giorno, seduta al tavolo del cliente, davanti al pc a lavorare, concentrata, continuo a sentirmi pulsare. E’ come essere seduta su una graticola; mi ci hai messa tu e continua a friggermi, qui sotto, tra le gambe. Una sensazione di sottofondo che reclama attenzione, che non riesco ad ignorare mai del tutto, che mi accompagna e mi ricorda a chi appartengo.

  • Il mio desiderio viene per ultimo

    A tratti, in momenti difficili, o di stress, o di eccessive richieste da parte di altre persone cui fatico a tenere testa (ad esempio mia madre), insomma nei momenti di fatica, torna in me molto forte una sensazione viscerale, netta, con i contorni dell’assoluto, che si presenta alla mia mente come l’Unica Vera Verità: non ho diritto di desiderare, di chiedere. 

    L’unica cosa che mi è concessa è stare zitta e sperare, anelare, pregare perché il mio desiderio inespresso, o meglio che non può essere espresso, combaci con quello della persona di fronte e venga così soddisfatto – non perché l’ho chiesto io ma perché lo ha voluto l’altro, che è colui che può decidere. 

    In passato, senza capirlo bene, ho provato a traslare questo istinto nel BDSM dove ha acquistato un senso, una dignità, un riconoscimento, un onore. La schiava senza desideri propri è un’ottima schiava (dicono. Credo. Mi sono convinta). Ma in realtà è solo un modo orribile di stare, per me, perché si risolve in un labirinto senza uscita in cui mi dibatto: non una scelta ma un obbligo ontologico.

    Se fosse un kink vissuto consapevolmente, che avessi negoziato, andrebbe bene; se fosse una reale responsabilità che mi prendo e che propongo all’altro, perché possa assumerla con pieno e chiaro consenso, andrebbe bene. Ma è invece un istinto primordiale, un tracciato che è stato inciso in me da piccola, che percorro come se non ci fosse un’altra via. Che ho infilato subdolamente e inconsapevolmente nelle maglie delle mie relazioni, senza chiarezza, covando risentimento se l’altro non si prendeva quella maledetta responsabilità di soddisfarmi, di leggermi nella mente e fare quello che vorrei ma che non posso dire che vorrei. 

    Un poco alla volta questo labirinto è venuto alla luce. Ho alzato gli occhi e mi sono accorta di essere sia la scienziata che il topo. Ho capito che non c’era nessuna necessità superna che mi obbligasse a dibattermi in questo dilemma. Ho compreso anche, dolorosamente, che era una terribile red flag che sventolavo. 

    Nei momenti di fatica ancora ci ricado, il solco è così profondo. Ma il senso di liberazione, di sollievo, anche di gioia che provo quando infine riesco a divincolarmi da queste pastoie mentali e ad esprimermi, a dire: io desidero, io vorrei, io preferisco; ecco, in quel momento torno a respirare. Non è qualcosa che faccio per qualcun altro, né un’attesa di qualcun altro che venga a salvarmi.

    Mi salvo da sola, un faticoso ma fondamentale passo alla volta.