subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Intensità – 05

    La stanchezza diventa una scusa valida quando faccio cose che non mi soddisfano. La chiamo stanchezza ma o so che è pigrizia.
    Quando non ho uno scopo, un qualcosa di concreto da fare o da portare a termine, allora mi disperdo completamente. Non riesco a concentrarmi a fare le cose che mi piacerebbero, quelle per cui dico “non ho mai tempo”. Quando di tempo ne ho a iosa, lo spreco. Poi mi guardo indietro e mi chiedo che diavolo ho fatto per tutti questi mesi. Possibile che non sia riuscita a leggere un libro, a scrivere una riga? Ma dov’ero?
    La sensazione è di avere sempre avuto qualcosa di più urgente da fare. In effetti, qualcosa di contingente: la spesa, una telefonata alla mamma, non so. Ma soprattutto pomeriggi interi a vagare su internet. E la costante sensazione di colpa, di non stare impiegando fruttuosamente il mio tempo. La percezione confusa (forse, o forse netta: mi illudo che se fosse stata netta avrei cambiato la situazione; ma forse: la pigrizia è vischiosa) di diventare un blob informe, intontito, di sprecare la mia vita.
    Adesso che ho un lavoro immersivo, che torno a casa alle 19, adesso, solo adesso riesco a ottimizzare il mio tempo libero residuo. Adesso leggo, scrivo, faccio. E mi domando: ma perché non l’ho fatto anche prima, che di tempo ne avevo immensamente di più?
    Intensità è anche questo: avere uno scopo e riordinare le proprie priorità. Sentire di stare facendo qualcosa di bello, di importante, ed espandere la bellezza e l’importanza anche a tutto il resto della mia vita.

  • Intensità – 04

    Correre all’inseguimento del recupero di quanto non fatto per negligenza o stanchezza o autoindulgenza è sempre la cosa più difficile. L’impressione è che il risultato continui a sgusciare via dalle mani, come un’anguilla ancora viva, rabbiosa e riottosa.
    E’ necessario ritrovare tutta la costanza perduta nel tempo precedente; quanta non se ne è avuta prima, tanta si deve averne ora. Anzi: di più.
    Allora non può più esistere stanchezza, né sonno, né scuse banali. Invece di sbuffare di fronte al dovere, rimboccarsi le maniche e dire: avanti!
    Poi, quando si è in azione, quando si fa, tutte le difficoltà che poc’anzi parevano insormontabili sono già alle spalle; non sono più quelle montagne invalicabili che apparivano ma banali dossi lungo la via.
    E’ faticoso? Sicuro.
    E’ scomodo? Certo.
    Dà soddisfazione? Sempre.

  • Intensità – 03

    Ho sempre la sensazione di subire gli eventi, che le cose accadano senza che io possa porvi non dico freno, ma argine. Vengo travolta dagli avvenimenti (o così credo) e piagnucolo contro il destino cinico e baro.
    Invece non è così.
    Io scelgo. Io decido.
    Io agisco per determinare il mio futuro.
    Non è vero che sono stanca; non è vero che non sono capace; non è vero che non ne ho voglia. Posso. Riesco. Non è vero che non ho tempo. Il tempo lo trovo, il tempo è solo una scusa. Quanto tempo perdo su facebook, su internet? Ecco.
    Quindi ora io scelgo di prendermi il mio tempo, quello per me. Di fare ciò che amo fare, invece che fissare un monitor e farmi venire la sindrome del tunnel carpale col mouse.
    Scelgo di andare oltre la stanchezza, le idee di inadeguatezza, i sensi di colpa, le lamentele a vuoto, i piagnistei. E’ vero: ho un sacco di lavoro da fare e devo cambiare delle abitudini. Ma lo posso fare.

  • Intensità – 02

    La mia paura è sempre superficiale. Ovvero, si ferma all’aspetto esteriore delle cose.
    Osservo la superficie ribollente della realtà e mormoro: è calda. La sfioro con le dita, la pelle si increspa nel suo vapore.
    Mi prefiguro le ustioni, il dolore, la carne che si espone a brani, bruciata, viva, annerita, morta. Ci giro attorno, timorosa, sospettosa e desiderosa. Laggiù, oltre quel magma, dentro quella lava c’è la vita, quella vera: quella che ho sempre detto di voler assaporare.
    Infine di slancio mi decido. Affondo le mani in quella pasta calda, la manipolo, la massaggio; mi lascio avvolgere dal suo calore, mi lascio avviluppare fino al gomito, fino alle spalle.
    Scotta, brucia ma non uccide. Anzi: riscalda. Rincuora.
    Mi tuffo a testa in giù, con coraggio – ed il coraggio non è essere senza paura, ma affrontarla e superarla – confidando che presto riemergerò dall’altro lato, capovolta, con un altro centro di gravità, scottata ma fiera.

  • Intensità – 01

    Prima di iniziare, prendo un respiro profondo.
    Per un lungo, lunghissimo, eterno istante ho paura. Una paura fottuta, un terrore primigenio mi soverchia completamente. Non esiste più nulla oltre l’orizzonte della paura.
    In quel momento sono convita che sto per morire, che qualcosa di irreparabile stia per accadere, anzi, è già accaduto e precipito orribilmente verso il disastro.
    Lo stomaco serrato, il cuore impazzito, la gola stretta da una morsa, osservo con occhi sbarrati il mio gesto incauto, sconsiderato. Perché l’ho fatto, mi chiedo in questo attimo espanso, perché? Voglio tornare indietro, ci ho ripensato, sono stata una stupida, stupida! Ed ora per l’avventatezza di un istante tutto è perduto, tutto. La mia libertà, il tempo, la serenità, non so, qualsiasi cosa. Perduta.
    Riemergo dal gorgo della paura annaspando, ingoiando aria a boccate; ansimo, tremante.
    Non è accaduto (ancora) nulla.
    E’ solo la paura, la paura della scelta, il timore che sia irreparabile, scolpita nella pietra, una volta per tutte. E invece, continua. Ogni attimo non è che un prodromo all’attimo successivo, ogni scelta una strada intrapresa che porterà ad altre scelte, altre strade, altre vite. Ognuna degna di essere vissuta, purché lo sia con onestà e coerenza. E amore, diciamolo, chiamiamolo amore.
    Il terrore di amare è il più radicale; è il terrore di perdere ciò che si ama. Ma se non si ama, che senso ha?

    Ed ho solo iniziato un lavoro nuovo.

  • Onirica – V

    Risiedo in una specie di casa in affitto, forse un residence, fa parte di un complesso abbastanza grande; sono qui per compiere una qualche missione che devo fare, ma sono in attesa di ordini.
    Le stanza è in effetti la mia camera da letto di adolescente.
    Passo il tempo a masturbarmi, in attesa di venire chiamata; è quasi una compulsione, un obbligo farlo.
    Finalmente vengo convocata da Lui, in un’altra stanza. Lui, il Padrone, mi parla di qualcosa che non ricordo, sono istruzioni e spiegazioni; poi, mi mostra una serie di monitor di sorveglianza sulla parete: premendo tasti su una pulsantiera le immagini cambiano, scorrono, affinché possa rendermi conto che non vi è un solo angolo della casa o del giardino che non sia controllato da telecamere.
    Deglutisco, capendo ciò che questo comporta.
    A dimostrazione – e forse era qui che voleva andare a parare sin dall’inizio – il Padrone manovra e su tutti gli schermi appaio io intenta a masturbarmi ferocemente, da molteplici inquadrature: una è addirittura soggettiva, ripresa proprio dai miei occhi, o da appena sopra la testa. Vedo la mia mano tornare alla bocca, subito sotto la telecamera, e infilarsi nuovamente tra le mie gambe.
    “Ma dai – protesto, mentre avvampo dalla vergogna – ma me ne avete messa una anche in testa?!”
    Il Padrone mi guarda con uno dei suoi sogghigni sardonici, gli occhi azzurri che mi penetrano da parte a parte, mentre poco discosta anche la mia Lady ridacchia di me.

    Il ricordo del sogno mi torna, improvviso, solo diverse ore dopo il risveglio. Arrossisco e fremo alla sensazione di imbarazzo in cui mi riporta e rifletto che sì, talvolta l’impressione è davvero come se Lui avesse piazzato una telecamera nel mio cervello.

  • Vuoto d’aria

    Sottomettersi vuol dire appartenere.
    Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
    Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.

    Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
    La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
    Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
    L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
    Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
    Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
    La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera. 
    Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
    Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
    Chiedo di andare in bagno e una volta lì,  senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
    Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
    Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
    Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone. 
    Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo.

  • Ali per volare

    “Braccia in fuori”, mi dice.
    “Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
    Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
    Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
    Posso volare, lo sento.
    Volo.
    Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
    Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
    Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
    Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

  • Vivere per chi

    A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
    Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
    Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
    Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
    Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
    Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura.

  • Empowerment

    Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
    In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
    Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

    Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.