subservientspace

for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Fidarsi

    Stesa sul divano, bendata, ansimante, assaporo le sensazioni che ancora mi solcano la pelle.
    “Aspetta”, mi dice. Lo sento spostarsi, armeggiare. Non vedo nulla, ma ascolto con attenzione i suoni, cercando di capire.
    Rumore di un mazzo di chiavi.
    Una cerniera che scorre.

    “Cazzo, va via”, penso.
    Resto a bocca aperta. Ha preso le chiavi, si è messo il giubbino e ha chiuso la cerniera. Adesso sentirò la porta che si apre e si richiude. Cazzo, se ne va. Mi lascia qui. Mi ha usata e se ne va. Sono incredula; una parte di me però la trova una cosa molto bdsm, umiliante. Addirittura mi piace. Eppure mi pare impossibile.
    Boccheggio per una lunghissima manciata di secondi.

    Un tonfo, come di qualcosa che viene aperto.
    Allora ricordo: ha portato una borsa con la cerniera chiusa da un lucchetto.

    Dentro di me rido per l’idea balorda avuta e sogghigno per averla considerata un gioco possibile, ma soprattutto sono felice perché non ho dubitato. Sono rimasta fiduciosa in Lui, in quello che stava facendo, per quanto assurdo potesse sembrarmi.

  • Adolescenza, estate

    Una delle mie estati preferite la ricordo proprio così. 

    I miei andarono in vacanza da qualche parte con mio fratello, ed io restai a casa da sola. Poiché soffrivo il caldo, mi misi a dormire sul divano, sotto lo split del condizionatore. 

    Passai quindici giorni di vita su quel divano, a leggere, mangiare cibo cinese da asporto e vedere film – in un’epoca prima dell’internet. Stavo sveglia fino a notte fonda e dormivo fino a tardi. 

    Quindici giorni di tempo sospeso, tempo fuori dal tempo, tempo trascorso nella mia testa a fantasticare. Solitudine, autarchia, pigrizia. 

    Adesso guardo quella gif, sorrido e mi lascio cullare da un po’ di nostalgia. 

  • Regina Nera – 13 gennaio

    rn-13-gen-2017

    Attraversare il ponte sopra la stazione con già addosso i Monet Demonia (gli stivali con il taccone e la zeppona che ho scelto per il play party), prendere il pullman per arrivare a Roveri, attraversare a passo svelto il sottopassaggio surreale e deserto e arrivare al Red quando la serata non è ancora iniziata.
    Sfilarsi i leggings e il maglioncino e restare in body e calze a rete a maglia larga. Sono ingrassata tanto, eppure ho deciso questa mise e non mi vergogno. Bere di nascosto la Monster Assault (nuova! provo sempre gli energy drink nuovi) che mi sono portata imboscata nella borsa, versandola nel bicchiere ormai vuoto del primo drink (rigorosamente analcolico).

    Fare tappezzeria in sala clinical, osservando piercing e incisioni. Girare nel salone, guardando i giochi col latex, così lucidi e distanti dal mio interesse; chiacchiere sugli sgabelli, sguardo che vaga, ogni tanto il cellulare in mano. Parlare, guardare: persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico. Gratitudine. Occhi chiusi, teste che si reclinano, il suono secco dell’impatto sulla carne che è una musica che canta di fiducia, piacere, dolore, scambio, appartenenza.

    Venire riaccompagnata all’albergo da una coppia fidata che lungo il tragitto cita Bauman e se ne compiace, e me ne compiaccio anch’io. Risalire le scale fino al letto con un sorriso tra il divertito ed il malinconico, rammaricarsi di avere dimenticato lo struccante, dormire.

  • 10 anni dopo

    ​Decido di passarci perché sono in vacanza lì vicino; decido di passarci per vedere se c’è ancora, e per ricordare. C’è. Un tuffo al cuore. 

    Mi ricordo ancora tutto, nei dettagli. 

    Le prime esperienze di bdsm, di play party, di cosa significa comunità. Un gruppo di gente che faceva casino, soprattutto, che rideva e mangiava insieme (il famoso sm: se magna). 

    Brividi, o, come si dice oggi, #feels. 

    Tanti ricordi di tante sensazioni, grida, lacrime, risate, ma soprattutto persone, anche chi non c’è più (ciao Geo). 

    In questo mare di fine stagione che era quello di Amici Miei, mi lascio andare ai ricordi. 

  • Dom(in)are

    Quando mi afferra per i capelli, all’inizio, in un momento divento animale.
    Non ci penso, non lo decido consapevolmente: succede e basta.
    Sollevo la testa, la scuoto contro la Sua mano; voglio sentirLo stringere, schiacciarmi a terra, dominarmi. Faccio resistenza solo per sentire più forte la Sua mano che mi tiene.
    Dopo poco, però, mi lascia andare. Io allora sogghigno tra me come se avessi vinto qualcosa, come se Lo avessi battuto in uno scontro di volontà; scodinzolo e ondeggio sopra la cavallina, la testa che ciondola, un sorrisetto sulle labbra, lo sguardo che gira attorno. Forse addirittura bisbiglio qualcosa, qualche parola di vittoria, o sibilo e basta.
    Non lo faccio apposta: è qualcosa di animale che, dentro di me, si è svegliato. Perché ora? chissà. Mi sento forte; mi sento fiera, nel senso di belva.
    Poi arrivano i colpi a mano piena, i graffi profondi; mi afferra come per strapparmi la carne di dosso ed io mi inarco per lasciarmi lacerare.
    Quando torna ad accarezzarmi la testa mi scopro docile e mansueta. Mi lascio afferrare per i capelli e seguo la Sua mano, ci passo il muso quando me la porge – ed è un muso e non un viso.
    Mi ha domata. Abbasso la testa e penso – un pensiero primitivo, semplice, primario – penso: sì. Ora sì. Non lotterò.

  • Porno

    Apro tumblr e le gif rotolano nel loro brevissimo loop davanti ai miei occhi.
    Scorro via veloce le immagini bdsm, tutte queste ragazze legate, piangenti, colanti; i seni colpiti, pieni di mollette e di cera; i sederi rossi, segnati, sanguinanti. Scorro via. Passo al porno, quello normale (“normale”…), quello dentro-fuori. Sorpasso le foto di sessioni, di umiliazione, di dolore inflitto e goduto.
    Quasi non le voglio vedere. Non ci voglio pensare.
    Cerco di non leggere i post scritti, quelli che parlano di rapporti D/s, sottomesse che cantano le lodi del loro Padrone, Padroni che sorridono condiscendenti alle loro cagne, carezze virtuali dopo i colpi.
    Eppure l’occhio si ferma, inciampa. Mi ritrovo ad osservare quella carne che trema, quello sguardo di terrore così agognato. Mi entrano negli occhi parole di devozione, di soddisfazione.
    Allora quell’esercizio fisico aerobico e coreografico del porno mi annoia. Guardo carne che entra ed esce e sbuffo. Guardo uomini appollaiati in posizioni oltremodo scomode per portare i genitali a favore di telecamera e mi chiedo come possa piacergli. Guardo sederi che rimbalzano e certo che mi eccito: ma fino lì.
    Poi torno a osservare con bramosia i segni lasciati dalle mollette, i solchi del cane, il rossore diffuso delle sculacciate.
    E mi manca. Anche se mi immergo nella quotidianità e non ci penso, se cerco di fare mille cose e non avere nemmeno un minuto libero, e se ce l’ho lo riempio con facebook o col cibo, alla fine dei conti, la sera, da sola davanti al pc, pur recalcitrante lo ammetto a me stessa. Sì, mi manca.
    Mi manca il vortice di sensazioni, il lasciarmi andare, il dimenticare me stessa, il cervello che si svuota, la carne che urla, il cuore che si riempie per un Suo mezzo sorriso. La gioia di averLo reso soddisfatto del gioco. Di essere stata un buon giocattolo. E nell’esserlo, essermi lasciata travolgere senza più controllo.

  • Il sole dopo la pioggia

    La mattina dopo l’aria è serena e tersa, e fredda.
    Rabbrividisco nella maglietta leggera e respiro il vento fresco; mi pervade una profonda malinconia che sembra aleggiare nell’aria stessa.
    Ora che è uscito il sole, la pioggia non sembra più così brutta e triste; anzi: ha rinfrescato, e reso verdi le piante, che ora possono fiorire.
    Mi si stringe il cuore, ma adesso non posso che ascoltare il vento, sentire il fresco della sera, ripararmi dal sole; vivere la sensazione di perdita e andare avanti, imparare e migliorarmi.

  • Comprensione


    Royksopp – The understanding – Triumphant

    Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
    La comprensione mi rende trionfante.
    Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
    Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
    Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
    Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.

  • Divertimento

    “Tu sei un mio divertimento, kat”

    Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
    E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
    Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
    Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.

    Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.

  • Il senso di tutto

    “Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
    “Ne ho un pacchetto io, Padrone”

    Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
    Porgergli un accendino.

    “Prendimi la maionese in frigo”
    “Ce l’ho già messa, Padrone”

    In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
    Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
    La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.