subservientspace

for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Impegni

    Due settimane frenetiche; sveglia presto, lavoro al pc, pulizie, preparativi, viaggi, lavoro in cantiere, serate con parenti, giri da amici, emozioni, cibo sbocconcellato in macchina mentre mi sposto da un luogo ad un altro.
    La mente finalmente libera di stare zitta, soverchiata dal lavoro fisico, dall’avere molto da fare e poco tempo per elucubrare.
    In questi giorni il cellulare arriva sempre a sera scarico. E anch’io: mi infilo a letto tardi sempre cotta di stanchezza, ma una stanchezza bella, appagante. Consapevole di aver fatto qualcosa di utile, calda del calore delle belle parole ricevute.
    Giornate vissute lontano dal Padrone, separati dalla fatidica vita reale.

    Ma in un posto speciale nella mia mente, io non smetto mai di essere la Sua slave.
    Anche se sto facendo tutt’altro, se mi dolgono i muscoli sotto sforzo o se strizzo gli occhi nel sole al tramonto, di ritorno a casa; anche lontana mille miglia, mi basta un pensiero fugace, un ricordo, l’immagine del Suo sogghigno.
    Allora vibro; mi contraggo come se avessi ricevuto la scossa. Apro la bocca in un singulto e sono di colpo là, nella mia cuccia. Sono l’altra me stessa, quella che in realtà non smetto mai di essere; perché essere slave è parte di me e mi dà forza.

    Sono sempre ai Suoi piedi, Padrone.

  • Pronto?

    Mattina presto; mentre vado verso l’ufficio, il cellulare aziendale suona.
    Mi si rimescola la pancia: chi sarà? che succede? Frugo nel marsupio e recupero il telefono mentre guardo la strada; tiro un occhio allo schermo ed è un numero sconosciuto, non riesco a capire se sia un cellulare o un fisso.
    Inghiotto a vuoto ed il tempo si dilata.
    Mi si presentano alla mente una miriade di possibilità. E’ un qualche cliente che ha delle lamentele da fare; un fornitore che mi vuole chiedere qualche specifica che non conosco. Magari è uno dei capi che mi chiama da un numero privato e vuole lamentarsi che non sono ancora arrivata (anche se non sono in ritardo), o che non ho fatto qualcosa, o non l’ho fatta ancora o non come voleva lui.
    Lo stomaco mi si stringe, deglutisco a vuoto.
    Questa telefonata, cui non vorrei nemmeno rispondere, mi si presenta come una specie di nemesi, anzi, di summa di ogni nemesi. Nella prospettiva, nella mia sola immaginazione, è una chiamata che mi sbatterà in faccia i miei peggiori errori, errori così stupidi ed irrimediabili che ancora non so di averli fatti; mi obbligherà a subire una marea di merda, di umiliazione e di disperazione. Mi farà sentire uno schifo.
    Scivolo col dito sul touchscreen.
    “Pronto?”
    “…Salve. Parla Gabetti?”
    “…No”
    “Oh scusi, ho sbagliato numero!” -clic-
    Rimango per un attimo attonita. Poso il telefono sul sedile accanto, incredula.
    E’ sempre così: ogni volta che mi faccio soverchiare dall’ansia preventiva lo faccio a vuoto. Spreco energie preziose per preoccuparmi di cose che non sono ancora successe, che facilmente non succederanno mai. Un mal di pancia inutile.
    Sospiro e cerco di tornare coi piedi per terra, ad affrontare le difficoltà quando (e se) si presentano. Che poi, quando accade, me la cavo egregiamente. Quello che mi uccide sono le proiezioni che crea con incredibile realismo la mia stessa mente.

  • Ghiro

    Ci sono momenti, periodi nella mia vita, in cui mi ritirerei solo in letargo.
    Mi avvolgo in un bozzolo di coperte – vere o solo mentali – e mi appisolo. Non voglio più saperne niente, di quel mondo freddo ed ostile là fuori. Voglio solo dormire, lasciare che l’inverno mi passi oltre senza doverne affrontare le asperità; alzarmi solo per l’urgenza ormai improrogabile di fare pipì e tornare ad abbozzolarmi al calduccio. Mangiare, bere, dormire; sognare. Aprire un occhio, guardare l’ora e voltarmi dall’altra parte. Masturbarmi, magari, e riavvolgermi in me stessa, farmi cullare dal dolce intontimento post-orgasmo; sentire solo tepore.
    Invece.
    Invece la vita mi richiama, mi trascina fuori dalla mia cuccia calda. Mi attira, mi lusinga; mi promette avventure. Mi alimenta desideri, voglie di altro che non sia solo l’indolenza. Voglia di far partire un movimento invece che resistere solo nell’inerzia.
    Allora esco, respiro nell’aria fredda e guardo il vapore del mio fiato alzarsi verso il cielo; torno a imparare a guardare in alto, a guardare lontano; oltre le nubi grigie, oltre la nebbia, oltre il gelo. Lascio che il freddo mi scaldi, mi stimoli un calore che sia mio, interno, non qualcosa di avvolto attorno che mi impantana ma una fornace ardente che mi smuove.
    E dopo aver bruciato, aver corso, aver affrontato questo ghiaccio, mi torna daccapo la stanchezza, il bisogno di ritirarmi in letargo.

    Un inverno così: dentro la grotta, fuori nel lago.

  • Army of me

    Alzati
    Devi gestirti
    Non sarò più
    Solidale

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei a posto
    Non hai nulla di sbagliato
    Sii autosufficiente per favore!
    E mettiti al lavoro

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei da solo adesso
    Noi non ti salveremo
    La tua squadra di soccorso
    E’ davvero esausta

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Questa canzone di Bjork è davvero potente e mi smuove qualcosa dentro. Non so bene se mi stimoli ad essere forte e a darmi da fare o se mi spaventi, anche, per l’idea di venire abbandonata, lasciata a dovermela cavare da sola.
    Ci leggo questo: verrò abbandonata se non sarò capace di gestirmi e mettermi al lavoro; se continuerò a lamentarmi, resterò sola, perché chi mi dovrebbe/vorrebbe aiutare ormai non ne può più.
    E’ il mio timore più grande; è il motivo per cui cerco sempre di tenere duro.
    Ogni tanto vorrei solo abbandonarmi ad essere piccola, fragile, a piangere senza un motivo preciso; vorrei solo essere accudita, coccolata e protetta, anche se mi sento di essere un disastro. Vorrei solo essere rassicurata che in realtà no, non sono un disastro: sono brava, ma adesso posso riposare e non essere più forte per forza.

  • Tensione

    E’ una tensione spaventosa quella che sento, un desiderio bruciante che mi soverchia e mi rivolta come un calzino; mi pare di aprirmi in due fino a scoprire l’anima, sporgendomi e implorando in silenzio che mi metta una mano tra le gambe.
    E poi quando accade mi blocco, ho paura, non so cosa mi prende. Come chi ha troppa fame e quando raggiunge il cibo vomita.
    Ho paura delle mie stesse sensazioni, delle mie emozioni, dei miei desideri; della forza di questo spasimo che mi tira verso di Lui e mi fa bagnare e fremere.
    Intanto questa tensione mi trabocca dentro e devia il corso del mio fiume verso il cibo. Confondo una fame per l’altra e resto sempre insoddisfatta. Peggio: mi abbuffo e sto male fisicamente, oltre che per la pesantezza della digestione per la sensazione orribile di pienezza, il disagio di essere fuori controllo, il disprezzo che provo per me stessa quando ingrasso.
    Mi sembra impossibile riuscire a placarmi, distendermi, trovare pace.
    Non voglio una pace che sia un ottundimento dei sensi, no; desidero una pace che sia il lasciarmi scorrere dentro tutto ciò che deve, che vuole scorrere: percezioni, emozioni; lasciarmene pervadere ed assaporarne il flusso senza ostacolarlo, senza deviarlo.
    Desidero essere inebriata, non sedata.

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.

  • Nuda

    Credits: Whips, Chains & Duct Tape - on facebook
    Credits: Whips, Chains & Duct Tape – on facebook

    “E’ facile togliersi i vestiti e fare sesso; la gente lo fa di continuo. Ma aprire l’anima a qualcuno, permettergli di entrare dentro il tuo spirito, i tuoi pensieri, le tue paure, il tuo futuro, le tue speranze e i tuoi sogni… quello è essere nuda”

    Quello è il modo in cui desidero essere nuda. Il modo in cui desidero essere messa a nudo. Che mi venga scoperta l’anima, che mi si rivolti il dentro di fuori.
    Per poter essere accarezzata non solo sulla superifice più esterna della pelle, ma fino dentro la mia essenza più vera.

  • Bianca

    Cammino come instupidita, anestetizzata. Galleggio dentro la mia testa, pilota inesperta del mio stesso corpo.
    Quando finalmente esco, alzo la testa nel sole e laggiù, dietro le case, gli alberi, brillano candide le montagne; di colpo inspiro, respiro di nuovo.
    Tutta la pioggia che è caduta ieri, quella pioggia fitta, insistente, gelida, triste, sotto la quale ho camminato senza aver voglia di sbrigarmi, tutta quella pioggia in montagna è divenuta neve. In un altro posto, nello stesso momento, quella tristezza era meraviglia.
    Ed ecco che capisco che anche se sto male non è senza scopo. Quella fatica, quel dolore, si mutano in qualcosa di bello.
    Voglio essere lì: in mezzo alla distesa candida della neve, al freddo. Perché quel freddo mi svegli, mi dia la forza di accettarlo e accoglierlo. Perché la sofferenza non è nulla davanti all’immensità della perenne gelida distesa dei monti innevati. Se anche soffro, vengo ripagata con le stesse lacrime di sangue del mio cuore; sanguino volentieri e con gioia perché allo stesso tempo percepisco il mio petto dilatarsi, espandersi e raggiungere nuove vette di consapevolezza.

    Ascolto dubstep a palla ed è quasi come essere con Lui. Annego i pensieri in quella musica così poco musicale, ma così forte da travolgermi e lasciarmi tramortita e felice.
    La tensione si sfoga, esplode da in mezzo alle mie gambe; resto placata per un po’ e poi torno a tendermi, non più storta ma diritta, affusolata. Mi inarco verso di Lui, per Lui, e spero che vorrà presto giocare ancora con le mie corde, far scattare quest’arco.

  • Un incontro

    La mente vuota.
    Il cuore che si tuffa nel dirupo al vibrare del telefono.
    Lo stomaco che si contrae se sotto il Suo nome appare la scritta “online”: un incontro a distanza, un convergere in uno stesso luogo virtuale. Sapere che Lui è anche se questo non esiste nel mondo fisico. Solo per questo, consolarmi della Sua presenza.

    Adesso non penso a niente, non ho fame.
    Sento solo la pelle che fatica a contenermi, ogni centimetro di epidermide teso, bruciante; sono dolorosamente cosciente della mia presenza qui, e che il mio qui si sta avvicinando al Suo qui.

    Cosa sarà non lo so, non so cosa aspettarmi; e probabilmente è giusto così, è così che deve essere. Nessuna aspettativa, solo l’attesa.
    Entro in una nube di nebbia calda che mi avvolge, che congela i miei pensieri vorticosi, placa il tumulto del mio cuore, ferma lo scorrere del tempo; esisto.