subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Contrasti

    Anche se non me ne sono mai andata del tutto, e probabilmente una parte di me non se ne andrà mai, è pur vero che in questo momento non sono collarata. E questo mi crea una confusione tale da non capire più nemmeno me stessa.

    Mi sono certo affezionata alla mia libertà, all’andare in giro, al non dover chiedere il permesso, e non so se adesso sarei capace di sottomettermi ed obbedire (sarebbe senz’altro una sfida). Non sto nemmeno cercando nessun altro, se è per questo.
    Ho così tante cose in ballo: il lavoro, vari corsi di aggiornamento, il pensiero ancora futuro di un figlio, mia madre che rogna perché “non ci vediamo mai”; relazioni fugaci, relazioni stabili, amici, larp. E l’annosa lotta per il peso, la palestra, la fisioterapia.

    Eppure.

    Eppure non riesco a non desiderare anche di poter essere ancora, sempre, slave. Anche se so che non riesco, che non ho tempo, che non ci sto dietro – giorni e giorni che scorrono tra impegni, corse, clienti, serate a videogiocare per staccare il cervello e che me lo bolliscono ulteriormente. Vorrei riuscire a fare tutto ed essere dappertutto, e anche essere perfetta per tutti nel frattempo, ma so che è impossibile. Rinuncio, perché so di essere incasinata – e se non riesco a dare il massimo di presenza e devozione mi sento male, in colpa, mi sento una slave a metà, e sto peggio che non a restare senza collare (è una delle cose che mi ha fatto soffrire in passato, l’ho realizzato da poco). Intanto il tempo passa e non me ne rendo quasi conto.

    Riconosco di avere la tendenza a rimandare le discussioni e le decisioni; e più passa il tempo più si fa complicato affrontarle, perché nel frattempo sono accadute altre cose, e soprattutto si sono fatti altri pensieri (e io ne faccio tantissimi… forse troppi). Così il discorso non è più quello originale, ma è rivestito di strati di altre cose, altre considerazioni, altre emozioni – sia che c’entrano con il discorso originale, sia collaterali, e magari anche cose che non c’entrano nulla ma si sono lo stesso sommate per mezzo di un’emotività che non si è potuta esprimere con calma, ma che è stata repressa e sommersa.
    Il brutto accade quando questa sobbolle ed esplode. Allora tutto esce senza controllo, senza senso, e danneggia tutto e tutti intorno. Sapere dare uno sfogo, avere la lucidità per comprendere che è il momento di parlare e non di rimandare, non è cosa da poco. E non sempre sono capace di farlo.

    Uno dei punti su cui lavoro da anni è quello della distinzione tra “accontentarsi” ed “essere contenti”. E’ giusto non volersi accontentare e puntare al miglioramento, e, nel mentre, è anche giusto e sano essere contenti e godere di ciò che si ha, o che si riesce ad avere nonostante tutte le circostanze, visto che la vita ha questa fastidiosa tendenza a complicare le cose.

    Non ho una soluzione e non sto pianificando… vado avanti a braccio. Ma mi sono resa conto, dolorosamente, che andando a braccio divento incoerente.

  • Scoperte

    Ho ancora un pezzo di anima al guinzaglio, anche se credevo di no.

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  • Complemento di luogo

    Scorro il feed di Facebook del mio profilo vanilla e trovo un post carino di un’amica che propone un gioco: “Scrivi nei commenti ‘per Natale vorrei’ e poi completa la frase con la parola centrale suggerita dal completamento automatico del tuo telefono”. 

    Seguono commenti sgrammaticati, buffi. Sorrido e decido di partecipare. Il mio telefono così suggerisce riferimenti a cene di lavoro, a clienti e… “a Mestre”. 

    Non posso evitare che mi salti il cuore nel petto, ed osservo quelle parole con uno strano senso di emozione, nostalgia, desiderio e con un mezzo sorriso sulle labbra. 
    Resto col dito a mezz’aria, titubante se pubblicare il commento, come se il solo nome del luogo potesse in qualche modo essere rivelatorio per tutti di ciò che significa per me. 

  • Regressione

    Quando sono da Loro, improvvisamente regredisco ad un’età pre-puberale.
    Divento piccola e deficiente, capricciosa e sciocca. Faccio le faccine offese, metto il broncio… insomma agisco a metà tra una bambina di 5 anni e una ragazzina di 12. Divento quasi incapace di ragionare in modo adulto e razionale, di relazionarmi in modo maturo: mi offendo (o faccio l’offesa) e divento permalosa. Ancora di più: non faccio più niente; divento estremamente passiva ed aspetto che mi venga detto cosa fare, o che mi vengano fatte cose.
    Una parte di me grida vendetta. Ma come! Sono una persona adulta, intelligente, capace, e mi comporto come un’assoluta scema inetta.
    Un’altra parte di me ride, pazzamente divertita dal fare la cretina, dal dire battute imbecilli e venire guardata male. Mi piace fare i capriccini e parlare in modo lamentoso.
    In ogni caso, non riesco ad impedirmelo.
    Certo, se mi viene affidato un compito od un lavoro che richieda le mie competenze di adulta lo faccio; ma è un momento circoscritto. Preferisco essere piccola (fingere di esserlo).
    E’ come se, arrivando da Loro, mi togliessi di dosso la me stessa matura, come fosse un soprabito ingombrante e scomodo; lo ripongo nell’armadio in ingresso e posso finalmente scorazzare come la bimba che sono, dentro. Posso giocare, ed essere il Loro giocattolo, senza pensieri. Quando me ne vado, mi rimetto il soprabito – e in qualche modo è meno faticoso da indossare.

  • Trasgressione

    Se c’è una parola che detesto, è “trasgressione”.
    Questa parola che viene detta con intenzione, con lo sguardo torbido, con desiderio morboso, ha invece l’effetto di spegnermi qualsiasi voglia. Mi viene da ridere a vedere il tono con cui viene detta questa parola, ad intendere chissà quali cose turpi e vietate dalla morale comune… una parola per rappresentare la propria diversità, la propria unicità rispetto al popolino triste e meschino che si limita ad un rapporto alla missionaria di 2.5 minuti. E che invece per me precipita chi la sbandiera in un’altra mediocrità, quella del sentirsi e mostrarsi, appunto, “trasgressivi”.
    Non c’è niente che azzeri l’essere trasgressivi come il dichiararsi tali.
    Non appena vi avvicinate e mi dite “ho voglia di trasgressione”, con lo sguardo che vuole essere intenso, e la voce magari bassa come a comunicare un messaggio privato ed esclusivo, non adatto alle orecchie di tutti… ecco, quello è il momento in cui mi si sollevano le sopracciglia e vi metto mentalmente una croce sopra.
    Non so perché sono così insofferente a questa parola. Forse perché ciò che vivo non è una fuga dalla quotidianità, ma fa parte integrante del mio essere. O forse perché non faccio certe cose per il puro gusto di mettere una tacca sul fucile, una bandierina sulla mappa, o per vantarmi al bar; ma per vivere con intensità un’esperienza che arricchisca me e le persone che la vivono con me; per crescere, per imparare, per sentire oltre la normale soglia della percezione, per acquisire sempre più consapevolezza di me.
    E’ vita, nella sua profonda complessità. Non svilitela chiamandola “trasgressione”.

  • Ogni tanto mi faccio viva

    Ogni tanto trovo qualcosa su tumblr e lo rebloggo. Un’immagine che non sia (solo) porno, ma che sia per me evocativa di qualcosa che mi risuona dentro.
    Questo è bloggare per me: pubblicare qualcosa che significhi qualcosa per me. Per questo mi è così faticoso pubblicare con costanza: perché non sempre trovo qualcosa di significativo da dire o da condividere. Oppure lo avrei: ma ho timore a renderlo esplicito, a dirlo ad alta voce; talvolta ho anche difficoltà a metterlo in parole.

    E’ un periodo di ferma, questo; di sospensione (non nel senso del bondage). Ondeggio in un limbo lattiginoso, da cui ogni tanto emergo con un pensiero, un’immagine. Su tumblr è più facile perché più breve, più immediato, più visivo.
    Qui, ancora, non riesco a mettere in fila i pensieri come vorrei; non ho molto da raccontare, e ciò che accade lo tengo per me.

  • **Traduzione** Se la tua sottomissione è un dono, lo è anche la mia Dominazione

    Come si intuisce dal titolo, questo testo non è mio.

    Ho letto per caso su Fetlife questo articolo, scritto dall’utente DomQuixote74, e mi ha molto colpita. Gli ho chiesto il permesso di tradurre il suo testo per poterlo rendere fruibile anche a tutti quei bdsmer italiani che non parlano inglese. Permesso accordato, ed eccolo. Ma prima due parole.

    Ho voluto farlo perché è un testo significativo. Mi ha dato da pensare. Mi ha fatto riflettere su errori che ho commesso, su leggerezze e malcomprensioni; su cose che avrei potuto fare meglio.
    Perché è vero, lo ammetto. Sono stata egoista, egocentrica e capricciosa. Non sono stata capace di essere di aiuto. Ho percepito solo il mio dono, senza comprendere il dono della Dominazione; ho pensato solo a quello che mancava a me; ho creduto di avere fatto tutto il possibile per risolvere determinate situazioni, ma forse non è stato così. Non ho trovato o forse non ho cercato alternative: come la mosca che sbatte sul vetro quando l’altro battente della finestra è aperto. Ho avuto bisogno della botta con lo strofinaccio per trovare l’uscita, ed è arrivata. Questo articolo ha contribuito.

    Ecco l’articolo tradotto:
    (altro…)

  • Cuscinetto

    Pensieri, parole, opere; omissioni, forse.
    Rivedo tutto, ripenso tutto: ma lì avrei potuto, là avrei dovuto, quella volta se avessi.
    Poi libero la mente, abbandono i dubbi, i se: è andata così, ed è stato bello. Mi cullo nei ricordi.

    Lascio che passi un po’ di tempo, che ci sia un cuscinetto di altri pensieri, altre parole, altre opere.
    Ascolto, mi ascolto, navigo; rifletto. Mi commuovo, anche. Ogni tanto alzo lo sguardo ad un’idea di futuro, ma non troppo spesso.
    Non posso, non voglio avere fretta – c’è anche la vita di mezzo.

    Richiudo gli occhi, mi appoggio di nuovo.
    Il cuscinetto ancora non è abbastanza soffice.

  • Promesse

    Una volta, ho promesso che non avrei più avuto aspettative. Che non mi sarei più presentata sperando di ricevere una cosa o un’altra: qualunque cosa fosse successa, ne avrei preso il bello. Ma non ci riesco. Non riesco a non sperare che accada qualcosa – eppure resto legata a quella promessa, e non riesco a dire che mi sto aspettando qualcosa.

  • Ogni contatto è meglio di nessun contatto

    Quando invece mi lascio andare, quando cedo questo maledetto controllo, quest’ansia, questa paura; quando mi apro invece di chiudermi, allora i miei limiti personali scompaiono ed accolgo le persone, accolgo con gioia il contatto fisico, la vicinanza, il toccare ed essere toccata, tutta, forte. E ne traggo finalmente gioia, felicità, piacere.
    In quei momenti, come ogni volta, mi stupisco di scoprire quanto sia bello questo contatto, quanto lo desiderassi, pur credendo di detestarlo. Quanto credessi di non volerlo ma soprattutto di non meritarlo: davvero ci sono persone che desiderano toccarmi?! Che desiderano avermi vicina, proprio me che mi sento così brutta e cattiva da isolarmi, allontanarmi per non dare fastidio, da respingere gli altri per non rischiare di sentirmi respinta.

    Per ogni volta che mi sono aperta in questo modo, ho avuto da gioirne fino a salire sulle più alte vette dell’empireo, e da pentirmene fino a precipitare nei più oscuri recessi del mio animo dilaniato dalla delusione.

    Una sola volta nella mia vita sono arrivata a pensare che no, non ne valesse la pena. Che era meglio smettere di sentire, di amare, di credere, di aprirmi. Perché faceva troppo male.
    La cosa triste è che sono arrivata a pensarlo. E non riesco a dimenticarlo. Anche se sono risalita da quella china.