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for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Artefatto

    Si chiama col nome “artefatto” un oggetto prezioso, o magari magico.
    Se invece è una persona ad essere chiamata “artefatta”, significa che è falsa.

    Eppure ci sono cose che faccio in modo artefatto, creato, studiato; cose cui devo pensare, per le quali mi alleno perché non rientrano nella mia spontaneità. Queste cose mi sono richieste: dare del lei, chiamare con titoli, comportarmi in un certo modo, muovermi in un altro, seguire determinati rituali, eccetera.
    Il livello di allenamento (di artefazione) poi diventa tale che si trasforma in una forma di spontaneità. Mi risulta strano o disagevole fare diversamente.

    Non si tratta di falsità, né d’ipocrisia.
    Si tratta di venire forgiata ad essere un meraviglioso artefatto, perché chi mi possiede possa sfoggiarmi con orgoglio.

  • Cuore di vetro

    Siamo così piccole e preziose.

    Abbiamo un cuore di vetro e non vogliamo altro che affidarlo a qualcuno.
    Come una sfera di cristallo, questo cuore trasparente che abbiamo mostra al suo interno il tumulto incomprensibile delle nostre emozioni. Un ribollire liquido da interpretare, per chi sappia vederlo e leggerlo.
    Lo portiamo in giro così, in palmo di mano, esposto alle intemperie, rischiando di farlo cadere da un momento all’altro. Speriamo di trovare chi saprà reggerlo con mani di velluto e custodirlo al sicuro. Desideriamo unghie che ne solchino la superficie, donandoci brividi ma senza scalfirlo; punte di diamante che lo decorino di delizioso dolore e ci rendano orgogliose di portarlo.

    A volte ci facciamo male da sole, perché non riusciamo a trovare quella qualità di dolore che placa il nostro tumulto interiore.
    A volte di questa fragilità ci facciamo scudo, credendo che la durezza del vetro ci protegga.
    A volte lo affidiamo ciecamente e lo ritroviamo a terra in pezzi. Allora ne raccogliamo con fatica i cocci, tagliandoci, recuperando quanto più possibile del suo inestimabile contenuto; lo rimettiamo insieme come si può, sperando ancora di trovare qualcuno che sappia prendersene cura, e magari ricostruirlo.

    Questo è il dono di noi stesse che porgiamo.

  • Gelosia

    E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

    (Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

    Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
    Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

    Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
    Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
    Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
    Gelosa, gelosa e invidiosa.

    Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
    Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.

  • Sorellanza

    Educata dai miei a credere che gli “amici” sono solo dei rompicoglioni e degli approfittatori, e che non esiste attaccamento disinteressato, sono cresciuta refrattaria ai rapporti amicali. Così, se c’è una cosa che detesto è il chiamarsi “sorellina” e fare le smorfiose tra amiche. Sono sempre stata prevenuta su queste cose: le ho sempre ritenute false, ipocrite ed eccessivamente sdolcinate.
    Figuriamoci la mia disposizione d’animo nei confronti di una possibile altra slave del mio Padrone, qualora si ponga la cosa in termini di “sorellanza”.
    Per fortuna, ho imparato che non mi è richiesto né imposto di andare d’accordo con tutti/e; e soprattutto, che è molto meglio che non mi sforzi di fare la bambina puccettosa che fa tante moine alla sua sorellina, se non è nelle mie corde: divento falsa e questo guasta non solo me stessa, ma anche i miei rapporti col prossimo.

    Un tempo, davanti a persone pucciose, tutte bacini bacetti e squittii, mi sentivo in difetto a non allinearmi. Mi sembrava di essere stronza, o frigida, a non contraccambiare con altrettanta pucciosità. Mi sembrava di non essere in grado di dimostrare il mio affetto.
    Così mi sono impegnata molto, in passato, per fare le moine. E ho auto-avverato il mio pregiudizio, dimostrando che chi fa moine è falso.
    Non era mia intenzione essere falsa, sia chiaro. Cercavo di essere affettuosa. Ma invece che esserlo come era nelle mie corde, cercavo di farlo adottando metodi altrui, che non mi appartenevano. E ho finito per diventare falsa, sentendomi uno schifo perché ero falsa e perché non potevo essere vera nel modo in cui pensavo che gli altri avrebbero voluto che fossi.
    E’ stata una lotta liberarmi di questi atteggiamenti; la mia naturale predisposizione a compiacere era diventata una bestia incontrollabile che mi stava disintegrando, trasformandomi in una marionetta che imitava (male) gli altri.

    Infine, di tutte quelle sensazioni negative nei confronti delle altre, mi è rimasta addosso solo la gelosia. Vorrei non provarla, ma più cerco di negare che esista più prende forza. Accetto (a fatica) di riconoscerla per poterla sconfiggere.

  • 34

    Quando sarò più vecchia (quando sarò grande?), potrò sempre essere piccola?
    Certo non crescerò mai di un altro centimetro oltre i miei 153.
    Ma io adoro sentirmi piccola; sentirmi bambina, ragazzina; sentirmi sovrastata da un Padrone più grande di me in ogni senso, anche anagrafico. Non mi piace fare la bambolina leziosa, se no cercherei una relazione Daddy/babygirl, ma che ami sentirmi piccina è indubbio.
    E quando di anni ne avrò molti di più? Avrò più rughe, più segni del tempo. Sarà difficile, allora, passare per piccola, anche ai miei occhi. Ma dubito che cambierò disposizione d’animo, dubito che mi passerà il desiderio che ho dentro di essere resa piccola e dominata.
    Non so se mi converrebbe magari curare moltissimo il mio aspetto, per arrivare ai 50 con un corpo da ragazza; non so, perché comunque il viso direbbe la verità. E inorridisco all’idea di rincorrere una giovinezza falsa, artificiosa, fatta di chirurgia estetica e botulini.

    Probabilmente la cosa migliore da fare sarà vivere e vivermi con sincerità ed onestà, adattandomi al mio avanzare di età, sperando che il mio animo possa sempre sopperire a quanto mi manca o mancherà in estetica.

    Intanto, festeggio un felice compleanno. :)

  • Attitudini

    Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
    Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

    Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
    Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

    Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
    Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
    Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.

  • Back in heels

    Sono felice di essere tornata sui tacchi.
    Adesso non c’è nessuno che me l’ha ordinato; lo faccio da me, per me. Indosso scarpe col tacco, meglio se alto.
    Certo, sono scomode e non posso correre. Però mi vedo bella.
    Troppo a lungo sono andata in giro in jeans e scarpe da trekking; troppo comoda, troppo dimessa. Ero diventata trasandata dentro.

    C’è sempre questo conflitto in me: da una parte amo essere sportiva, agile, pronta per il lavoro manuale; jeans, maglietta, scarpe basse, marsupio, berretto. Non una fighettina incapace.
    Dall’altra parte, però, ambisco ad essere carina, sexy, elegante; gonna, tacchi alti, abiti fascianti, foulard. Delicata, non una maschiaccia senza maniere.

    Ci sono queste due anime in me. Se lascio che una delle due prenda il sopravvento per troppo tempo, mi sento snaturata, a disagio. Riuscire a dar voce ad entrambe, bilanciarle e appagarle, è un lavoro d’equilibrio complesso e faticoso.

  • Sforzo sovrumano

    Ho sempre addosso questa terribile sensazione di non fare abbastanza, o abbastanza bene; un’angoscia che mi mordicchia i calcagni, che mi stringe la gola. Mi sento in difetto, inadeguata, sbagliata; aspetta, non era mia madre che mi diceva così? A volte penso: è una mia inclinazione naturale. Ma in realtà è innaturale, indotta; innestata in me fin da piccina, ha radici così profonde e viticci così avviluppati nel mio animo inconscio che fatico a tranciarli. Una mala pianta che confondo con le mie vere radici, ma che mi toglie acqua, ossigeno, vita.

    C’è anche, sempre, lei. Riesco a non pensarci ma salta sempre fuori. Con nessun’altra mi viene questo feroce senso di competizione – non così feroce. Un senso di smacco terribile perché non faccio le stesse cose che fa lei, o non come lei, o di più, o meglio, o chissà.
    Non ha forse anche lei il diritto di viversi i cazzacci suoi? Pubblicare le foto che le pare, dichiarare quello che le pare, condividere quello che le pare, vivere quello che le pare?
    Certo.
    Forse il punto è: non ho forse IO il diritto di vivermi i cazzacci miei, eccetera?
    Ecco, perché forse questa invidia che mi rode mi sale perché nego a me stessa di dire/fare certe cose. Mi trattengo nella convinzione di essere in torto, di non dovermi permettere, di non avere diritto. Per non disturbare, non dispiacere, non indisporre.
    Ma nessuno me l’ha chiesto; nessuno mi ha mai detto che disturbo, né che dispiaccio.

    Compio uno sforzo sovrumano che non ottiene riconoscimento, perché a nessuno è mai venuto in mente che dovessi farlo; tranne che a me.

  • Adesso sono io

    Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
    So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
    Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
    Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.

    Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
    Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.

    Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.

  • Festa del lavoro

    Primo maggio per me oggi significa lavorare tutto il giorno per il teatro (non pagata) e alle 19.30 ricevere un sms che notifica una mail dal lavoro (quello pagato, il cui contratto inizia domani); significa anche che sono scema, perché alle 21.30 guardo effettivamente la mail e trovo la richiesta di una mole paurosa di roba da organizzare per meno di 48 ore dopo. E mi metto a lavorarci.

    A volte mi chiedo perché il mio masochismo si esprima in questo modo. Non sarebbe bello che si accontentasse delle sculacciate, delle fruste, delle pinzette? Un dolore fisico che provoca così tanto piacere.
    Invece, questo massacrarmi di lavoro mi procura solo un fastidio mentale, spesso frustrante, senza quel ritorno di piacere così immediato, così intenso.
    Ma lo ammetto: impegnarmi così tanto diventa in un certo modo, talvolta, una sensazione di servizio, di obbedienza, di fare del mio meglio… tutte cose che come sottomessa, come slave mi procurano piacere – anche se non un piacere fisico come il masochismo.

    Devo solo imparare a non lasciarmi abusare dai datori di lavoro, che infine non sono interessati ad un recirpoco piacere, ma solo ad un mero interesse economico. Imparare a convogliare le mie energie di sottomissione (e sono immense!) nei canali, nei modi più adeguati, verso persone che possano apprezzarle per ciò che sono e trarne piacere quanto me.